Storie di carta 2010

Storie di carta 2010
Ad ottobre del 2009 ho avuto modo di parlarvi di un concorso letterario, “Emozioni in bianco e nero” indetto dalla Edizioni del Poggio. Si trattava di un concorso letterario per poesie, fiabe e racconti, senza alcuna quota di partecipazione. Ho partecipato anch’io, inviando delle poesie e due racconti brevi, tra cui Elettra, selezionato come uno dei trenta migliori tra i tanti partecipanti e perciò pubblicato nell’antologia che vedete a fianco. Ecco come la casa editrice presenta il volume:

“Storie di carta è l’antologia che racchiude i lavori finalisti del concorso nazionale di poesia “Emozioni in bianco e nero” (Fiabe, Poesie, Racconti …Storie di carta), promosso dalla casa editrice “Edizioni del Poggio”, che anche in questa edizione 2009/2010 ha registrato una nutrita partecipazione di autori che, con grande passione ed entusiasmo, hanno dato un apporto notevole al progetto culturale della casa editrice. Le tre sezioni del premio (poesia, racconto, fiaba) hanno raccolto complessivamente oltre 2800 adesioni, una vera marea di elaborati. La giuria ha dovuto affrontare un difficile lavoro di selezione, messa in difficoltà dalla qualità elevata degli scritti. A tutti i partecipanti, va l’apprezzamento per aver contribuito con le loro opere a dare prestigio al concorso e alla casa editrice. Indistintamente tutte le opere ricevute hanno una loro originalità, non soltanto un insieme di parole messe per caso sul foglio bianco, ma frutto palpabile di un infinito amore e immensa passione per la scrittura derivante, indubbiamente, da quella forza interiore che scaturisce dall’animo”.

Il volume ha un costo di 25 euro, al momento scontato, sul sito dell’editore, a 20 euro. Potrete acquistarlo cliccando qui. Buona lettura!

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– Leggi Elettra

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Pulsante radio web

Pulsante radio web

Radio e poesia, come si conciliano? Un’iniziativa interessante è stata promossa da un’emittente milanese, “Pulsante radio web“. Ecco come viene presentata questa novità:

“Su ‘Pulsante Radio Web’ (emittente digitale di Milano) è iniziato un nuovo programma mensile che, intitolato “Poesia, l(’)abile traccia dell’universo” e condotto da Pietro Pancamo in collaborazione con Carla Burdese e Lorella De Bon, guiderà il pubblico alla scoperta proprio della poesia, che è sicuramente una disciplina artistica di grande fascino. Ogni puntata avrà come protagonista un poeta differente (affermato o emergente) di cui verrà letta qualche lirica. L’autore di turno si presenterà agli ascoltatori tramite una breve intervista; altre volte, invece, verranno chiamati in causa i responsabili o i direttori di case editrici o di riviste, specializzate appunto nel settore della poesia: in tal modo conoscere meglio e più approfonditamente questo genere letterario sarà facile e interessante.

Durante la prima puntata – andata in onda il 13 maggio alle 22.30 e la cui replica andrà in onda sia il 20 che il 27 sempre alla stessa ora – si è parlato di “Volpe bellissima”, un’antologia che accoglie ben quattordici autori per un totale di trentadue liriche espressamente dedicate alla geniale e compianta Alda Merini, ma anche alla figura della donna in genere, da sempre relegata nel corso della storia a ruoli marginali e colpevolmente sottovalutata perfino in seno alla società odierna, che pecca ancora d’eccessivo maschilismo.”

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Il gatto

GattoL’uomo vorrebbe essere uccello
il serpente vorrebbe avere le ali
il cane è un leone disorientato…
e invece il gatto
vuol essere soltanto gatto
e ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda…
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una scanalatura
Per gettarvi le monete della notte.

(Pablo Neruda)
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Dello stesso autore:

– Come dorme un gatto
– Ho paura
– Questa volta lasciami essere felice
Ode al gatto
Chiedo silenzio

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Dio secondo il Diavolo

Al Pacino (nel film L'avvocato del diavolo)– Cosa vuoi da me?
– Voglio che tu sia te stesso. Lascia che te lo dica, figliolo, il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni: non devi far altro che scaricarlo.
– No, non posso farlo.
– Per chi è che ti accolli tutti quei mattoni, si può sapere? Dio? È così? Dio? Bah, Kevin… ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio: a Dio piace guardare; è un guardone giocherellone, riflettici un po’. Lui dà all’uomo gli istinti, ti concede questo straordinatio dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo cosmico spot pubblicitario del film: fissa le regole in contraddizione; una stronzata universale. Guarda, ma non toccare; tocca, ma non gustare; gusta, ma non inghiottire. Ah ah ah ah! E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle grasse risate, perché è un moralista e un gran sadico! È un padrone assenteista, ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? No, mai!
– Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso, non è così?
– Perché no? Io sto qui con il naso ben ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato, e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette inperfezioni; io sono un fanatico dell’uomo! Sono un umanista; probabilmente l’ultimo degli umanisti. Chi, sano di mente, Kevin, potrebbe mai negare che il ventesimo secolo è stato interamente mio? Tutto quanto, Kevin. Ogni cosa, tutto mio. Sono all’apice; è il mio tempo, questo.

(dal film: “L’avvocato del diavolo”)

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Commento a “Il segreto”

Buongiorno naviganti,
oggi vi propongo una recensione, scritta da un amico aspirante scrittore, del racconto “Il segreto”. Chi non lo avesse ancora letto, può provvedere cliccando qui.

Buona lettura!

COMMENTO:

Un pianto di donna campeggia nell’oscurità, dopodiché si accendono le luci di scena, lampadine al neon che producono una luce fredda e tremolante, per rischiarare una cucina “vuota” con dentro una donna, forse seduta con i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani, oppure in piedi appoggiata al frigorifero, che sfoga la sua disperazione nella certezza di essere sola in casa. Se avessimo dovuto rappresentare la prima scena in teatro non si sarebbe discostata da questa descrizione abbozzata.

È così che “Tutto ebbe inizio”, una frase riportata due volte nella stessa pagina, “Tutto ebbe inizio quel pomeriggio”, come a voler rimarcare la necessità di aspettarsi qualcosa, non certo qualcosa di buono visti i toni con cui si apre la narrazione.

Si avverte una tensione, come se pesasse il silenzio della casa, “l’inquietante silenzio” che fa da sfondo al dialogo tra madre e figlio: non una televisione accesa, né una radio che trasmetta musica banale. È un pomeriggio d’ inverno e ci è facile percepire la fitta coltre di nubi che, oltre le tende immobili della stanza, impedisce di vedere il cielo.

A rafforzare il senso di aspettativa del lettore intercorrono ben architettate metafore, come “chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano in quell’agglomerato di vite chiamato famiglia”.

Non dirò qual è il gravoso segreto che, una volta rivelato, sarà in grado di distruggere ogni equilibrio, ogni convinzione di Daniele, a cui toccherà l’ingrato compito di pedinare il padre, per giorni, fino a scoprire una verità tutt’altro che rassicurante.

Una storia tristemente possibile, specie in questi tempi in cui ci sono persone, come il personaggio che viene “sputato” dalla porta della seconda casa, quasi fosse troppo ignobile per potersene uscire da sé, un escremento da espellere in qualche modo, che farebbero di tutto pur di sbarcare il lunario, comprese le azioni più vili e deprecabili.

Le descrizioni degli ambienti e dei luoghi sono minime; ciò che prevale, per tutta la durata del racconto, sono le impressioni psicologiche di un diciannovenne il quale vede a poco a poco “sgretolarsi davanti ai suoi occhi” la figura dell’uomo che era stato fino a quel momento il suo più saldo esempio di vita.

A risaltare, sul grigiore delle strade, i muti pedinamenti e le gravi congetture, sono gli occhi “dall’espressione spenta” di una bambina che cammina con sua madre.

Così come le nuvole scure, mai citate apertamente ma il cui grigiore si rifrange sui volti dei personaggi, avevano trattenuto le loro precipitazioni, allo stesso modo alla fine del racconto, assieme alla pioggia fredda e battente, vengono liberate le lacrime pesanti, troppo a lungo ricacciate indietro, da chi sarà destinato a non ritrovare pace per un lungo tempo.

Una storia assolutamente tragica, dove il finale, pur punendo il cattivo, non lascia spazio a riparazioni. Quando il male è fatto non si può tornare indietro. E quando in un diciannovenne viene uccisa la capacità di “credere negli esseri umani”, potrà mai risuscitare? “Forse… Forse…”

A rassicurazione delle persone troppo sensibili (come me), posso dire che non vi sono scene eccessivamente cruente, ma solo accenni a quanto viene compiuto.

Ma ecco che, per i lettori amanti del lieto fine, Chiara ha predisposto anche un’alternativa, dove il tutto assume un significato diverso, anche se poi, a dirla tutta, di santi non se ne vedono neanche qui. Starà al lettore stabilire quale dei due sia il più azzeccato.

Da parte mia, pur essendo un amante delle storie “buone”, posso dire che, per come il racconto è stato concepito, e per come vengono poste, di volta in volta, le piccole anticipazioni, concordo con quanto Chiara esprime nella sua nota finale.

CRITICISSIMA, OVVERO IL PELO NELL’UOVO:

– A pagina 9, dove in pochissime righe si parla di un “primo giorno”, un “secondo giorno” e un “terzo giorno”, forse avrei messo un giorno in meno e un indomani in più.

– Sempre a pagina 9, c’è un “decidete voi”, l’unica espressione rivolta direttamente al pubblico; forse stona leggermente in una narrazione distaccata e impersonale in cui chi racconta è alle spalle del lettore, un audio che proviene da un altoparlante, e non di fronte.

– A un certo punto sbucano dal nulla due telecamere che vengono posizionate. Forse un diciannovenne qualunque, benché si improvvisi detective, non avrebbe a portata di mano due oggetti simili, per di più facilmente mimetizzabili.

(Daniele Trucchia)

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Molto rumore per nulla

Molto rumore per nulla“Basta coi consigli, vi prego; mi attraversano l’orecchio inutilmente, come acqua versata in un setaccio. Non, non voglio consigli, e non consolatori a blandirmi l’orecchio, se non chi ha sofferenze analoghe alle mie. Portatemi qui un padre che abbia altrettanto amato la sua creatura, ed abbia visto così distrutta la gioia in lei riposta: lui mi potrà parlare di pazienza. Che sia il suo dolore a misurare estensione e profondità del mio, che risponda a ogni fitta una fitta, punto per punto, tanto per tanto, sofferenza per sofferenza in ogni tratto, lineamento, aspetto e forma. Se un tale uomo potrà sorridere e lisciarsi la barba, distrarre dal dolore coi suoi <<hem!>>, quando invece dovrebbe mandar gemiti, se potrà metter pezze di proverbi al dolore, ubriacar la sventura con nottate sui libri e gran spreco di candele, portatemelo, allora, e imparerò la pazienza da lui. Ma un uomo simile non esiste, perché, fratello, tutti gli uomini sanno dare consiglio e conforto al dolore che non provano: ma al primo tocco tutta la loro assennatezza si fa cieca passione, mentre prima voleva curare l’ira con ammonimenti, legare la pazzia scatenata con dei fili di seta, incantare il tormento con dell’aria e l’angoscia con parole. No, no, tutti si fanno dovere di parlar di pazienza a chi si torce schiacciato dal peso del dolore; ma nessuno ha virtù bastante ad applicare quella morale quando sta a lui soffrire simili pene. Perciò non darmi consigli: il mio dolore grida più forte di ogni precetto.”

(William Shakespeare)
(da: “Molto rumore per nulla”)

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Dello stesso autore:

Sonetto
Re nel sonno e, risvegliato, nulla

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Il suonatore Jones

Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon riverLa terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di sentire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e attavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolio di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiamasse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
ma nemmeno un rimpianto.

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Fiddler Jones

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove.
To Cooney Potter a pillar of dust
Or Whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to Toor-a-Loor.
How could I till my forty acres
Non to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill – only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle-
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

(Edgar Lee Masters)
(da: “Antologia di Spoon River”)

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Per ascoltare Il suonatore Jones clicca QUI.

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Leggi altri estratti dall’Antologia di Spoon River:

Tom Beatty
Francis Turner

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Ospedale silenzio

Jacques Prévert - Paris, 1955Sul volto della sera
la lenta mano del sogno ha posto la maschera del ballo notturno
e sopra un vecchio quadrante solare
danzano le giovani ombre della luna
Vicinissimo
nella medesima luce
sorge una scritta

Ospedale Silenzio

Ma il ballo della luna
ha popolato quel silenzio d’una musica senza rumore
Nell’insonnia bruciante
d’improvviso i bambini si mettono a cantare
ma nessuno li sente
Il loro canto è un pianto
il pianto d’una pianta
in una serra
in esilio
Qualunque sia l’età della malata
è sempre la sua giovinezza a soffrire
è sempre la sua infanzia a gridare
a denunciare il male della sua lontananza
Ma è sempre nella bonaccia
quella giovinezza quell’infanzia
che si scorda di tutto e poi danza e sorride
in connivenza con la vita

Ospedale silenzio

Una malata parla da sola con tutta quella vita
lungo discorso folle e tenero
romanzo bello e terribile
e qualche volta anche così bello
Capolavoro mai scritto da nessuno
opera della febbre
lucida, acida e dolce
come il limone sull’albero uno spicchio già nel bicchiere
il bicchiere vuoto sul tavolo a mille leghe dalla mano
e nella nuova sete il ricordo d’aver bevuto
Tragedia in cui la speranza riprende la parte principale
e s’erge dinnanzi ai muri bianchi e nudi
poi attraversando la stanza nel suo peplo sanguinante
socchiude le cortine dell’amore e del vento
e d’improvviso sbigottita angosciata senza saper più
perché l’hanno chiamata ricade sul letto febbrile e
oppressa come un cattivo attore estenuato sotto i fischi
E il dolore la fischia

Ospedale Silenzio

Ma la malata più oppressa di lei la stringe fra le braccia
e le suggerisce la parte
pianissimo
rasente in lenzuolo
Il dottore ce l’ha detto
presto guarirai
E tutte e due se ne vanno cullandosi l’un l’altra
nel paese del sogno dove si ridestano il ricordo
e i rimpianti i progetti e i desideri

da qualche parte in Francia
Ospedale Parigi
quello dei bambini Malati in rue de Sèvres dove lei ha
fatto un lungo tirocinio di sofferenza di coraggio e
di breve euforia
dove gli uccelli ripetono ancora senza aver capito tutto
i ritornelli infantili inventati su due piedi
effimeri sortilegi contro il cattivo tempo

Lunedì martedì mercoledì giovedì
ancora un altro ieri ancora un altro oggi
Uno dice martedì
l’altro mercoledì
venerdì o domenica
venermanica o cadì
sabato cosa mi dice
se dico giovedì
e se dico giovedì è perché ricomincino
i giorni in cui non malati si poteva volar via
i bei giorni delle vacanze

Ospedale Silenzio

Passano le ore i giorni
le settimane i mesi
la malata adesso è a Vance sulla Costa Azzurra
e quasi del tutto completamente guarita

Ospedale Silenzio

Le quattordici ore della pena
non scoccano più per lei nel Mezzogiorno
E la sofferenza si scusa
da buona dama di compagnia
Ho tante cose da fare
mi perdoni se la lascio
cara amica

Ospedale Silenzio

La grandine s’è sciolta
l’uva non è perduta
Venuta da lontano l’allodola di Giulietta canta sull’ulivo
E sotto i passi della convalescenza
brilla la ghiaia della prima uscita
son tante stelle d’oro su capelli di pioggia

Ospedale Silenzio

La malata sorride
tutta felice d’essere al mondo senza chiedere perché ancora
una volta nuovissima come la prima volta ancora una volta viva
con tutta la vita.

(Jacques Prévert)
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Dello stesso autore:

I ragazzi che si amano
La disperazione è seduta su una panchina
Canzone del sangue
Tre fiammiferi

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I miti del nostro tempo

Umberto Galimberti - I miti del nostro tempoIl mito della giovinezza

(…) A sostegno del mito della giovinezza ci sono quelle idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è. Tra queste ricordiamo il fattore biologico, quello economico e quello estetico che, divenuti egemoni nella nostra cultura, gettano sullo sfondo tutti gli altri valori, per cui la vecchiaia appare in tutta la sua inutilità, e l’inutilità facilmente connessa all’attesa della morte. Nasce da qui la tendenza, sempre più diffusa tra le persone anziane, a non esporre la propria faccia o a nasconderla come oggi consentono gli interventi chirurgici o gli artifici della cosmesi. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce levigate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile o politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenia. (…)

(…) La pubblicità ci ha insegnato a visualizzare il nostro corpo come semplice interprete del desiderio dell’altro, allucinandolo con quei bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità che sono poi i nuovi valori da vendere. Basta guardare la televisione per accorgerci che tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della giovinezza, della sessualità gronda del peso del produttivismo, anche le funzioni vitali si presentano immediatamente come funzioni del sistema. La stessa nudità del corpo, che pretende di essere progressista ed emancipativa, lungi dal ritrovare la naturalità, al di là degli abiti, dei tabù, della moda, passa accanto al corpo, ormai reso inespressivo perché utilizzato come equivalente universale dello spettacolo delle merci. E così, anche nello splendore della sua bellezza e della sua giovinezza, il nostro corpo non riesce più a nascondere i segni univoci che lo marchiano, che non sono le rughe o l’incresparsi della pelle da cui ci può difendere il lifting, ma i bisogni indotti dalla nostra cultura e i desideri da essa manipolati, a cui il nostro corpo è stato piegato, e ridotto a puro e semplice supporto. (…)

(…) Ma come deve essere un vecchio? Naturalmente mite, dolce, sensibile, perché se si commuove troppo “ha l’arteriosclerosi”, se è gioviale “non accetta la vecchiaia”. Deve prendere parte alla conversazione, ma guai se ripete un aneddoto. Deve avere interessi, ma guai se progetta qualcosa come se fosse un ventenne. La vecchiaia quindi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri, che ai vecchi concedono uno spazio espressivo molto ridotto, oltrepassato il quale il vecchio o è giudicato trascurato, disordinato, sciatto, o ambizioso, vanitoso, ridicolo. E tra l’essere considerato scialacquatore o avaro, impotente o maniaco sessuale, senza personalità o testardo, imprudente o vigliacco, non si dà via di mezzo. Per i vecchi vale la legge del tutto o nulla. (…)

(…) E così, per essere accettati, i vecchi devono esprimere tutte queste virtù da cui sono dispensati i giovani: devono far tacere il desiderio sessuale che non si estingue con l’età, devono rinunciare ai contatti corporei che si addicono ai giovani, devono essere allegri ma con misura, devono partecipare alla vita familiare e sociale senza pretendere di essere ascoltati, devono essere autonimi e indipendenti, due modi per dire “soli”. (…)

(…) E allora il lifting facciamolo non alla nostra faccia, ma alle nostre idee e scopriremo che tante idee convenzionali, che in noi sono maturate guardando ogni giorno in televisione lo spettacolo della bellezza, della giovinezza, della sessualità e della perfezione corporea, in realtà servono per nascondere a noi stessi e agli altri la qualità della nostra personalità, a cui magari per tutta la vita non abbiamo prestato la minima attenzione, perché sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere, con il risultato di rischiare di morire sconosciuti a noi stessi e agli altri. (…)

(Umberto Galimberti)
(da: “I miti del nostro tempo”)

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Il vecchio nonno e il nipotino

vecchio nonno“C’era una volta un vecchio decrepito: gli occhi gli si erano appannati, dagli orecchi non ci sentiva più e le ginocchia gli tremolavano; quando poi era seduto a tavola, reggeva a malapena il cucchiaio, la minestra si versava sulla tovaglia e gliene colava un rivolo anche dalla bocca. Il figlio e la nuora ne avevano schifo, e andò a finire che al vecchio nonno toccò andare a sedersi in un angolo dietro la stufa, il cibo glielo mettevano in una ciotoletta a terra; e neanche a sufficienza. Lui guardava triste verso la tavola e gli si inumidivano gli occhi. Un giorno, poi, con le sue mani tremanti non fu capace di reggere la ciotola che cadde per terra e andò in pezzi. La giovane sposa lo sgridò, ma lui non disse nulla, sospirò soltanto. Allora lei gli comprò una ciotoletta di legno da due soldi e il vecchio dovette mangiar lì. Ed ecco, mentre se ne stavano così seduti, il nipotino di quattro anni mette insieme per terra delle assicelle. «Che fai?» gli chiede il padre. «Faccio un trogolino» risponde il bimbo «così ci mangeranno la mamma e il babbo quando io sarò grande.» Moglie e marito si guardano, cominciano a piangere, vanno a prendere il vecchio nonno, lo mettono a tavola. Da quel giorno lo fecero sempre mangiare con loro, e se si sbrodolava un po’ non dicevano niente”.

(Jakob e Wilhelm Grimm)

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