I gufi

gufo realeSotto i neri tassi che li riparano
stanno allineati i gufi come dei stranieri,
e dardeggiano all’intorno il loro occhio rosso.
Meditano.

Staranno senza muoversi
sino all’ora malinconica in cui,
spingendo via il sole obliquo,
le tenebre regneranno.

La loro posa insegna al saggio
che bisogna in questo nostro mondo
guardarsi dal tumulto e dal movimento;

l’uomo, inebriato da un’ombra che passa,
porta su di sé il castigo del suo aver voluto mutare.

(Charles Baudelaire)
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Dello stesso autore:

– Le chat
– La musica
– La pipa
– Epigrafe per un libro condannato
La botte dell’odio

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Il testamento interpretato da Esopo

Jean de La Fontaine - FavoleEsopo, se di lui si conta il vero,
valea da sol per senno
quanto l’Areopago tutto intero,
anzi quanto l’Oracolo d’Apolline,
come si può vedere
da questa strana istoria,
che al mio lettor non deve dispiacere.

Un certo uomo di Grecia
a tre figliole fu padre infelice,
d’indole pazza e fra di lor diversa:
l’una avara, secondo che si dice,
civetta l’altra e l’altra ubbriacona.
Quando l’ultimo fiato il vecchio rese,
fra lor divise in eque parti il suo,
colle norme vigenti del paese.

Ma pose un codicillo al testamento
non troppo chiaro, ossia che poi dovesse
alla madre pagar tanto per cento
il dì che non avesse più ciascuna
la sua parte speciale di fortuna.

A tutti parve un caso sibillino.
Come pagar potevano quel giorno
che più non possedessero un quattrino?
Non men d’adesso, non pareva allora
un buon sistema di pagare i debiti,
quando si sente d’essere in malora.
Si porta al tribunal la questione,
si senton gli avvocati,
ma voltala e rivoltala, è sì buia
la cosa, che i dottori imbarazzati
gettan la toga per disperazione,
consigliando a ciascuna di dividere
il loro senza più.
Per la parte che poi spetta alla vedova
a mo’ di transazione,
ecco ciò che da lor trovato fu:

“Convengano le parti
contribuire per un terzo al debito
pagabile secondo un dato termine,
oppur si stabilisca un’annua rendita,
dalla morte del padre decorribile,
da pagarsi alla madre in rate… eccetera”.

Così ben stabilito,
si fecero tre lotti come segue:
primo lotto: di ville di campagna
e luoghi di cuccagna,
con chioschi ben guarniti e con cantine
piene di malvasia,
vasi, piatti, bicchieri, argenteria,
o, per dirla in un’ultima parola,
tutto ciò che può far gola alla gola.

Secondo lotto: case di città,
mobili ricchi d’or, superfluità,
cosucce rare di galanteria,
eunuchi, belle schiave abili e destre
in ricamar, in pettinar maestre.

E terzo lotto infine:
campi, vigne, cascine,
gente e bestie da tiro e da fatica.
E inutile ch’io dica
che, fatta questa bella divisione,
senza tentare il gioco della sorte,
secondo il gusto, ognuna delle tre
prende la parte che conviene a sé.

I dotti e gl’ignoranti
trovaron la sentenza ben pensata.
Ma Esopo dimostrò che tutti quanti
avean presa una mezza cantonata.
Se il morto fosse vivo, egli dicea,
questo popol, che passa per sì fino
e acuto di natura,
farebbe una ben misera figura.
Che mai non si eran viste tanto male
interpretate l’ultime intenzioni
d’un padre da un solenne tribunale.

Esopo, il gran gobbetto,
in base alle suddette divisioni,
ad ogni figlia volle, e per dispetto,
dare la parte all’indole contraria,
ossia fiaschi e cantine
e tazze alla civetta;
alla bevona i campi e le cascine,
e cappellini e cuffie
alla sorella della mano stretta;
dicendo il savio Frigio
che coll’usar quest’arte,
le donne erano spinte
per far danari o per trovar marito
a sbarazzarsi della loro parte.

Così di lor ciascuna,
venduta la sua parte di fortuna,
avria dovuto pel paterno scritto
pagare sul momento
la madre e far compiuto il testamento.

Stupiron tutti quanti
che un uomo tal avesse più talento
di tutti insieme i dotti e gl’ignoranti.

(Jean de La Fontaine)
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Dello stesso autore:

– La volpe e l’uva
– L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale
– Il leone e il topo
– L’ubriacone e la sua donna
– Il lupo e il cane
– Il corvo e la volpe
Il pavone e Giunone

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“Scrivi e vinci”, 3° Edizione

scrivi-e-vinciOggi, 1 settembre, inizia la terza edizione di “Scrivi e vinci”. In palio una copia del mio primo libro: L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia.

Anche questa volta vi propongo un incipit e starà a voi scrivere una continuazione e conclusione della storia, secondo la vostra fantasia.

Ecco tutto quello che vi serve sapere per partecipare:

1. Le continuazioni dovranno essere inviate entro le 23:59 del 20 settembre.

2. Si può partecipare anche con più continuazioni.

3. La lunghezza massima della continuazione è di 10000 caratteri (cifra orientativa).

4. Il concorso rimane aperto a tutti, ma visto che il suo scopo è quello di diffondere il mio libro, chi l’ha già vinto durante la prima e seconda edizione di “Scrivi e vinci” non potrà vincerlo una seconda volta. Comunque le continuazioni migliori saranno segnalate.

5.  Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

6.  Il vincitore riceverà un’ e-mail all’indirizzo che rilascerà al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

7. Il 22 settembre verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi.

8. Il vincitore si aggiudicherà una copia de: L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia. Il libro arriverà direttamente a casa del vincitore, con autografo e dedica. Le spese di spedizione saranno a mio carico.

Essere scrittori in Italia è difficile, e gli esordienti hanno bisogno di fiducia da parte dei lettori. Partecipare a questo concorso significa impiegare del tempo e fare un po’ di fatica, e questo è un modo come un altro per guadagnarsi un libro. Insomma, è come pagarlo, se ci pensate. Il pagamento che vi chiedo ha più valore del denaro: è il vostro tempo ed è il coraggio di mettersi in gioco. Ricordate che scrivere deve essere per prima cosa un piacere. Divertitevi!

Buona fortuna a tutti!

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Tra le cose belle della vita ci sono certamente le sorprese. Una mattina ti svegli e non sai che prima che la giornata sia finita riceverai una notizia che ti illuminerà i giorni a venire o che conoscerai qualcuno che ti piacerà tanto da frequentarlo per il resto della tua esistenza. Gli strani incontri, poi, siano essi singoli episodi o casi frequenti, sono capaci, a volte, di cambiare la tua giornata. Che il cambiamento avvenga in positivo o in negativo, non si può mai sapere.
Così come un negoziante sorridente può metterci di buonumore, allo stesso modo una donna che raccoglie le lacrime in un fazzoletto può incupirci. Per strada si vede di tutto, dalle coppie che litigano alle madri che trascinano bambini urlanti che hanno preteso un giocattolo di troppo.
Alberto passeggiava spesso da solo per le vie della città: gli piaceva camminare lasciando che i pensieri fluissero e gli occhi vagassero, che i piedi lo portassero alla scoperta di viuzze sconosciute e la tranquillità lo pervadesse, alla fine della passeggiata. Riusciva a tornare in pace con il mondo dopo un sufficiente numero di passi, per cui la considerava una specie di cura contro l’inquietudine. Lo metteva di buonumore una giornata di sole e lo rattristava la pioggia, gli faceva sbocciare un sorriso sul viso la gente allegra incrociata lungo le vie e lo incupivano la tristezza e l’apatia su altri volti.
Un giorno di primavera in cui un bel sole tiepido colorava e scaldava il mondo e un vento fastidioso lo disturbava – almeno secondo Alberto – un uomo dall’aspetto strano gli si avvicinò. L’espressione contrita sul viso e la risolutezza con cui si dirigeva proprio verso di lui lo spiazzarono. Si fermò e attese.
Ragazzo… una parola! – disse alzando un dito per chiedere udienza e al contempo mimare il numero di parole che desiderava dire. Alberto disse solo sì mentre osservava l’uomo.
Sembrava avesse una settantina d’anni o giù di lì. Altezza media, magro come un giunco, capelli di un bel grigio uniforme, tagliati corti. Distinto nella figura e nell’atteggiamento, indossava abiti sobri, ma eleganti. I lineamenti del viso, resi spigolosi dal peso scarso, erano contratti in una posa di pietà.
Il cuore di Alberto si fece piccolo piccolo, quasi scomparendo nella gabbia toracica.
Ero studente anch’io, una volta. Mi laureai in filosofia nel 1968. Ho fatto il professore per tutta la vita. –
Le sue parole erano accompagnate da gesti lenti delle mani mentre sul viso la tristezza gli disfaceva la bocca e gli animava gli occhi.
– Sono una persona per bene… –
Alberto e il suo cuore osservavano e tacevano.
– Mia moglie non c’è più, mio figlio è morto, me l’hanno portato via dei bastardi e lo Stato non mi dà niente. Ho due nipotini. Non mi dà lavoro nessuno, non so come dargli da mangiare… –
Gli occhi dell’uomo, umidi di lacrime, non si staccavano dal volto di Alberto.
Ho ancora la mia dignità, non farmi mettere in ginocchio a supplicare… –
Oh no, ci mancherebbe! – rispose Alberto, di slancio e sinceramente provato.
Se potessi darmi qualcosa per comprare da mangiare ai miei nipotini… anche poco… non mi fare mettere in ginocchio a supplicare… –
Alberto sospirò e mise mano al portafogli. Non gli sembrava un mendicante né un imbroglione: le sue lacrime erano vere e non poteva credere che quel volto disfatto e quella voce tremante fossero una recita. Tolse dal portafogli una banconota da dieci euro e gliela diede.
Mi dispiace, più di così non posso… Sono solo uno studente. – si giustificò.
L’uomo gli strinse una mano tra le sue e con quegli stessi occhi e quelle stesse espressioni che tanto avevano turbato l’animo sensibile di Alberto disse: – Grazie… con il cuore. E buona fortuna per la vita. – Poi si allontanò, mogio mogio.
Buona fortuna anche a lei – rispose Alberto a mezza voce.
Si diresse verso casa con il cuore che da piccolo che era, ormai si gonfiava di tristezza.
L’uomo invece proseguì ancora mogio mogio per un centinaio di metri, poi scomparve dentro un portone. Alberto era ormai lontano, ma se avesse potuto vederlo, avrebbe subito una grande delusione: il volto dell’anziano e distinto signore non era più disfatto, ma disteso. Gli occhi erano asciutti e limpidi e un sorriso soddisfatto gli stendeva le labbra.

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Per quale ragione l’uomo ha ingannato Alberto?

Buona scrittura a tutti!

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Leggi il racconto completo

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Blog in vacanza

Anche questo blog va in vacanza, come è giusto che sia. Mi ritroverete qui l’1 settembre con nuovi post, una nuova edizione di “Scrivi e vinci” e molto altro. Buone vacanze a tutti!

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Il lupo e il cane

lupoUn Lupo già ridotto al lumicino
grazie ai cani che stavan sempre all’erta,
andando un dì per una via deserta
incontrava un magnifico mastino,
tanto grasso, tondo e bello,
che pensò di dargli morte
provocandolo in duello.
Ma vedendolo un po’ forte,
pensò invece con ragione
di pigliarlo colle buone.
Comincia in prima a rallegrarsi tanto
di vedere il buon pro’ che gli fa il pane.

– E chi vi toglie, – rispondeva il Cane, –
di fare, se vi accomoda, altrettanto?
Quella vita che voi fate
dentro ai boschi è vita infame
sempre in guerra e sempre in scrupolo
di dover morir di fame:
vita stracciata e senza conclusione
che non può mai contar sopra il boccone.
Venite dietro a me, mio buon compare,
che imparerete l’arte di star bene.
Vi prometto pochissimo da fare;
star di guardia, guardar chi va, chi viene,
abbaiare ai pitocchi ed alla luna
e sbasoffiare poi certi bocconi
di carne e d’ossa, d’anitre e capponi,
senza contar la broda
in pagamento del menar la coda -.

Udendo questo, della sua fortuna
il Lupo si rallegra fino al pianto.
Ma camminando dell’amico accanto
gli venne visto spelacchiato e frollo
del buon mastino il collo.

– Che roba è questa? – È nulla. – È nulla un corno!
– Suvvia non darti pena,
forse il segno sarà della catena
alla quale mi legano di giorno.

– Ti legano? – esclamò cangiando tono. –
Né correre tu puoi dove ti piace?
– Che importa? – Importa a me, colla tua pace;
fossero d’oro, i piatti tuoi ti dono,
non è una vita, no, che m’innamora -.
E presa la rincorsa, corre ancora.

(Jean de la Fontaine)
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Dello stesso autore:

– La volpe e l’uva
– L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale
– Il leone e il topo
– Il testamento interpretato da Esopo
– L’ubriacone e la sua donna
– Il corvo e la volpe
Il pavone e Giunone

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Il corvo e la volpe

Il corvo e la volpeSen stava messer Corvo sopra un albero
con un bel pezzo di formaggio in becco,
quando la Volpe tratta al dolce lecco
di quel boccon a dirgli cominciò:

– Salve, messer del Corvo, io non conosco
uccel di voi più vago in tutto il bosco.
Se è ver quel che si dice
che il vostro canto è bel come son belle
queste penne, voi siete una Fenice –

A questo dir non sta più nella pelle
il Corvo vanitoso:
e volendo alla Volpe dare un saggio
del suo canto famoso,
spalanca il becco e uscir lascia il formaggio.

La Volpe il piglia e dice: – Ecco, mio caro,
chi dell’adulator paga le spese.
Fanne tuo pro’ che forse
la mia lezione vale il tuo formaggio –
Il Corvo sciocco intese
e (un po’ tardi) giurò d’esser più saggio.

(Jean de la Fontaine)
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Dello stesso autore:

– La volpe e l’uva
– L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale
– Il leone e il topo
– Il testamento interpretato da Esopo
– Il lupo e il cane
– L’ubriacone e la sua donna
Il pavone e Giunone

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Montalbano e il questore

Andrea Camilleri - L'età del dubbio– Perdio! Montalbano! Lei è un pazzo da catena! Ma come fa a non rendersi
conto?! –
– Di cosa? –
– Due omicidi ci sono stati a Vigàta! E lei… –
La raggia l’assufficò, gli fici viniri la tossi.
Duvitti susirisi addritta, rapriri il frigobar, vivirisi un bicchiere d’acqua.
Tornò ad assittarisi tanticchia cchiu calmo.
– Ammette d’avere saputo che l’uomo ritrovato nel canotto era stato assassinato? –
– Sì. E infatti… –
– Zitto! Ammette d’avere saputo che un marinaio magrebino è stato assassinato? –
– Non vedo perché non dovrei… –
– Taccia! Ammette sì o no di avere allora iniziato delle indagini in proposito? –
– Certo. Era mio dovere di… –
– Silenzio! –
Zitto, taccia e silenzio. Montalbano ammirò la varietà d’intimazioni del questore. Volle provari
se era capace di trovarinni altre.
– Vede, signor questore… –
– Muto! Parlo solo io, per ora. –
Zitto, taccia, silenzio, muto. Ci provò ancora.
– Ma vorrei… –
– Sssccc! – fici il questori portannosi l’indici al naso.
No, sssccc non valiva, doviva essiri ‘na parola. E Montalbano non volli jocari cchiu e non dissi cchiu nenti.
– Ora risponda a una mia domanda ma senza tergiversare, senza divagare, senza … –
– …deviare, nicchiare, temporeggiare, barare? – suggerì a raffica Montalbano che manco il dizionario dei sinonimi.
Il questore lo taliò perplesso.
– Mi sta prendendo in giro? –
Montalbano fici al faccia compunta.
– Non mi permetterei mai! –
– Allora non dica stronzate e risponda! –
– Mi permette un’osservazione? –
– No –
Montalbano s’azzittì.
– Risponda! –
– Se non mi fa fare l’osservazione… –
– Avanti, la faccia e risponda! –
– L’osservazione è questa. Devo farle sommessamente notare che si è dimenticato di farmi la domanda. –
– Ah sì. Lo vede? Lei è l’unico qua dentro capace di mandarmi tanto in bestia da farmi… –
– Confondere? Frastornare? Disorientare? Perdere la bussola? –
– E basta, perdio! Non ho bisogno dei suoi stupidi suggerimenti! Insomma, perché di queste indagini non si è degnato di informare
né il pm né me? Me lo spiega? –
– E lei come l’ha saputo? –
– Non faccia domande cretine! Risponda e basta! –
A forza di parlari, quello gli stava facendo perdiri l’appuntamento con Laura. Montalbano addecise di tagliare.
– Me ne sono completamente scordato. –
– Se ne è scordato?! – ripitì sbalorduto il questore.
Montalbano allargò le vrazza.
Bonetti-Alderighi arrussicò come un pipirone e po’ fici prima un ruggito e appresso un barrito che parse d’esseri alla zoo.
– Ma lei co… cosa crede? Di ge… gestire una sua società pri… privata d’investigazioni? – gridò balbettando per la raggia
e susennosi a dritta col dito puntato contro il commissario.
– No, ma… –
– Zitto! –
E che faciva, arricomenzava con la litania camurriusa di zitto, silenzio, muto? Accussì avrebbiro fatto matina!

(Andrea Camilleri)
(tratto da: “L’età del dubbio”)

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Guida galattica per gli autostoppisti

Guida galattica per gli  autostoppistiGuida galattica per gli autostoppisti era, in origine, una serie radiofonica creata dallo scrittore e sceneggiatore britannico Douglas Adams. Nel 1979, dalle prime quattro puntate della serie venne fuori un romanzo, adattamento fatto dall’autore stesso. Guida galattica per gli autostoppisti è il primo di cinque libri collegati tra loro.

La lettura è piacevole e abbastanza scorrevole, specie nella prima metà. L’ironia è in ogni pagina e la fantasia illimitata. I personaggi sono strambi e divertenti, specie Marvin, il robottino depresso.

Nel 2005 è stata fatta una riduzione cinematografica di questo libro, Guida galattica per autostoppisti, diretto da Garth Jennings e basato sulla sceneggiatura scritta vent’anni prima da Douglas Adams stesso.

Come accade di rado, il film è più riuscito del libro. Le immagini rendono meglio i personaggi descritti da Adams, e il finale, unica parte della storia cambiata nel film, è, a mio parere, più soddisfacente. Un film divertente e piacevole, che vi consiglio. La scrittura di Adams non ha nulla di godibile di per sé. C’è la storia, ci sono le idee, c’è una certa apprezzabile semplicità e scorrevolezza, ma null’altro. E visto che esiste questo bel film, vi consiglio di lasciar perdere il libro, stavolta. Non che leggere faccia mai male, però con tutta la scelta che c’è, di certo non resteremo all’asciutto.

Vi lascio con un estratto. Buona lettura!

“Il Signor L.Prosser era, come si suol dire, soltanto umano. In altre parole era una forma di vita bipede a base carbonio, discendente da una scimmia. In particolare, il signor Prosser aveva quarant’anni, era grasso e scalcagnato e lavorava per il locale consiglio. Abbastanza curiosamente era, anche se non lo sapeva, un diretto discendente, in linea paterna, di Gengis Khan. Ma miscugli raziali intervenuti in successive generazioni avevano talmente alterato i suoi geni, che non si riscontravano più in lui le caratteristiche del mongolo, e che le uniche tracce della sua augusta ascendenza erano una gran pancia e una particolare predilezione per i cappelli di pelo.”

(Douglas Adams)
(da: “Guida galattica per gli autostoppisti”)

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Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 2° edizione

winnerPartecipare ad un concorso come “Scrivi e vinci” può presentare delle difficoltà, me ne rendo conto. Sta sperimentando, imparo insieme a voi, e sono in attesa dei vostri consigli per migliorare questo concorso, che tornerà a settembre. In questa edizione mi sono trovata un po’ in difficoltà quando è stato il momento di scegliere 1°, 2° e 3° classificato. Dopo l’incipit, ho specificato le mie richieste:

1. Nelle prime righe si parla di una conversazione pazzesca avvenuta tra i due: nella continuazione ci si deve in qualche modo collegare a quello.

2. Serve una descrizione della persona con cui la donna misteriosa ha l’appuntamento.

Apparentemente nelle vostre continuazioni c’era la descrizione e anche la conversazione, ma la coerenza rispetto all’incipit è mancata quasi i in tutte. Quando si scrive un racconto la coerenza è importantissima, non ci si deve contraddire né si può lasciare da parte qualcosa di evidenziato in una parte tralasciandone la spiegazione in quella successiva. La conversazione avrebbe dovuto essere insolita, e in molte continuazioni non è stato così, ma soprattutto, la maggior parte delle vostre descrizioni del personaggio entrato nel bar dopo la donna non giustificava affatto occhi spalancati e silenzio generale da parte del barista e dei camerieri.
Per queste ragioni, il vincitore è Davu, colui che ha rispettato le regole inventando e descrivendo un personaggio insolito e una conversazione fuori dal comune. L’idea è buona, la coerenza c’è, la scrittura è piacevole e scorrevole. Complimenti a Davu, 1° classificato.

Seppure il vecchietto descritto da Angela di Salvo non sia una figura tale da far spalancare gli occhi, ma magari da far alzare un sopracciglio, ho apprezzato molto la sua continuazione. Bella l’idea, bella la scrittura. Angela è il 2° classificato.

Nella continuazione di Veipone, la descrizione del personaggio non giustifica la reazione dei presenti (che presumibilmente avrebbero dovuto intristirsi, non rimanere sbalorditi), ma è decisamente una continuazione buona. Molto divertente e ben descritto questo triste personaggio, notevoli i dettagli di contorno, come gli uccellini che smettono di cantare e successivamente volano verso mete più allegre, come il monumento ai caduti… Veipone è il 3° classificato. Il Marvin di Douglas Adams direbbe: “Tanto non serve a niente…” 😉
Avevo stabilito di pubblicare in questo post il mio incipit e la continuazione migliore, ma mi rendo conto che chi volesse leggere quella del secondo e del terzo classificato ci arriverebbe con una certa scomodità, così cambierò in corsa e pubblicherò di seguito, dopo l’incipit, tutte e tre le continuazioni. Mi perdonerete, spero. 🙂 In compenso, quando a settembre creerò una sezione in questo sito in cui inserire i racconti venuti fuori da i vari “Scrivi e vinci”, sarà solo la continuazione del primo classificato quella che verrà pubblicata.

Grazie a tutti i partecipanti per aver investito le proprie energie e il proprio tempo in questo gioco. Invito tutti a partecipare anche alle prossime edizioni, perché oltre ai premi, c’è comunque il piacere di confrontarsi, l’esercizio di scrivere con linee guida altrui, lo sviluppo della fantasia.

Adesso godetevi il racconto completo. Buona lettura!

I tavolini dei bar sono spesso depositari di segreti e intrighi, curiose conversazioni e strani litigi. Agli esseri umani piace sfogarsi davanti ad un caffè o un cappuccino, un liquore o un drink qualsiasi, forse per addolcire la bocca, resa amara dalle parole rimaste chiuse troppo tempo nella soffitta buia del cervello. Certi bar, poi, sono particolarmente invitanti, così i tavoli al loro interno sono colmi di residui di parole e del ricordo del tocco delle mani che si sono posate sulla loro superficie. Ah, se quei tavoli potessero parlare, chissà quante storie potrebbero raccontarci! C’è un tavolo in particolare, in un bar delle periferia della città, che un giorno ebbe modo di sentire la conversazione più pazzesca di tutte, e per di più tra due persone che rappresentavano la coppia peggio assortita che si fosse mai vista. Quell’elegante tavolino tondo, di legno verniciato di nero, ebbe modo di vedere da lontano la persona che si sarebbe accostata con una sedia al suo levigato piano. Alle tre e quattordici di un pomeriggio di aprile, una donna sui trent’anni fece il suo ingresso nel bar, arrampicata ad arte su tacchi di dodici centimetri, sottili come il corpo di una penna bic. Ancheggiando e spingendo un ciuffo ribelle di capelli all’indietro, con pochi passi raggiunse il tavolino scelto, troppo presa dai suoi pensieri per accorgersi dell’abnorme quantità di occhi rimasti attaccati ad ogni curva del suo corpo. Mentre il barista si riprendeva a fatica e le cameriere sorridevano e scuotevano la testa per il triste spettacolo che gli uomini avevano offerto, la donna misteriosa, che metteva piede in quel bar per la prima volta nella sua vita, si sedette, accavallò con noncuranza le lunghe gambe avvolte in fuseaux dorati e poggiò con cura la grande borsa dello stesso colore sul tavolino, occupandone metà della superficie. I capelli di un bel castano ramato, di lunghezza media, le ricadevano sulle spalle in morbide onde. Gli occhi castani, pesantemente truccati e davvero poco espressivi, e la bocca dalle pose da diva non la facevano di certo sembrare una persona dalla spiccata intelligenza. Si muoveva con una delicatezza studiata e osservava il mondo senza alcuna curiosità. Quell’aspetto curato fino all’eccesso, era il risultato di una vita trascorsa ad inseguire la bellezza per non si sa quale scopo. Le sopracciglia seguivano una linea perfetta, le labbra, ridisegnate dalle linee marcate di una matita color mattone, erano colorate da un rossetto dello stesso colore; il viso, il cui colorito veniva reso uniforme da un generoso strato di fondotinta e cipria, non presentava alcuna imperfezione, le ciglia allungate ed evidenziate dal mascara cercavano di dare allo sguardo più profondità. Le mani, le cui dita affusolate erano cinte da raffinati e preziosi anelli d’oro, parlavano di ore di manicure e molto denaro speso. Sulla superficie delle unghie finte, laccate di un delicato rosa perlato, piccole margherite bianche erano state applicate da un’estetista precisa fino alla paranoia. L’abbigliamento metteva in risalto ogni grazia: i fuseaux e la gonna di jeans per le gambe lunghe e magre, i tacchi per l’altezza, il reggiseno imbottito e push-up per il seno e per la stessa ragione la scollatura, la maglietta aderente per la vita sottile e la gonna stretta per i fianchi; infine una giacca corta e stretta in vita, lasciata chiusa solo fin sotto il seno per non coprire nulla. Muoveva nervosamente un piede e guardava in continuazione l’orologio dorato che le adornava il polso. Se fosse stata una fumatrice, di certo sarebbe uscita dal bar per una sigaretta, ma mai avrebbe preso in considerazione una simile possibilità: il tabacco le avrebbe ingiallito denti e dita, il che non era ammissibile.
Quando un giovane e timido cameriere le si accostò per chiederle cosa desiderasse, la donna accennò un sorriso di plastica e disse: “Aspetto una persona”. Il ragazzo fece cenno di sì e si allontanò. Non aveva mai visto dal vivo una donna così bella, gli ricordava la modella il cui corpo faceva mostra di sé sulle pagine patinate del calendario che aveva in camera da letto.
Mentre il ragazzo tornava dietro il bancone, uno strano silenzio cadde sul bar. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate dallo stupore, tutti rimasero congelati nel mezzo di quello che stavano facendo e seguirono con lo sguardo, quasi senza respirare, la figura che si dirigeva lenta verso la meravigliosa donna seduta sola al tavolino…

1°classificato:

Ogni passo dello sconosciuto era accompagnato da un tonfo sordo.
L’uomo, alto e piazzato, aveva mossi capelli brizzolati che crescevano selvaggi sulla sua testa, il pizzetto dello stesso colore, la pelle bronzea, cotta dal sole, coperta in alcune zone da macchie tendenti al rosa. Indossava una lunga giacca blu con i bottoni dorati, che comunque non riusciva a nascondere il suo pancione prominente. Sul lato destro della bocca, una pipa pendeva senza emettere fumo. Ma, senz’ombra di dubbio, la cosa che aveva attirato l’attenzione dei presenti era l’assenza della gamba sinistra, o meglio la presenza del suo sostituto ligneo.
Zoppicando, raggiunse il tavolino occupato dalla donna, nascosto agli occhi e alle orecchie altrui da un separé, e mimando un inchino disse con voce roca: “Buon pomeriggio, Madame. Perdoni il ritardo”. La donna per un attimo lo fissò perplessa ma poi rispose “Si accomodi” indicandogli la sedia dall’altra parte del tavolino. Lui prese posto e poggiandosi sui gomiti si mise a fissarla.
La donna percepì il peso di quei penetranti occhi verdi che la studiavano come stessero passando al setaccio la sua anima. Decise quindi di fare una battuta per rompere il ghiaccio: “Non mi aspettavo certo di avere a che fare con il capitano Achab… anche se il suo contatto mi aveva fatto una sua vaga descrizione”.
Accennando un sorriso le rispose: “Oh, questo è niente… mi diverto a travestirmi. Col mestiere che faccio, capisci bene che non posso mostrarmi in giro come se niente fosse. Ai clienti poi… ” quindi aggiunse: “Ah, posso darti del tu, vero?”
“Certo. Strano posto per un incontro del genere. Mi sarei aspettata piuttosto di incontrarti nella zona industriale.”
“Preferisco i luoghi affollati, non si sa mai… Dunque, miss… miss?”
“Ehm… diciamo Maria”
“Ok, miss Diciamomaria… cosa vuole che faccia?”
Maria raccolse l’enorme borsa dorata e ne estrasse una candida busta di carta. La aprì, scartabellò un momento, quindi porse all’uomo due fotografie. In una c’era raffigurata una bellissima ragazza sdraiata su una spiaggia. Aveva la pelle nera dall’abbronzatura, ricci capelli corvini e un corpo perfetto che il costume a due pezzi metteva in risalto. La seconda foto invece riportava un primo piano della stessa ragazza. Quest’ultima, senza neanche un filo di trucco, era di una bellezza da mozzare il fiato anche al più misogino degli uomini. Lui le osservò per qualche istante mentre con la bocca faceva roteare la pipa.
Nel frattempo, si era avvicinato al tavolo il giovane cameriere. Attese di ricevere attenzione dalla strana coppia tamburellando nervosamente con le dita sul blocchetto per le ordinazioni. Quando finalmente ‘Achab’ staccò gli occhi dalle foto per posarle su di lui gli chiese: “I signori desiderano ordinare?” Maria ordinò un caffè veneziano mentre l’altro con voce roca disse “Yo-oh-oh, portami una bottiglia di rum”. Il ragazzo annotò tutto sul blocchetto e perplesso si allontanò da loro.
‘Achab’ riconsegnò le foto a Maria dicendo: “Davvero un gran pezzo di figliuola. Chi è?”
“Non t’importa” rispose lei in tono severo.
“Senti cocca, io sono un professionista rispettabile. Se vuoi un ladro di polli qualsiasi, vattelo a cercare al porto o nella zona industriale. Ci salutiamo qui.” E fece per alzarsi.
“Aspetta” lo fermò lei.
L’uomo tornò a sedersi e riprese a fissarla con i suoi enigmatici occhi verdi. Maria restò in silenzio per qualche minuto ragionando con se stessa. Tornò il cameriere e consegnò quanto avevano ordinato. ‘Achab’ lo guardò e disse sorridendo “Yo-oh-oh”. Quando se ne fu andato, Maria sbuffando prese a raccontare: “Qualche mese fa è venuta a mancare mia madre. Essendo figlia unica, immaginerai il mio sconcerto quando arrivata dal notaio per sbrigare le pratiche riguardanti l’eredità, ho scoperto di avere una sorellastra.”
“Quindi si tratta di soldi…” affermò l’uomo.
“Lasciami finire. La ragazza era stata data in affidamento a un orfanotrofio. Ho saputo dal notaio che mia madre negli ultimi mesi aveva fatto delle ricerche per ritrovare la figlia perduta… ed eccola lì. Mia madre le ha lasciato metà dell’eredità, casa compresa, e vi si è trasferita. Hai visto com’è? Ti pare possibile che la natura sia stata così buona con lei mentre io sono dovuta ricorrere più volte al chirurgo estetico? Che ogni volta che devo uscire da casa, sono costretta a perdere due ore della mia vita a rendermi presentabile mentre lei non ha alcun problema?”
“Mh mh” mugugnò lui assentendo col capo e mormorando: “Invidia…”
“Non puoi capire la frustrazione” disse lei visibilmente irritata. “Ogni maledetta mattina io mi alzo e non riesco a guardarmi allo specchio mentre quella stronzetta è fresca come una rosa. È una tortura che dura da mesi ormai. Non ce la faccio più. Per questo ti ho contattato.”
“Vuoi che sembri un incidente?”
Maria prese nuovamente la busta di carta e ne estrasse un foglio che piazzò al centro del tavolino.
“Questa è la piantina della casa. È in periferia, quindi non ti dovrai preoccupare di gente in giro. La sera che concorderemo, anche oggi se sei disponibile, lascerò accostata questa finestra al pianterreno” e indicò un cerchio rosso sul foglio. “Dovrai salire questa scala ed entrare nella seconda porta a destra. Quella puttanella dorme qui” e indico una ‘x’ rossa. “Il tutto deve passare per una rapina finita male. Il ladro entra dalla finestra dimenticata aperta, gira per casa e capita nella camera della ragazza. Questa si sveglia e fa per chiamare aiuto, il ladro la uccide e scappa. A questo punto entro in gioco io che svegliata dai rumori, trovo la mia povera sorellina morta e chiamo la polizia. Ovviamente ho già provveduto a far scomparire alcuni oggetti di valore di cui denuncerò la scomparsa.”
“Vedo che hai pensato a tutto, complimenti. Farò una cosa pulita.”
“Deve sembrare una rapina… ma cerca di farla soffrire il più possibile” sibilò lei.
Con la stessa naturalezza di uno che chiede un cappuccino al bar, lui disse: “Va benissimo” e stappando la bottiglia di rum si riempì il bicchiere. Poi aggiunse: “Resta solo di parlare del compenso”.
Maria sorseggiando il caffè rispose: “Ho già pronta la cifra pattuita col tuo contatto. Né avrai metà ora e metà a lavoro finito” quindi estrasse dalla borsa un beauty case rigonfio e glielo passò da sotto il tavolo. L’uomo lo prese e aprì la cerniera quanto bastava per sbirciarne il contenuto. Quindi lo richiuse e disse: “Sono certo che sono giusti. Non tenteresti scherzetti suicidi… beh, direi che è sufficiente…” poi alzandosi aggiunse: “Vado un attimo al bagno”.
L’uomo, zoppicando verso la toilette, passò accanto al giovane cameriere che stava lì in attesa da quando quella bizzarra conversazione era iniziata. Con un ampio sorriso disse “Yo-oh-oh” e poi aggiunse a voce più bassa: “È ora che la signora paghi il conto” quindi continuò zoppicando verso la sua destinazione.
Ricevuto il segnale che attendeva, il cameriere si avvicinò al tavolino della signora portando un vassoio e iniziò a sparecchiare. Una volta alle sue spalle, brandendo il coltellaccio che aveva nascosto sotto il grembiule, le tappò la bocca con la mano libera e la sgozzò. Con un sommesso gorgoglio, la donna cadde riversa sul nero tavolino che adesso andava ricoprendosi di sangue. Riposto il coltello sotto il grembiule, anche il cameriere si avviò verso il bagno.

Quando un cliente, appena entrato, dirigendosi verso i tavoli scivolò sulla rossa sostanza mentre si avviava al bancone, si accorse dello stato in cui si trovava la donna e nel locale scoppiò il caos. L’uomo quindi andò in bagno per pulirsi e qui incrociò solo un curioso ometto dalla pelle quasi albina, senza capelli né barba, vestito in maniera elegante, che vedendolo lordo di sangue non si scompose e lo salutò con un cenno del capo.
Il cliente ricambiò distrattamente il saluto, ancora shockato per quello che era successo nel bar, e quando in seguito la polizia lo avrebbe interrogato, dell’uomo incontrato in bagno avrebbe ricordato soltanto gli scintillanti occhi verdi.
L’ometto attraversò il bar in cui regnava la confusione più assoluta e varcò la soglia mentre l’ambulanza parcheggiava lì davanti sgommando.

Quella sera, chiunque fosse passato sul lungomare avrebbe visto passeggiare chiacchierando una stupenda ragazza mora e abbronzata accompagnata da un insignificante ometto albino e glabro.

(Chiara Vitetta e Davu)

2° classificato:

Era un uomo piccolo e magro e camminava zoppicando appoggiandosi ad un bastone. Gli occhi neri di pece sembravano due fessure taglienti come una lama, le labbra sottili e imbronciate trasmettevano perfidia e disappunto.
I lunghi capelli bianchi e spennacchiati incorniciavano un volto scarno e lineamenti spigolosi e avvizziti dal tempo e dai malanni, le sopracciglia folte e aggrottate non promettevano niente di buono.
Anche l’abbigliamento, che avrebbe voluto essere sobrio ed elegante, metteva in mostra un vestito blu stropicciato più grande di almeno una taglia e quella cravatta gialla a righe, malamente annodata al collo, stonava come un pugno in un occhio.
Trascinandosi la sua gamba e tossendo rumorosamente, puntò dritto verso di lei e senza un saluto le si sedette di fronte, guardandola in fondo agli occhi senza cambiare espressione. Poi, dopo qualche minuto di silenzio, calmata la sua tosse, riuscì finalmente a parlare.
– E così sei venuta… mi avevi detto di avere un impegno. Grazie…
– Di niente. Ma ho ancora il mio impegno… l’ho solamente spostato di un’ora.
– Quindi abbiamo soltanto un ora… non so se basterà, Giorgia.
– Io invece credo che sia anche troppo. Che cosa vuoi? E come hai fatto a rintracciarmi?
– Non è stato difficile… ci sono molte persone in città che hanno il tuo numero, anzi i tuoi numeri di cellulare. E io ho ancora molti amici, nonostante i miei guai.
Quel tono calmo e deciso l’avevano indisposta parecchio ma continuò a rispondere pacatamente, senza scomporsi.
– Senti, se mi hai cercata per raccontarmi i tuoi guai, ti comunico che non ne ho alcuna voglia.
– Eppure forse dovresti averne. Non ci sentiamo da anni…
– Abbiamo vissuto escludendoci reciprocamente dalle nostre vite, senza sapere niente l’uno dell’altro. Che senso avrebbe adesso farci i rispettivi consuntivi?
– Io invece della tua vita so tutto… anche il mestiere che fai. Puoi andarne fiera: una affascinante e ricercata escort… proprio una bella carriera. Non avresti potuto desiderare di meglio. –
La palese ironia che trapelava dalle sue parole avevano irritato ancora di più la ragazza, ma non riusciva a reagire a dovere perché stranamente il tono della voce dell’uomo non trovava riscontro nella mimica del suo viso che rimaneva identica, come scolpita in una maschera di cera.
Per questo Giorgia continuò la conversazione con apparente indifferenza, sperando di spicciarsi prima del tempo.
– Svolgo un mestiere come un altro, accompagno uomini d’affari stranieri e politici a cene d’affari o a ricevimenti, e faccio anche da interprete,quando occorre… non mi pare affatto di meritare il tuo sarcastico giudizio. E comunque sono fatti miei, se non ti dispiace.
– Certo, sono fatti tuoi, hai ragione. Ma non dirmi stronzate perché sappiamo tutti e due quello che fai… perciò non assumere quell’aria da santarellina: sei ridicola.
Stavolta Giorgia scatto in piedi alzando il tono della voce.
– Non hai alcun diritto per parlarmi così! Quindi,se non devi dirmi altro, io me ne vado…
– Siediti – disse perentoriamente l’uomo – Non ho finito.
Giorgia tornò a sedersi accavallando di nuovo le lunghe e splendide gambe con spavalderia, imponendosi di non perdere più il controllo; aveva diversi appuntamenti nella giornata e non poteva andarci troppo stressata.
– E allora concludi – disse osservando il suo raffinato orologio dorato – il tempo passa. E quando l’ora che ti ho concesso finirà, io mi alzerò e non riuscirai più a trattenermi.
– Davvero? Potevi non venire all’appuntamento, se non ti andava.
– Sono venuta semplicemente perché mi hai detto che dovevi comunicarmi una cosa di vitale importanza per me. E io, come sai, sono molto curiosa… –
Sorrise forzatamente,mostrando i suoi bianchissimi denti e un sorriso incantevole, ma dentro di sé si sentiva un po’ agitata senza una ragione.
– E’ una cosa importante per il tuo futuro, è vero – confermò l’uomo – Ma non può esserci futuro se non si chiudono i conti con il passato.
– Che significa?
– Hai dimenticato il tuo passato, Giorgia? Hai dimenticato quanto hai patito per colpa di tuo marito e di quanta violenza hai dovuto subire?
La giovane alzò le spalle continuando a sorridere, mentre frugava nella sua capiente borsa griffata cercando lo specchietto e il rossetto per ripassarlo sulle labbra. Ma in quella borsa troppo grande faticava spesso a trovare le cose, quindi ci rinunciò quasi subito.
– Acqua passata. Io non sono più quella di una volta. Ero giovane e molto innamorata…
– E non riuscivi a lasciarlo, nonostante lo ripetessi puntualmente quando ti picchiava e ti trattava come una schiava…
Giorgia rimase assorta per qualche attimo e poi scoppiò in una risata nervosa.
– La dipendenza della vittima dal suo carnefice! Non lo sapevi? – disse appena riprese fiato – Me lo ha detto lo psicanalista dopo la mia lunga terapia… ma alla fine ne sono uscita.
– Tu ne sei uscita? Tu? – aggiunse l’uomo con tono duro – Allora ti sei scordata che sono stato io ad ammazzarlo il bastardo in quella fredda sera di inverno, appostato in quel vicolo, dopo che era uscito strafatto dal suo club pronto per ritornare a casa e scaricare su di te la sua ennesima furia…
Stavolta Giorgia non riuscì a mantenere la calma e lo interruppe rabbiosa ma con voce appena percettibile.
– Stai zitto! Ti sembra il caso di fare questo discorso qui, in un luogo pubblico dove anche i tavoli hanno orecchie? Sei diventato matto? –
Lei si guardò attorno con circospezione ma nessuno sembrava guardare verso di loro; sospirò, però non si sentiva per niente rassicurata.
L’uomo continuava a rievocare il passato e non la guardava nemmeno in faccia, tanto era preso dalla tragica visione che si era affacciata nella sua mente che sentiva da qualche tempo traballante.
-Ma io l’ho colpito con quella spranga così tante volte che poi alla fine mi facevano male le braccia. Un colpo per tutte le volte che ti ha fatto piangere, e un colpo per tutte le volte che ha fatto piangere me… –
Bisbigliava piano adesso, ma non per paura che gli altri ascoltassero… solo perché la voce se n’era andata, soffocata da un odio implacabile, ancora più vivo di quanto fosse lui stesso.
Rivedeva il suo corpo muscoloso e atletico buttato lì per terra come una marionetta in quella strada buia e deserta, era tutto ricoperto di sangue ma non gli faceva impressione, immaginava che fosse il colore caduto per terra di un bizzarro pittore che aveva scelto molto rosso per dare intensità al suo quadro, mentre dipingeva uno straordinario tramonto.
E per quel delitto nessuno aveva pagato perché, dati i precedenti della vittima, era stato archiviato come un regolamento di conti della malavita, senza che si fosse mai trovato il responsabile.
– Ho fatto in modo di fare quello che dovevo fare – riprese a parlare – approfittando del fatto che quella sera tu eri andata ad assistere tua madre in ospedale e avevi un alibi di ferro. Così nessuno avrebbe mai potuto rivolgere verso di te alcun sospetto. –
Adesso che la sua rievocazione si era conclusa, aveva ripreso a tossire e si passava in faccia un sudicio fazzoletto di carta.
La giovane lo aveva ascoltato senza trovare la forza di interromperlo e adesso che aveva finito, si sentiva sollevata e non vedeva l’ora di svettare sui suoi tacchi e andarsene via come se quella conversazione non fosse mai avvenuta.
Ma ancora non riusciva a capire la ragione vera di quell’incontro ed era solo per questo che non se n’era ancora andata approfittando del fatto che l’uomo che le stava di fronte, preso dal suo racconto, non si accorgesse più della sua presenza.
– Perché mi hai raccontato tutto questo dopo tanto tempo? Che senso ha? – chiese alla fine dopo che l’attacco di tosse del suo interlocutore si era smorzato.
– Il mio è stato un gesto di amore per te – disse con dolcezza improvvisa e non si era accorto del cameriere che gli stava a fianco.
– Desiderate ordinare qualcosa?
– Sì, io un bicchiere di acqua tonica con ghiaccio – rispose Giorgia a cui era venuta una gran sete.
– Io prendo un caffè – aggiunse l’uomo con tono sbrigativo – Ma per favore, faccia presto perché abbiamo fretta.
– Bene – disse il cameriere mentre annotava le ordinazioni e intanto provava pena per quel poveraccio che, magari da innamorato senza speranza, faceva da mentecatto davanti a quella splendida donna inaccessibile di certo per un tipo come lui.
– È stato un atto d’amore che non è servito a niente – riprese a fatica l’uomo – credevo che, dopo esserti liberata dal tuo incubo, avresti incominciato a vivere libera e serena. E invece sei entrata in quel giro di puttane di lusso e ti sei dimenticata di me. – Si fermò come se gli mancasse il respiro, ma stavolta la tosse lo risparmiò.
– Volevo salvarti e ti sei perduta lo stesso… e anche io ho perso te. Hai spento la tua anima e acceso il tuo corpo, hai curato la tua bellezza perché non avevi più niente da curare se non quello che ti era rimasto: un involucro esteticamente perfetto, tanto perfetto da sembrare finto. –
– Ora basta! – ribattè seccamente la ragazza – Stai vaneggiando. Non devi rinfacciarmi niente, quello che hai fatto, ammesso che sia stato tu a farlo, non mi tocca, è stata una tua scelta. E non me ne importa niente. Io ho la mia vita, sono un’altra persona, devi rassegnarti e lasciarmi in pace.
– No, adesso è venuto il momento di regolare i conti. Io sono malato e non penso di avere una vita lunga… ma non voglio morire da solo come un cane. Perciò tu adesso lasci la tua bella vita, liquidi subito il tuo bel mestiere e vieni con me, fino alla fine dei miei giorni. Magari, chissà, questa esperienza ti farà tornare ad essere umana e non questa stupida bambola che sei diventata.
_ Cosa? Cosa? – esclamò inebetita la ragazza senza credere a quello che stava ascoltando, all’assurdità allucinante di quelle parole che sembravano un ordine piuttosto che una pazzesca richiesta – Come puoi pensare che io possa lasciare la mia vita, che mi piace tanto, e seguire un vecchio pazzo e malato fino alla sua morte? Ma dico, sei ammattito? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?
– Certo – riprese l’uomo pacatamente – Me ne rendo conto, ma tu lo farai. –
Giorgia si abbandonò di nuovo alla sua nervosa risata, poi prese la sua borsa e decisamente si accinse ad alzarsi.
– Questo è troppo. Me ne vado, sono stata una stupida a venire.
– Fossi in te, non lo farei. Se lo fai, io vado a costituirmi subito. Dirò quello che ho fatto e andrò a marcire in prigione. Ma tirerò in ballo anche te rivelando che mi hai spinto all’omicidio, che mi hai condizionato ad un punto tale che non avrei potuto fare altro. –
– E pensi che ti crederanno? Tu deliri, sei completamente fuori di testa.
– Ho conservato tutte le tue lettere, tutti i tuoi biglietti, tutte le email che mi hai mandato dove mi supplicavi di aiutarti a togliertelo di torno, mi chiedevi persino di ucciderlo per salvarti dalla tua disperata condizione. Avrai delle attenuanti, ma dovrai sopportare un processo, dovrai difenderti. Dovrai cercare un avvocato per tirarti fuori dai guai e sarai costretta comunque ad interrompere la tua fiorente attività. E non è escluso che anche tu possa farti qualche annetto di galera. Che ne dici? –
L’uomo parlava seraficamente come se stesse prospettando chissà quale esperienza speciale ed allettante per lei e sembrava non accorgersi del suo sguardo stralunato e del terrore contenuto che aveva stampato sul suo volto.
Giorgia lo ascoltava sbalordita esporre le sue ipotesi con tanta pacata dolcezza e non si curava nemmeno che il sudore le aveva fatto colare il suo fondotinta e che il rimmel, abbondantemente sparso sulle sue lunghe ciglia da donna fatale, fosse stato sbavato dalla sua mano che si fregava gli occhi come per svegliarsi da un brutto sogno.
– Ma capisco che ti ho presa alla sprovvista. Tu mi hai concesso un’ora, io te ne concedo ben quarantotto per decidere. Questo è il mio indirizzo e il numero di telefono. Scaduto il tempo, se non ti fai viva, vado alla polizia – disse posando uno sgualcito bigliettino sul tavolo, mentre il cameriere era tornato con il suo vassoio.
L’uomo tirò fuori dalla tasca degli spiccioli e li posò sul tavolo.
– È troppo tardi, mi spiace, beva lei il mio caffè, offro io. –
– Anche questo lo faccio per amore…..ma tu non sai più che cosa voglia dire amare – Proferì le sue ultime parole con amarezza e poi uscì fuori dal bar zoppicando con il suo bastone seguito dallo sguardo compassionevole del cameriere. La giovane e splendida donna rimase ancora da sola seduta con le braccia appoggiate al tavolo per un tempo incommensurabile senza riuscire a muoversi né a bere la bibita per spegnere la sua terribile sete.
Poi, scattando come una molla, si alzò urtando il tavolo nero e facendo cadere a terra il bicchiere che si infranse in mille pezzi, ma lei non se ne curò affatto e uscì fuori gridando:
– Papà, aspetta… papà!!! –
Si mise a correre per cercare di raggiungerlo ma il tizio si era dileguato in fondo alla strada o, se era ancora nei paraggi, si era mescolato fra i passanti e Giorgia non era più in grado di distinguere la sua figura.
Ma lei continuava a chiamarlo e a vagare fra la gente e non si curava dell’ammirazione che suscitava il suo corpo aggraziato persino nell’affanno della corsa, mentre il rumore del traffico inarrestabile copriva il suo richiamo ormai inutile.

(Angela di Salvo)

3° classificato:

Le sue spalle erano curve come se fosse caricato col peso delle sofferenze del mondo. I passi lenti e cadenzati come se muovesse al ritmo delle fanfare di paese che accompagnano i morti in processione. Lo sguardo cupo e disilluso, rivolto verso il basso, sembrava seguire un percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo, che lo guidava a schivare i tavolini e le sedie senza neppure sfiorarli. Mentre avanzava, lei lo fissava un po’ infastidita dal fatto che un uomo così avesse potuto distogliere l’attenzione da lei. Passarono, lenti, interi minuti, prima che l’uomo raggiungesse il posto immediatamente di fronte alla ragazza. Stando ancora in piedi, appoggiò le mani sul tavolino e tutto il suo peso sulle mani. I suoi occhi stanchi puntati verso quelli di lei.
La sua faccia si deformò in una maschera triste come quella di una zucca di Halloween tagliata male, che poteva essere la più alta espressione di sorriso della quale lui fosse capace.
Si sentiva nell’aria una tensione palpabile. Tutti i clienti del bar, in quel momento, erano rapiti da quello spettacolo, le orecchie tese ad ascoltare le prime parole che fossero state pronunciate. Alcuni uccellini, accovacciati al davanzale di una delle finestre del bar, che prima cinguettavano allegri in quel caldo pomeriggio primaverile, si tacitarono anche loro.
D’un tratto, l’uomo iniziò, con sognante dolcezza:
“Sei davvero molto bella. Il tuo volto candido non mostra nessuna imperfezione, come la tua pelle giovane e curata. I tuoi occhi sono magnetici, truccati perfettamente, tanto da riuscire quasi a distogliere l’attenzione dal tuo corpo sensuale e voluttuoso, scolpito forse da qualche artista di altri tempi. Anche il tuo ciuffo ribelle, unico segno di imperfezione, non lo è tanto da non sembrare fatto apposta per esaltare tutto il resto.”
Lei rimase senza parole. Aveva assistito a tanti tentativi di abbordaggio da parte di uomini di qualunque tipo, ma non le era mai capitato di ascoltare complimenti così diretti da un uomo che mentre la fissava sembrava scrutare un orizzonte lontano e inafferrabile.
La donna aprì e chiuse la bocca più volte, come per iniziare a parlare senza avere nessuna parola da dire.
Inaspettatamente il volto di lui cambiò lentamente espressione. Le sopracciglia si inarcarono piangenti, gli angoli della bocca scivolarono verso il basso, lo sguardo fuggì dagli occhi di lei ed andò a poggiarsi sul posacenere al centro del tavolino. Sola, una lacrima rigò il suo volto. L’uomo continuò sussurrando: “Eppure, siano maledetti il cielo ed il creatore, anche tu tra pochi anni invecchierai. Le rughe inizieranno a solcare il tuo volto, i morbidi capelli a diradarsi, i tuoi seni ad appassire come fiori colti, la tua pelle a raggrinzire come plastica al fuoco. Invano inizierai a nascondere i segni dell’età: il tuo trucco perfetto diventerà esagerato o forse ti farai tirare la faccia sulle spalle fino a perdere ogni tipo di charme e magnetismo, riducendoti ad una finta maschera, parodia morta di un volto perennemente sorridente. E con quel ghigno mostruso ti ritroverai di colpo cenere, come quella di una sigaretta accesa ma non fumata da nessuno”.
Il tavolino nero lucido iniziò a scricchiolare, sopportando a stento il peso di quell’uomo poggiato completamente su di esso.
Alzò di poco il tono, rendendolo rabbioso o disperato, non si sarebbe potuto dire con certezza.
“È TUTTO INUTILE! Affannarsi alla ricerca della perfezione e poi morire tristemente imperfetti. Correre verso un sogno ed esserne infine disillusi. Cercare di ottenere tutto e poi ritrovarsi di colpo con nulla. Nemmeno la morte può alleviare l’inutilità dell’esistenza, perché la vita eterna che ci attende è solo portatrice di nuove illusioni, nuove sofferenze e nuovi rimpianti”.
La donna fu scossa da forti brividi. Il suo sguardo perfetto si corrugò per un istante, il suo cuore iniziò a battere più velocemente.
Intorno a loro, qualche cliente si prodigò in gesti scaramantici, tanti altri furono visibilmente infastiditi da quello che avevano appena ascoltato. Gli uccellini volarono via, a cercare nei dintorni un luogo più allegro dove cinguettare. Qualcuno quel giorno vide uno stormo appollaiarsi sulla statua dedicata ai caduti della grande guerra, nel cimitero del paese.
Viste le reazioni dei clienti il timido cameriere ebbe la prontezza di spirito di avvicinarsi all’uomo e di invitarlo ad andarsene.
Con il volto tornato ordinariamente cupo, si allontanò lento, trascinandosi a ritroso per il percorso tracciato secoli fa da un gatto zoppo. Anche quella volta aveva proclamato la verità ed era stato scacciato, come tutti i profeti ed i saggi venuti prima di lui. La cosa non lo feriva, né gli importava minimamente: anche quelli erano uomini, dopotutto, e quindi erano ipocriti, ignoranti, stupidi, inconsapevoli. Lui sapeva che parlare era inutile e le sue azioni del tutto irrilevanti.
La donna segui per un po’ l’uomo con gli occhi. Sembrava riflettere attentamente su qualcosa. Poi fece spallucce, riaccavallò voluttuosamente le gambe, rispolverò un sorriso ebete e finto, studiato apposta per evitare di sforzare la pelle e allontanare le rughe. Guardò l’orologio. Il suo ragazzo doveva aver finito di lavorare già da mezz’ora ed ancora non si era fatto vedere. Prese la decisione di mollarlo: non aveva mai sopportato i suoi ritardi.

(Liberamente ispirato dal Marvin di Douglas Adams)

(Veipone)

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“Scrivi e vinci”, 2° Edizione

scrivi-e-vinciLa prima edizione di “Scrivi e vinci” è stata un successo, per questo motivo inizia oggi la seconda edizione, arricchita da qualche piccolo cambiamento.

Vi proporrò un incipit e alla fine di esso vi chiederò di proseguire spiegandone una parte. Non dovrete indovinare, perché neanch’io so come andrà a finire; dovrete invece inventare, far fruttare la vostra fantasia. Alla scadenza del termine del concorso sceglierò la soluzione più bella. Questa volta ci sono tre copie de “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia” a disposizione, per cui sarete in tre a vincerlo.

Di seguito, tute le informazioni utili per partecipare:

– Le continuazioni potranno essere inviate dal 7 fino alla mezzanotte del 27 luglio 2010.

– Il concorso è aperto a tutti, anche a chi ha già il libro ma ne vuole una copia da regalare ad un amico, ad una biblioteca o a chiunque altro.

– Si può partecipare anche con più continuazioni.

– La lunghezza massima della continuazione è di circa 10000 caratteri (cifra orientativa)

– Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

– I vincitori riceveranno un’ e-mail all’indirizzo che rilasceranno al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

– Il 28 luglio verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi. Il vincitore si aggiudicherà una copia del mio libro.

– Secondo e terzo classificato riceveranno in premio soltanto il libro.

Bene, si comincia! Leggete la piccola storia di seguito e alla fine vi dirò cosa voglio che mi raccontiate.

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I tavolini dei bar sono spesso depositari di segreti e intrighi, curiose conversazioni e strani litigi. Agli esseri umani piace sfogarsi davanti ad un caffè o un cappuccino, un liquore o un drink qualsiasi, forse per addolcire la bocca, resa amara dalle parole rimaste chiuse troppo tempo nella soffitta buia del cervello. Certi bar, poi, sono particolarmente invitanti, così i tavoli al loro interno sono colmi di residui di parole e del ricordo del tocco delle mani che si sono posate sulla loro superficie. Ah, se quei tavoli potessero parlare, chissà quante storie potrebbero raccontarci! C’è un tavolo in particolare, in un bar delle periferia della città, che un giorno ebbe modo di sentire la conversazione più pazzesca di tutte, e per di più tra due persone che rappresentavano la coppia peggio assortita che si fosse mai vista. Quell’elegante tavolino tondo, di legno verniciato di nero, ebbe modo di vedere da lontano la persona che si sarebbe accostata con una sedia al suo levigato piano. Alle tre e quattordici di un pomeriggio di aprile, una donna sui trent’anni fece il suo ingresso nel bar, arrampicata ad arte su tacchi di dodici centimetri, sottili come il corpo di una penna bic. Ancheggiando e spingendo un ciuffo ribelle di capelli all’indietro, con pochi passi raggiunse il tavolino scelto, troppo presa dai suoi pensieri per accorgersi dell’abnorme quantità di occhi rimasti attaccati ad ogni curva del suo corpo. Mentre il barista si riprendeva a fatica e le cameriere sorridevano e scuotevano la testa per il triste spettacolo che gli uomini avevano offerto, la donna misteriosa, che metteva piede in quel bar per la prima volta nella sua vita, si sedette, accavallò con noncuranza le lunghe gambe avvolte in fuseaux dorati e poggiò con cura la grande borsa dello stesso colore sul tavolino, occupandone metà della superficie. I capelli di un bel castano ramato, di lunghezza media, le ricadevano sulle spalle in morbide onde. Gli occhi castani, pesantemente truccati e davvero poco espressivi, e la bocca dalle pose da diva non la facevano di certo sembrare una persona dalla spiccata intelligenza. Si muoveva con una delicatezza studiata e osservava il mondo senza alcuna curiosità. Quell’aspetto curato fino all’eccesso, era il risultato di una vita trascorsa ad inseguire la bellezza per non si sa quale scopo. Le sopracciglia seguivano una linea perfetta, le labbra, ridisegnate dalle linee marcate di una matita color mattone, erano colorate da un rossetto dello stesso colore; il viso, il cui colorito veniva reso uniforme da un generoso strato di fondotinta e cipria, non presentava alcuna imperfezione, le ciglia allungate ed evidenziate dal mascara cercavano di dare allo sguardo più profondità. Le mani, le cui dita affusolate erano cinte da raffinati e preziosi anelli d’oro, parlavano di ore di manicure e molto denaro speso. Sulla superficie delle unghie finte, laccate di un delicato rosa perlato, piccole margherite bianche erano state applicate da un’estetista precisa fino alla paranoia. L’abbigliamento metteva in risalto ogni grazia: i fuseaux e la gonna di jeans per le gambe lunghe e magre, i tacchi per l’altezza, il reggiseno imbottito e push-up per il seno e per la stessa ragione la scollatura, la maglietta aderente per la vita sottile e la gonna stretta per i fianchi; infine una giacca corta e stretta in vita, lasciata chiusa solo fin sotto il seno per non coprire nulla. Muoveva nervosamente un piede e guardava in continuazione l’orologio dorato che le adornava il polso. Se fosse stata una fumatrice, di certo sarebbe uscita dal bar per una sigaretta, ma mai avrebbe preso in considerazione una simile possibilità: il tabacco le avrebbe ingiallito denti e dita, il che non era ammissibile.
Quando un giovane e timido cameriere le si accostò per chiederle cosa desiderasse, la donna accennò un sorriso di plastica e disse: “Aspetto una persona”. Il ragazzo fece cenno di sì e si allontanò. Non aveva mai visto dal vivo una donna così bella, gli ricordava la modella il cui corpo faceva mostra di sé sulle pagine patinate del calendario che aveva in camera da letto.
Mentre il ragazzo tornava dietro il bancone, uno strano silenzio cadde sul bar. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate dallo stupore, tutti rimasero congelati nel mezzo di quello che stavano facendo e seguirono con lo sguardo, quasi senza respirare, la figura che si dirigeva lenta verso la meravigliosa donna seduta sola al tavolino…

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Che aspetto ha la persona che è appena entrata nel bar? Di cosa parleranno lui/lei e la donna misteriosa?

Vi do un piccolo consiglio:  visto che i discorsi diretti possono essere molto difficili da scrivere, potreste prendere in considerazione il discorso indiretto, o accennare soltanto all’argomento della conversazione e concentrarvi su altro. La fantasia consente tutto, dovete solo tenere presente qualche linea-guida. Ecco le due cose che non dovete dimenticare di tenere in conto:

1. Nelle prime righe si parla di una conversazione pazzesca avvenuta tra i due: nella continuazione ci si deve in qualche modo collegare a quello.

2. Serve una descrizione della persona con cui la donna misteriosa ha l’appuntamento.

Non preoccupatevi, si può essere conformi a tutto questo anche spaziando e rigirando tutto per adeguarlo al proprio modo di scrivere e alla propria idea.  Avete venti giorni per pensarci! 🙂

Buona scrittura e buona fortuna a tutti!

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