L’Argilla

L'argillaIo sono l’Argilla;
vecchia e rugosa
eppure con lucidi muscoli
che si gonfiano nella terra.
Se voi sapeste
la mia immensa sete
la mia lunga nostalgia
di essere cielo.
Ma io soltanto sono spinta in giù
dal mio proprio peso.
Sudo nelle mie grotte,
cammino nella pioggia,
su piedi pesanti, mi rotolo sul dorso al sole
spalancando le mie mille dita.
Arenaria, faience, terracotta,
maiolica, mattonella:
sono scura ma la mia storia splende.
Io sono l’Argilla:
mi alzo dal mio peso.

(Sasse Soderberg)

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Invidia

Evgenij EvtusenkoSono invidioso.
È un segreto
che non ho mai rivelato a nessuno.
So che da qualche parte esiste
un ragazzaccio di cui sono
molto invidioso.
Lo invidio per come si batte –
così audace e ingenuo
al tempo stesso,
come io non fui mai.
Sono invidioso
per come ride –
di ridere così io non ero capace,
quando ero ragazzo.
Lui sempre pieno di sbucciature e bozzi –
io sempre più pettinato, più illeso.
Tutti quei passi, nei libri, che leggendo io saltavo,
lui non li salta.
Anche in questo è più forte.
Sarà onesto,
ma di una feroce rettitudine,
se occorrerà lottare per la verità ed il bene.
E là dove io ho gettato la penna, fra me dicendo:
«Non ne vale la pena…»
«Certo che vale!» dirà lui,
e in mano
riprenderà la penna.
Ciò che non potrà sciogliere,
lo taglierà.
Io, ciò che non sciolgo,
neppure lo taglio.
Se si innamorerà,
sarà un amore imperituro.
Io, sempre
riproverò ad amare,
ma passerà l’amore.
La mia invidia dissimulerò –
e sorridendo farfuglierò come un sempliciotto:
«Deve pur esserci, in questo mondo, anche chi sbaglia,
chi vive, mi capisci,
nell’errore…»
Ma per quanto io mi sforzi
di convincermi e fra me ripeta:
«Ognuno ha il suo destino…»
non so dimenticare che
da qualche parte esista
un ragazzaccio,
che saprà sempre avere
più di me.

(Evgenij Evtusenko)

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Il dottore

Libro Alda MeriniIl dottore agguerrito nella notte
viene con passi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda i volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammanisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.

(Alda Merini)
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Della stessa autrice:

– I poeti lavorano di notte
– Le parole di Aronne
– Le più belle poesie
– La mia poesia

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Il leone e il topo

Il leone e il topoPiccoli e grandi rendi ognun contento,
ché di tutti si ha d’uopo in questo mondo.
Di tale verità la prova è in fondo
delle seguenti favole,
ed anche in fondo a cento.

Un Topo disgraziato
cadde un dì nella zampa d’un Leone,
che volendo stavolta dimostrare,
d’esser quel re ch’egli è, lo lascia andare.

Un compenso trovò la buon’azione:
e per quanto è difficile il pensare
che d’un Topo bisogno abbia un Leone,
avvenne invece ciò che sentirete.

Uscendo un dì la belva
dalla sua selva, diede in una rete,
contro la qual non valgono i ruggiti.
Morta sarìa, se il Topo prontamente
non fosse accorso a trarnela d’impaccio;
ch’ei fe’ tanto, menando intorno il dente,
che ruppe i nodi e sgrovigliò quel laccio.

Più d’ogni rabbia e d’ogni violenza,
il tempo vale e vale la pazienza.

(Jean de La Fontaine)
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Dello stesso autore:

– La volpe e l’uva
– L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale
– L’ubriacone e la sua donna
– Il testamento interpretato da Esopo
– Il lupo e il cane
– Il corvo e la volpe
Il pavone e Giunone

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Da sé

Luigi Pirandello“È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito. Un morto, che se ne va da sé, co’ suoi piedi, piano piano, con tutto il comodo, al suo destino.
Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un morto vecchio, anche: un morto di tre anni, che ha avuto tutto il tempo di votarsi d’ogni rimpianto della vita perduta”.

Da sé è una bellissima novella di Luigi Pirandello.
Matteo Sinagra, caduto in disgrazia al punto tale da fare i conti del suo funerale, giudica troppo alta la spesa, e decide così, per non pesare sulla famiglia, di andare al cimitero, pistola in pugno, e mettere fine alla sua vita, Da sé.

Dal feretro fino alle torce da accendere agli angoli del letto, elenca mentalmente tutto ciò che spenderebbero i familiari per un funerale da esporre al “resto del mondo” senza far brutte figure:

“Tutto questo Matteo Sinagra avrebbe tatto risparmiare ai parenti, andando co’ suoi piedi a uccidersi economicamente, al cimitero, davanti al cancelletto della sua gentilizia. Dimodochè, con pochissima spesa, lì stesso, dopo l’accesso del pretore avrebbero potuto cacciarlo dentro a quattro assi nude senza neanche dargli una spazzolata, e calarlo giú, dove riposavano da un pezzo il padre, la madre, la prima moglie e i due figliuoli che n’aveva avuti.”

E mentre si dirige verso il cimitero, riflette sulla sua vita svuotata di ogni senso, resa vana dalle sciagure:

“Tutto così, da un giorno all’altro, gli s’era cangiato, oscurato; anche l’aspetto delle cose e degli uomini. S’era trovato all’improvviso a tu per tu con un altro se stesso, ch’egli non conosceva affatto, in un altro mondo che gli si scopriva adesso per la prima volta attorno, duro, ottuso, opaco, inerte.
In prima era rimasto quasi con quello stordimento che il silenzio cagiona a coloro che vivono in mezzo a un fracasso di macchine, allorché d’un subito vengono fermate. Poi aveva considerato la rovina, non sua solamente, ma anche del padre e del fratello della seconda moglie, che gli avevano affidato grossi capitali. Ma forse il suocero e il cognato, pur soffrendo gravi danni, si sarebbero rialzati. La sua rovina, invece, era totale.
S’era chiuso in casa, schiacciato non tanto dal peso della sciagura, quanto dalla coscienza dell’irrimediabilità del guasto misterioso avvenuto così fulmineamente nel congegno della sua vita.
Muoversi? E perché? Perché uscire di casa? Inutile ogni atto, ogni passo; inutile anche parlare.”

E ripercorre i giorni precedenti:

“Fuori, ecco qua. Era uscito di casa, da alcuni giorni. S’era messo a fare il galoppino per conto di quella piccola banca agraria. Il cappello spelato, l’abito stinto, le scarpe sdrucite, e un’aria d’allocco che consolava.
Nessuno lo riconosceva più.
– Matteo Sinagra, quello lì?
Non si riconosceva più neanche lui stesso, per dire la verità. E quella mattina, finalmente…
Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a chiarirgli la situazione.
Chi era più, lui? Nessuno. Non solo perché aveva perduto tutto il suo; non solo perché s’era ridotto in quella misera, avvilente condizione di galoppino, con l’abito stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite. No, no. Non era più, veramente, nessuno, perché non c’era più niente in lui, fuorché l’aspetto (e pur esso tanto cangiato, irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch’egli era stato fino a tre anni fa. In questo galoppino uscito or ora di casa né lui si sentiva né gli altri lo riconoscevano. E dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non viveva: che bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita, meschina, affliggente, da dieci lirette al giorno. E ne valeva la pena? Matteo Sinagra, il vero Matteo Sinagra era morto, morto assolutamente, tre anni fa.
Questo gli avevano detto con la più ingenua crudeltà gli occhi di quell’amico incontrato per caso quella mattina.”

E quegli occhi lo tormentano, perché gli ricordano quanto sia cambiato, quanto le disgrazie abbiamo influito sul suo aspetto:

“E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con tale espressione di smarrimento e insieme di pietà e di ribrezzo, ch’egli tutt’a un tratto s’era veduto in essi morto, assolutamente morto, senza più neanche un briciolo in sé di quella vita che Matteo Sinagra aveva avuto.
E allora, appena quell’amico, non sapendo più trovare una parola, uno sguardo, un sorriso da rivolgere a quest’ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto l’impressione strana che tutte le cose, a un tratto, proprio gli si fossero vôtate d’ogni senso, tutta la vita gli si fosse fatta vana.”

Entrando nel cimitero, “guarda con occhi nuovi tutte le cose che non sono più per lui, che per lui non hanno più senso…” e cammina tra le tombe in attesa del sorgere della luna, quando la morte che sente dentro diverrà morte anche fuori.

Una tragica e bellissima novella che vi consiglio caldamente di leggere.

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Dello stesso autore:

Non si sa come (estratto)
– Ogni morte è una forma (estratto dalla novella: La carriola)
La veste lunga (recensione ed estratti)
L’uomo e la legge (estratto da: La casa del Granella)
Tullio Buti (estratto dalla novella Il lume dell’altra casa)
Cordoglio (estratto dalla novella Notte)

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Se non avessimo amato

Disegno di Federica FaggianoSe noi non avessimo amato,
Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l’ape
Nel suo grembo dorato,
Se quella pianta di rose avrebbe ornato
Di lampade rosse i suoi rami!
Io credo non spunterebbe un foglia
In primavera, non fosse per le labbra degli amanti
Che baciano. Non fosse per labbra dei poeti
Che cantano.

(Oscar Wilde)
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Dello stesso autore:

– Vita nuova
– L’arte
– L’arte (2)

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All’amato me stesso

Vladimir-MajakovskijQuattro. Pesanti come un colpo.

“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.

Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s’io fossi povero come un miliardario… Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?

Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?

Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

(Vladimir Majakovskij)
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Dello stesso autore:

Tu
Inno al critico
La blusa del bellimbusto
Dopo i prelevamenti
Il poeta operaio

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Le avventure di Gino Allocco (1° episodio)

Buongiorno signori e signore della rete,

e bentornati, ancora una volta, su questo sito. Siete sempre i benvenuti. Oggi vorrei proporvi il primo episodio di un divertente cartone animato realizzato dal portale http://www.isoladellapoesia.com che sicuramente strapperà un sorriso, forse amaro, a chi ne sa qualcosa di editoria a pagamento e di utenti… pardon, volevo dire “utonti” 😉 sprovveduti. Meditate gente, meditate! Attenti a non essere una copia di “Superallocco”, lo scrittore tonto del cartone animato che state per vedere.
Buona visione!

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Elettra

Ho scritto “Elettra” ad ottobre del 2009 con l’intento di partecipare al concorso “Emozioni in bianco e nero – Storie di carta 2010” indetto dalla Edizioni del Poggio. Arrivato finalista tra oltre 3000 racconti, è stato pubblicato nell’antologia che racchiude in totale 30 racconti brevi di vari generi, 30 poesie e 30 fiabe. Spero vi piaccia! 🙂 Buona lettura.

All’inizio il personale dell’ospedale sapeva solo il suo nome: Elettra. Dopo qualche settimana tutti pensavano che fosse una strana ragazza e che sembrasse non avere di meglio da fare che passare gran parte delle sue giornate a parlare e tenere la mano ai malati. Di solito si trattata di individui prossimi alla morte, ma non era una regola.
Elettra arrivava sempre cinque minuti prima dell’inizio dell’orario di visita mattutino e pomeridiano e andava via solo qualche istante prima della fine di quelle due ore. I primi giorni passò inosservata: non aveva niente di diverso rispetto ad un visitatore comune, ma presto cominciò a passare da una stanza all’altra, intrattenendosi a chiacchierare ora con uno, ora con un altro malato. Passava anche di reparto in reparto, e fu a quel punto che qualcuno si chiese: Che ci fa lei qui? E Chi è?, ma nessuno aveva il coraggio di chiederlo direttamente a lei. Ogni imbarazzo ha una fine, e così era arrivato il giorno in cui un infermiere le si era accostato per farle la fatidica domanda:
– Mi scusi, ma lei chi è? – Aveva chiesto Donato, l’infermiere neoassunto. Senza peli sulla lingua era arrivato dritto al punto.
– Elettra. – Aveva risposto con semplicità la ragazza. Non aveva sorriso e non aveva aggiunto nulla, lo aveva solo guardato con curiosità. Mentre Donato aspettava di sapere altro, credendo che la sua domanda avrebbe aperto tutte le porte, Elettra si accorse che non se la sarebbe cavata pronunciando solo il suo nome.
– Vengo qui a tenere compagnia ai malati soli, quelli che non hanno nessuno. – Poi alzò le spalle in un gesto che sembrava una giustificazione.
Donato non seppe come ribattere, pensò che fosse un bel gesto quello che la ragazza compiva ogni giorno, le sorrise e si congedò augurandole una buona giornata.

Elettra non sembrava avere un criterio preciso: andava da anziani e bambini, da persone molto malate, ma anche da chi si era solo rotto una gamba. Sulle prime Donato non capì. Lei aveva detto di voler tenere compagnia ai malati soli, ma andava a trovare spesso anche persone che avevano già qualche familiare attorno al letto, anche se riusciva sempre ad arrivare quando tutti erano andati via. Donato aveva notato, dopo una considerevole quantità di giorni, che Elettra passava la maggior parte del tempo accanto ai malati terminali. Spesso morivano quando lei era con loro, e questo cominciava a sembrare strano a chi aveva abbastanza acume da accorgersene. Finiva poi che gli stessi dotati di quell’acume potevano ben vedere che non tutti quelli a cui Elettra faceva visita morivano. Poteva mai essere un Angelo della morte come quelle infermiere che facevano iniezioni letali ai pazienti molto malati per farli smettere di soffrire? Donato archiviò quel brutto pensiero, convinto di sbagliarsi.

Elettra entrava e usciva da quell’ospedale da tre mesi e sapeva bene di dover smettere.
Doveva spostarsi in un’altra città, o presto qualcuno avrebbe cominciato a nutrire sospetti e a fare indagini su di lei. Le indagini significavano smettere, e lei non poteva smettere, assolutamente.
Entrò nella stanza del signor Fanelli e chiuse la porta. Aveva bisogno di silenzio e pace per fare quello che doveva.
La stanza era per tre persone, ma in quel momento solo un letto era occupato. Il signor Fanelli, settantunenne gravemente malato, era steso, immobile come un morto. Elettra portò una sedia accanto al suo letto, si sedette, sospirò e prese tra le sue la mano del vecchio. Era fredda e ruvida. Lui era sveglio, ma poco presente. La guardò con gratitudine e abbozzò un sorriso storto. Era il massimo che potesse fare, considerato il dolore che lo devastava.
Lei gli sorrise, poi chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi come le avevano insegnato. Ci volle un minuto, poi sentì nella sua mente quello che il vecchio avrebbe sentito se fosse stato sveglio e presente. Elettra aggrottò la fronte, storse la bocca e si agitò sulla sedia: non era una bella sensazione sentire l’infelicità e il dolore, la solitudine e l’insoddisfazione. Non sapeva perché né chi le avesse dato quel dono, ma lo possedeva da sempre, e lo avrebbe usato nel modo che riteneva più utile. Sapeva con certezza che quell’uomo stava per morire. Era come un profumo, un odore unico che identificava la morte, e lei lo sentiva. E non si era mai sbagliata. Non poteva guarire né alleviare la sofferenza del corpo, ma poteva rendere la morte qualcosa di bello. Era come un inganno, ma era la cosa migliore da fare con il suo dono, o perlomeno la migliore che le fosse venuta in mente.
Si concentrò ancora di più e scavò nella mente del signor Fanelli. Era come cercare un interruttore in una stanza buia: tastava dove presumibilmente avrebbe dovuto esserci il bottone giusto e non si fermava finché non lo trovava. A quel punto lo premeva e tutto avveniva da sé. Aveva imparato a seguire un filo rosso di ricordi nella mente delle persone, sapendo che quel filo l’avrebbe condotta ai desideri irrealizzati, ai rimpianti, alle ragioni dell’insoddisfazione di chi stava morendo e non aveva più tempo per cambiare il corso degli eventi.
Elettra voleva che almeno per un attimo chi era stato infelice conoscesse la sensazione stupenda della propria vita che scorre sul binario giusto. Seguiva il filo dell’insoddisfazione, dei rimpianti e dell’infelicità fino ad arrivare alla loro causa. A chi le avesse chiesto spiegazioni su come facesse, non avrebbe saputo rispondere. Era intuito soprattutto, ma anche talento. Ed esercizio, questo di sicuro. Le prime volte non cavava un ragno dal buco e le persone che cercava di aiutare le morivano tra le braccia infelici e insoddisfatte. Lei continuava a provare, a scegliere persone sofferenti nell’anima oltre che nel corpo, ma fallì molte volte. Poi in qualche modo riuscì ad ottenere un risultato e da quel giorno, galvanizzata dal primo successo, affrontò con maggiore fiducia i tentativi seguenti.
Il signor Fanelli cominciò a gemere mentre Elettra prese tra mani immaginarie il filo rosso della sua insoddisfazione. Il monitor attaccato al suo gracile corpo malato prese a lampeggiare, e un attimo dopo un bip d’allarme segnalò che il cuore cominciava la sua discesa verso la morte.
Elettra cercò di rimanere concentrata e percorse centimetro per centimetro quel filo con le dita della sua mente. Arrivò giusto dove doveva proprio quando un’infermiera passava nel corridoio. Non poteva interrompere il suo faticoso compito, così non la chiamò, pur sapendo bene che così avrebbero pensato molto male di lei. Ebbe giusto il tempo di premere l’interruttore nella mente dell’uomo e vide come un breve film nella sua testa: un signor Fanelli giovane e bello suonava il pianoforte al centro del palco di un favoloso teatro pieno zeppo di gente. Suonava meravigliosamente, il pubblico applaudiva estasiato, all’esterno del teatro campeggiavano locandine con la sua foto e la frase: “Il più famoso e apprezzato pianista del nostro secolo si esibisce QUI!!!”. La sensazione era che le immagini scorressero alla velocità della luce.
Elettra vide il signor Fanelli che si inchinava davanti agli spettatori. Fiori gli volavano ai lati del corpo e una donna dalla prima fila gli mandava baci e sorrideva. Poi eccolo nel camerino, sorridente davanti allo specchio…
Una donna entra nella stanza. È bellissima e vestita elegantemente. Gli salta al collo e si baciano con passione. Se fosse un film adesso ci sarebbe una dissolvenza…

Elettra venne staccata dal signor Fanelli e le infermiere si diedero da fare intorno al malato cercando di salvargli la vita. Loro facevano il loro mestiere, Elettra compiva il suo destino. Mentre una giovane infermiera armeggiava con il defibrillatore, l’altra si fermò a guardare il viso del signor Fanelli. Guardava e non capiva. Strinse gli occhi, poi li riaprì, ma niente era cambiato: il signor Fanelli aveva sul volto un sorriso soddisfatto. Sembrava un uomo felice. Istintivamente l’infermiera guardò Elettra, ma non seppe mai spiegarsene la ragione.
Elettra uscì dalla stanza senza dire niente. I tentativi di rianimare il signor Fanelli furono tutti vani: Elettra non sbagliava mai, l’ora di quell’uomo era arrivata.

Nell’ospedale si cominciò a vociferare su Elettra. Le malelingue parlarono di iniezioni letali e angeli della morte, le persone più acute dissero che la cosa sicura era che la ragazza non aveva chiesto aiuto quando il paziente aveva avuto l’attacco. Questo era un problema oggettivo.
Lei tornò il giorno dopo: non poteva andare via da quella città senza occuparsi di Giampiero.
Giampiero era un simpatico signore di ottantacinque anni, gravemente malato, ma con la mente molto lucida. Elettra lo andava a trovare da tre mesi, praticamente lo conosceva dal giorno in cui aveva messo per la prima volta piede in quell’ospedale. Parlavano molto e a volte giocavano a domino. Lui vinceva sempre.
Elettra si era affezionata a quel signore dal sorriso dolce e dalla risata contagiosa; non aveva potuto evitarlo. Sapeva bene che Giampiero sarebbe morto presto, ma non aveva potuto fare a meno di volergli bene. Andò da lui e lo trovò sofferente e silenzioso nel suo letto accanto alla finestra. Nella stanza c’era un’altra persona, ma per fortuna era immersa nel sonno.
Nelle ultime settimane Giampiero era peggiorato molto. Il suo intestino aveva smesso del tutto di funzionare e le metastasi in tutto il suo corpo non facevano che moltiplicarsi. Presto aveva smesso di giocare a domino e di sorridere. Di ridere, poi, neanche a parlarne. Elettra si era intristita con la stessa velocità con cui la salute di Giampiero era peggiorata, e ogni volta che andava a trovarlo desiderava che smettesse presto di soffrire e potesse godere per qualche istante del suo aiuto. Giampiero passava da uno stato di delirio ad un dormiveglia agitato.
Elettra si sedette sul bordo del letto e lo abbracciò come poteva. Aveva il corpo ridotto ad un mucchietto d’ossa. Si staccò e gli prese una mano. Chiuse gli occhi. Cosa avrebbe visto? Cosa era mancato di più al vecchietto steso su quel letto? Cosa non era riuscito a rubare alla vita crudele che non concede niente? Sogni di gloria e uno splendido amore come per il signor Fanelli, che nella sua vita reale era stato solo un musicista per hobby con una moglie che non amava?
Elettra sapeva bene che ciò che faceva era quasi un trucco. Era come regalare un sogno terribilmente vivido, come imbrogliare, truccare le carte. Era per una buona causa, si diceva. E nessuno si sarebbe lamentato, aggiungeva. Quelle persone non avrebbero mai avuto il tempo di capire che si trattava di una sorta di sogno; per loro avrebbe costituito la realtà di un attimo che sarebbe bastata a soppiantare le insoddisfazioni di una vita.
Elettra si concentrò e trovò subito il filo rosso. Era una giornata buona. Lo seguì e presto si rese conto di quale interruttore avrebbe acceso la luce di una felicità che durava poco, ma di un poco che sarebbe bastato. Sentiva che il momento della morte di Giampiero era pericolosamente vicino. Lo sentì irrigidirsi, la sua mano strinse spasmodicamente quella di Elettra. Lei trasmise l’immagine e la guardò con lui.
Giampiero era solo al mondo. La moglie e la figlia erano morte prematuramente, l’una per una malattia improvvisa e l’altra per un incidente automobilistico. Lui desiderava ardentemente rivederle. Era come se sapesse di essere prossimo alla morte, perché ciò che la sua mente desiderava vedere era un immaginario paradiso fatto con un banale pavimento di nuvole, un cielo terso sopra la testa e sua moglie e sua figlia che gli correvano incontro.
Elettra aprì gli occhi e vide che Giampiero sorrideva beato. Gli tastò un lato del collo. Il cuore non batteva più.
Si alzò ed uscì dalla stanza pervasa da una profonda tristezza.
Sapeva che i sogni degli uomini a volte erano illogici o strambi, ma aveva sempre pensato che fossero sogni realizzabili. Alcuni forse erano davvero difficili da trasformare in realtà, ma in linea di massima erano cose fattibili. Poi si imbatteva in persone come Giampiero e la sua tristezza si faceva intensa.
Aveva sempre desiderato credere nell’aldilà, ma con il suo dono le era arrivata anche la certezza dell’ingenuità di quella credenza. Non esisteva niente, oltre la morte. La morte azzerava, cancellava, distruggeva. Oltre non c’era niente. Lei vedeva ben oltre la vita degli uomini, e sapeva.
Sapeva, e per questo viveva la sua vita su questa terra senza badare ad un aldilà o a ricompense in altre esistenze. E faceva del bene con il suo dono. Lo faceva perché l’amore era tutto ciò che restava agli uomini. L’amore, la felicità e i sogni da realizzare. Senza tutto questo l’uomo era un involucro vuoto da riempire d’aria. E la sua morte non avrebbe lasciato segni nel mondo.
Elettra uscì dall’ospedale e respirò a pieni polmoni l’aria fredda di un pomeriggio di dicembre. Aveva dei progetti da realizzare nella città in cui avrebbe vissuto dal giorno dopo in avanti.
Cominciò a camminare fantasticando sui sui sogni e facendo piani pratici per la loro realizzazione.
La sua vita non sarebbe stata vana, avrebbe fatto in modo che nessuno le dovesse tenere la mano per farle vivere un’illusione nei suoi ultimi istanti di vita.

(Chiara Vitetta)

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Leggi un altro racconto di Chiara Vitetta

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Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 3° Edizione

winnerLa 3° Edizione di “Scrivi e vinci” ha seguito un percorso diverso, rispetto alle altre volte. Tutti i partecipanti hanno preferito inviare la propria continuazione in privato, senza condividerla con gli altri, quindi è mancato il confronto, ma non la fantasia e la bravura. Complimenti a tutti i partecipanti. Il vincitore è Vincenzo, che ha scritto una bella continuazione, sfruttando il carattere di Alberto ma inventando tutto un mondo intorno. Bravo Vincenzo!

Anche se non era previsto un secondo posto, ho deciso di assegnarlo e di premiare con il mio libro anche Aila, che ha scritto una continuazione del tutto diversa da quella di Vincenzo, ma molto carina. Strappa un sorriso, ma dà anche una staffilata a chi crede che i mestieri utili siano solo quelli “pratici” e “tecnici” e che i mestieri propri dei grandi sognatori siano inutili. Questa continuazione dice a tutti che gli attori servono come i matematici, e questo mi piace. Potremmo vivere senza musica, libri, quadri, danza e via via tutte le forme d’arte? Non credo. Un complimento aggiunto a Laila per l’espediente degli occhiali rotti: dà maggiore coerenza e credibilità alla storia. Bene, ho detto anche troppo. Godetevi il racconto con tanto di doppio finale. Buona lettura!

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Tra le cose belle della vita ci sono certamente le sorprese. Una mattina ti svegli e non sai che prima che la giornata sia finita riceverai una notizia che ti illuminerà i giorni a venire o che conoscerai qualcuno che ti piacerà tanto da frequentarlo per il resto della tua esistenza. Gli strani incontri, poi, siano essi singoli episodi o casi frequenti, sono capaci, a volte, di cambiare la tua giornata. Che il cambiamento avvenga in positivo o in negativo, non si può mai sapere.
Così come un negoziante sorridente può metterci di buonumore, allo stesso modo una donna che raccoglie le lacrime in un fazzoletto può incupirci. Per strada si vede di tutto, dalle coppie che litigano alle madri che trascinano bambini urlanti che hanno preteso un giocattolo di troppo.
Alberto passeggiava spesso da solo per le vie della città: gli piaceva camminare lasciando che i pensieri fluissero e gli occhi vagassero, che i piedi lo portassero alla scoperta di viuzze sconosciute e la tranquillità lo pervadesse, alla fine della passeggiata. Riusciva a tornare in pace con il mondo dopo un sufficiente numero di passi, per cui la considerava una specie di cura contro l’inquietudine. Lo metteva di buonumore una giornata di sole e lo rattristava la pioggia, gli faceva sbocciare un sorriso sul viso la gente allegra incrociata lungo le vie e lo incupivano la tristezza e l’apatia su altri volti.
Un giorno di primavera in cui un bel sole tiepido colorava e scaldava il mondo e un vento fastidioso lo disturbava – almeno secondo Alberto – un uomo dall’aspetto strano gli si avvicinò. L’espressione contrita sul viso e la risolutezza con cui si dirigeva proprio verso di lui lo spiazzarono. Si fermò e attese.
Ragazzo… una parola! – disse alzando un dito per chiedere udienza e al contempo mimare il numero di parole che desiderava dire. Alberto disse solo sì mentre osservava l’uomo.
Sembrava avesse una settantina d’anni o giù di lì. Altezza media, magro come un giunco, capelli di un bel grigio uniforme, tagliati corti. Distinto nella figura e nell’atteggiamento, indossava abiti sobri, ma eleganti. I lineamenti del viso, resi spigolosi dal peso scarso, erano contratti in una posa di pietà.
Il cuore di Alberto si fece piccolo piccolo, quasi scomparendo nella gabbia toracica.
– Ero studente anch’io, una volta. Mi laureai in filosofia nel 1968. Ho fatto il professore per tutta la vita. –
Le sue parole erano accompagnate da gesti lenti delle mani mentre sul viso la tristezza gli disfaceva la bocca e gli animava gli occhi.
– Sono una persona per bene… –
Alberto e il suo cuore osservavano e tacevano.
– Mia moglie non c’è più, mio figlio è morto, me l’hanno portato via dei bastardi e lo Stato non mi dà niente. Ho due nipotini. Non mi dà lavoro nessuno, non so come dargli da mangiare… –
Gli occhi dell’uomo, umidi di lacrime, non si staccavano dal volto di Alberto.
Ho ancora la mia dignità, non farmi mettere in ginocchio a supplicare… –
– Oh no, ci mancherebbe! – rispose Alberto, di slancio e sinceramente provato.
– Se potessi darmi qualcosa per comprare da mangiare ai miei nipotini… anche poco… non mi fare mettere in ginocchio a supplicare… –
Alberto sospirò e mise mano al portafogli. Non gli sembrava un mendicante né un imbroglione: le sue lacrime erano vere e non poteva credere che quel volto disfatto e quella voce tremante fossero una recita. Tolse dal portafogli una banconota da dieci euro e gliela diede.
– Mi dispiace, più di così non posso… Sono solo uno studente. – si giustificò.
L’uomo gli strinse una mano tra le sue e con quegli stessi occhi e quelle stesse espressioni che tanto avevano turbato l’animo sensibile di Alberto disse: – Grazie… con il cuore. E buona fortuna per la vita. – Poi si allontanò, mogio mogio.
– Buona fortuna anche a lei – rispose Alberto a mezza voce.
Si diresse verso casa con il cuore che da piccolo che era, ormai si gonfiava di tristezza.
L’uomo invece proseguì ancora mogio mogio per un centinaio di metri, poi scomparve dentro un portone. Alberto era ormai lontano, ma se avesse potuto vederlo, avrebbe subito una grande delusione: il volto dell’anziano e distinto signore non era più disfatto, ma disteso. Gli occhi erano asciutti e limpidi e un sorriso soddisfatto gli stendeva le labbra.

1° classificato

Alberto proseguì la sua passeggiata cercando di smaltire il magone che provava dentro. Un professore di filosofia. Quell’uomo aveva la sua storia. Aveva conosciuto i suoi sogni, condiviso con i colleghi tediose ore di studio e serate goliardiche. Aveva avuto dei genitori con i quali sedeva a tavola ogni giorno, una madre che riversava in lui tutto il tenero affetto di cui fosse capace, un padre duro ma fiducioso, fratelli confessori e sorelle confidenti. Forse aveva vissuto un amore bruciante. Forse era stato importante per qualcuno. C’era stato di sicuro qualcuno che aveva amato quella figura così indifesa. Ma adesso quel qualcuno era scomparso e di tutti quei sogni, di quei sentimenti, della promessa di una vita, era rimasto solo un sobrio mendicante.
Alberto non riusciva a sostenere la tristezza dei suoi ragionamenti. La straordinaria empatia di cui era dotato non gli permetteva di non sentire una profonda pena per una vita rimasta incompiuta. Questi uomini non avranno una seconda opportunità per vivere ciò che non è stato loro concesso, si diceva mentre sentiva la nostalgia sopraffarlo. Continuò a camminare per qualche metro ma, quando si accorse che la tristezza non sarebbe svanita, si rimise sui suoi passi e tornò a casa.
Nel frattempo, a qualche metro di distanza, il vecchio sedicente professore sorrideva. Entrato nell’appartamento che lo ospitava da poche settimane, aveva gettato pesantemente giacca e cappello sul divano.
Il professor Eduard Ziban era un uomo sulla settantina con ancora tutti i capelli grigi in testa ed un naso costantemente rosso a causa dell’ingente quantità di farmaci che doveva assumere quotidianamente. Normalmente indossava camicie su misura e mai, veramente mai, lo si vedeva poco curato o trasandato. In realtà ciò che conosceva di filosofia lo doveva al suo vivace interesse per il pensiero umano, che però non aveva mai ufficializzato con un titolo accademico. Piuttosto si era laureato in medicina all’Università degli studi di Varsavia nell’aprile del 1962 per poi specializzarsi in psichiatria forense e criminologia clinica al Royal College of Surgeons di Dublino.
Ma la vera passione del professor Ziban era il comportamento. “Sorprendenti esseri umani…” esclamava a mezza voce ogni qual volta si imbatteva in uno di quei casi che solleticavano la sua curiosità. Agli occhi di tutti, sembrava proprio che li andasse a cercare con il lumicino questi casi poco “comuni”. Certo, nella psichiatria non esiste un caso comune, ma il professore aveva un particolare magnetismo per quegli individui che, nel loro delirio, si mostravano singolarmente creativi. Egli stesso era completamente al di fuori dal comune. Gli occhi vispi sempre alla ricerca di uno sguardo da incrociare e la mente sempre protesa nel tentativo di carpire quel non so che di interessante che egli soltanto sapeva risvegliare, anche laddove non ve ne fosse traccia. Durante la sua gioventù professionale era stato un accanito cercatore di stranezze in tutto il mondo, aveva viaggiato in lungo e in largo inseguendo i prodotti della stravaganza del genere umano, il più delle volte semplicemente sul filo di una leggenda e, cosa stranissima, ne era sempre venuto a capo. In quella testa sproporzionata rispetto al corpo, di cose strane ne erano impresse a bizzeffe. Soprattutto non mancava mai di annotare tutte le sue considerazioni, ipotesi, pensieri, idee, insomma tutto ciò che la mente gli suggeriva nei suoi voluminosi taccuini, che compilava comodamente seduto in poltrona, dietro la sua austera scrivania.
Questa volta però il professore non era lì per una sua ricerca.
I colleghi psichiatri dell’Università degli Studi di Parma gli avevano scritto di un giovane dalla spiccata sensibilità e di superbe doti intellettive. Gli avevano parlato del suo immenso talento nella psicoterapia, pratica in cui riusciva in maniera del tutto intuitiva e del suo interesse verso tutto ciò che riguardasse l’ipnosi. Il ragazzo era un sicuro enfant prodige se non fosse stato per alcuni disturbi cui andava soggetto. Il professor Ziban aveva accettato di buon grado di occuparsi di quel giovane così promettente ma di certo non lo aveva fatto esclusivamente per magnanimità, se infatti le circostanze non avessero stuzzicato la sua curiosità, se non gli avessero lasciato fiutare un’avventura, di sicuro non avrebbe accettato.
Nel frattempo Alberto era arrivato al portone di casa sua. Ancora con la testa fra le nuvole, assorto com’era nelle sue elucubrazioni empatiche, si mise a fare il caffè e si buttò sul letto chiudendo gli occhi un istante e cercando a tastoni sul comodino il romanzo che stava leggendo. Non trovandolo si appisolò. Lo svegliò il gorgoglio della moka. Che suono meraviglioso quello di un piacere pronto all’uso pensò il ragazzo mentre versava il liquido scuro in due tazzine… Già, due tazzine, perché poco distante da lui, seduta al tavolo, Alessandra stava aspettando il suo caffè. Le mani dalle dita affusolate erano giunte in un gesto che ricordava una preghiera e gli splendidi occhi azzurri fissi su Alberto. Era un momento che i due adoravano condividere, pochi istanti, una confidenza, a volte solo un sorriso, poi ognuno tornava alla sua vita. Alessandra prese la sua tazzina con entrambe le mani, riscaldandosi i palmi e portandola lentamente all’altezza delle labbra. Si immerse dapprima nell’inebriante profumo, poi iniziò a sorseggiarlo. Un’enorme quantità di ricci biondi mascheravano le espressioni del suo viso. Alberto prese a raccontarle l’episodio appena accaduto e man mano che il racconto proseguiva sentiva sciogliersi dentro la tristezza, come una zolletta di zucchero in una tazzina di caffè. Quando ebbe finito, Alessandra alzò il viso appagata e svanì.
Erano queste le conversazioni che il giovane studente intratteneva con la sua amica, sempre a senso unico. Alberto parlava, si confidava, chiedeva consigli, esponeva i suoi pensieri e le sue considerazioni e Alessandra era sempre prodiga di consigli, sapeva sempre cosa Alberto avrebbe voluto sentirsi dire o magari quello che non avrebbe voluto sentirsi dire ed in quel caso si limitava ad un gesto, un sorriso, comunque faceva sempre la cosa giusta. Lui però non sapeva niente della ragazza. La vita di lei rimaneva un mistero. Non parlava mai di cosa facesse, dei suoi gusti, di che gente frequentasse quando non era in compagnia di Alberto, non lasciava trapelare i suoi disagi o le sue gioie, niente traspariva né dal suo sguardo né poteva essere evinto dal timbro della sua voce, almeno niente che riguardasse esclusivamente la sua vita. Provava sentimenti, ma li manifestava solo nel momento in cui potevano essere ricondotti al suo amico. In poche parole sembrava non avere vita se non in relazione ad Alberto.
Era però bellissima.
Nondimeno vani erano risultati tutti i tentativi del promettente laureando di mostrarla ai suoi amici. Lei era lì, seduta, conciliante, rivolgeva la parola a tutti e ne aspettava le risposte, ma nessuno sembrava vederla. In realtà nessuno la vedeva. A pensarci bene neanche ad Alberto era chiaro come facesse ad entrare e ad uscire da casa sua, sapeva solo che quando la invocava lei era lì…
Il professor Ziban sapeva tutto e non aveva la benché minima intenzione di rompere quell’incantesimo, anzi… lui avrebbe voluto vederla, Alessandra.
L’esile scienziato era sicuro che la ragazza fosse solo una proiezione della mente di Alberto, la cui coscienza così evoluta aveva preso forma in un’allucinazione, un “gemello psichico” per utilizzare un’espressione cara al professore, cosa peraltro ampiamente documentata nei casi di schizofrenia e che spesso si accompagnava ad una genialità sorprendente. Gli “iniziati” a questo prodigio trovavano i loro colpi migliori dal nulla, avevano quello che è conosciuto come “lampo di genio”, d’improvviso tutto era loro chiaro. Non sapevano da dove venissero le soluzioni, non avevano bisogno di arzigogoli logici o profonde elaborazioni del loro sapere, no. Semplicemente, ad un tratto avevano la risposta. Ma il professore non era interessato ad una risposta clinica. Il suo scopo era un altro e per raggiungerlo doveva incontrarla.
Avrebbe voluto porle una domanda che, tanto tempo addietro non aveva avuto modo di chiedere a qualcuno a lui tanto vicino quanto Alessandra era per Alberto.
Era perciò necessario portare il genietto in uno stato di profonda commozione, di prostrazione se fosse stato necessario, magari facendo leva sul suo senso di colpa. Con l’episodio di quella mattina aveva portato a termine con successo soltanto il primo passo, ma il professore aveva in serbo un piano infallibile.
L’indomani mattina, esattamente nel posto in cui era avvenuto l’incontro del giorno precedente, l’anziano psichiatra riacquisì il suo aspetto smunto da mendicante e prese posto su di una panchina. Non appena scorse in lontananza la sagoma di Alberto, dall’inconfondibile andatura trasognata, prese a chiedere la carità a un gruppo di teppistelli che erano a pochi passi da lui, assicurandosi di posizionarsi in modo da essere pienamente visibile ad Alberto. Iniziò con la sua solita tiritera, ma appena fece per attaccare i ragazzi iniziarono a prendersi gioco di lui. Alberto notava tutto, ma sapeva che le sue doti diplomatiche non gli sarebbero tornate utili in una circostanza in cui i muscoli hanno la meglio sul cervello. Il professore si rivolse ai ragazzi in tono arrendevole: – Vi prego, non prendetevi gioco di me, potreste essere voi i miei figli – , ma a sentire queste parole smielate i vandali si inviperirono, lo strattonarono strappandogli la giacca, lo gettarono per terra e inesorabili iniziarono a prenderlo a calci. A quella vista Alberto non poté resistere, si lanciò sul corpo inerte del vecchio e fortuna volle che un gran numero dei presenti intervennero a loro volta per sedare la rissa, risparmiandogli un certo numero di sonanti calci nel ventre. Abbracciò quel corpo come fosse suo nonno, teneramente, pensando: proprio ieri mi chiedeva di risparmiargli la dignità… era sul punto di offrirmela inginocchiandosi, umiliandosi, lui che aveva solo quella, ed io ne ho avuto rispetto. Come possono loro non comprendere?
Lo adagiò sulla panchina dove stavano aspettando l’arrivo dell’ambulanza e proprio in quel momento apparve Alessandra. D’istinto Alberto le rivolse la domanda che un attimo prima aveva posto a se stesso, lo fece ad alta voce e il professore si accorse che lei doveva essere lì. Aprì un occhio e con un filo di voce gli disse: – Chiedile come mai un giorno andrà via… -Alberto non capiva. Che la vedesse anche lui? Tutto si attorcigliò nella sua mente, fu un grande cortocircuito di infinite domande in un istante, ma poi una sola emerse dalle sue labbra: – Che vuol dire che un giorno te ne andrai? – Vide che Alessandra non rispondeva. Forse per la prima volta non sapeva cosa dire, così Alberto realizzò che la sua bellissima amica non aveva volontà e sapeva bene che chi non ha volontà propria non vive, o meglio, non esiste.
In quello stesso istante la bellissima Alessandra svanì.
Il professore lo lesse nello sguardo attonito del giovane, il cui cuore troppo colmo non finiva di riversare lacrime calde che, prive di singhiozzi, gli annaffiavano gli occhi.
Tornato a casa, Eduard scrisse solo due righe sui suoi voluminosi taccuini, al termine delle quali diede risposta alla domanda che avrebbe voluto porre ad Alessandra e che dall’infanzia lo assillava: “Non tornerà, vecchio Eduard, non aspettarla, perché a nessuno è concesso di separarsi da se stesso, neppure ai folli.

Vincenzo

2° classificato

Salendo veloce le tre rampe di scale che lo portavano al suo appartamento, il vecchio fischiettava allegro. La faccia di Alberto così contrita e triste lo aveva divertito. Prese la banconota da dieci euro che gli aveva spillato e cercò di spianarla ben bene sul tavolino d’ingresso con il palmo della mano. Compose un numero sul cellulare e dopo qualche istante di attesa disse: “Sono io. Sì, tutto bene. No, no, così può bastare. Ok, ci vediamo più tardi, tienimi il posto, ciao.” Si sorrise nello specchio e riattaccò.
Intanto Alberto ripensava allo strano incontro. Era dispiaciuto soprattutto per non aver potuto dare di più a quell’uomo che per un momento gli aveva ricordato suo nonno, professore anch’egli, ossuto ed elegante, altero e fin troppo conscio del suo ruolo, ma alla mano e accomodante quando si trattava di aiutare un suo studente. Da lui aveva preso la rilassante abitudine di fare lunghe passeggiate senza una meta precisa, a lui doveva quella peculiare capacità di farsi pervadere da emozioni diverse, persino contrastanti, un’empatia non comune in un ragazzo così giovane.
In altre circostanze Alberto avrebbe convinto l’uomo a prendere un caffè con lui e chissà, magari anche a cenare insieme per farsi raccontare storie sicuramente simili a quelle che il nonno amava condividere e che aveva ribattezzato con un altisonante “LE MERAVIGLIE TRAGICOMICHE DELLA FACOLTÀ DI MATEMATCA APPLICATA… ALLA COGLIONERIA!”
Quante risate davanti alla pizza del mercoledì sera. Ora, la stessa sera era dedicata ai compagni di università ai quali, occasionalmente, si aggregavano studenti di altre facoltà e vari amici di passaggio. Ripensando all’ultimo incontro però la sua faccia si contrasse in un ghigno, come una smorfia di disappunto. La pizza gli era rimasta sullo stomaco e per più di un motivo. Innanzitutto si era impelagato, senza sapere come, in un’accesa discussione con uno studente di una non ben precisata scuola di arte che pretendeva pari dignità fra la sua improbabile ed inutile facoltà e quella ben più seria frequentata da Alberto.
Dalle parole erano passati quasi a vie di fatto, complici anche le birre ghiacciate che si erano scolati.
Proprio mentre se ne stava andando, deciso a porre fine all’incresciosa scena, Silvia, la sua coinquilina, nell’intento di trattenerlo, lo aveva fatto inciampare e i suoi occhiali erano finiti vicino al bancone dove qualcuno aveva provveduto immediatamente a calpestarli. Lenti speciali, montatura speciale, ottico di fiducia chiuso per ferie: era stata la settimana più lunga della sua vita. Ora finalmente stava entrando nel negozio per riavere i suoi… occhi.
Centinaia di euro che pesavano sul suo magro bilancio. Ecco perché non aveva potuto fare di più per il vecchio. In un altro momento, forse…
Si era fatto tardi e gli altri sicuramente lo stavano già aspettando in pizzeria. Li avrebbe sicuramente fatti partecipe dello strano incontro del pomeriggio.
Appena entrato, il capannello formatosi intorno al loro solito tavolo lo allarmò un poco. Qualcuno lo notò e avvisò gli altri. Un varco si aprì immediatamente scoprendo alla sua vista l’uomo anziano che solo poche ore prima lo aveva tanto turbato. Stessi capelli grigi, stessa figura distinta, stessi abiti, ma qualcosa nel suo atteggiamento si discostava alquanto da quella del vecchio triste e piangente che lo aveva supplicato di aiutarlo anche con una misera offerta.
Alzando lo stesso dito magro con voce roca lo apostrofò: “Ragazzo… una parola!” Tutti risero. Sotto lo sguardo esterrefatto di Alberto, l’attore si tolse la parrucca ed esclamò: “Scommessa vinta, caro mio! Così impari a denigrare la facoltà di arte e trucco di scena del prof. Melchi. Devo ammettere che il fatto che oggi non avessi con te gli occhiali mi ha agevolato, ma – continuò posando come un novello Gassman – sono convinto che grazie alla mia grande maestria ci saresti cascato lo stesso. La foto di tuo nonno che Silvia mi ha gentilmente “prestato” ha fatto il resto.”
Trasse dalla tasca la banconota da 10 euro e proclamò: “Dalla filosofia alla pratica…per così dire. E visto che questi certo non basteranno, tira fuori il resto e paga da bere a tutti!”

Aila

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