I buoni e i cattivi romanzi

Daniel Pennac - Come un romanzo«A proposito di “gusto”, i miei studenti sono molto in difficoltà quando si trovano davanti all’iperclassico tema dal titolo: “È possibile parlare di buoni e cattivi romanzi?” Siccome, dietro la loro apparenza non-faccio-concessioni, sono dei bravi ragazzi, invece di considerare l’aspetto letterario del problema, lo affrontano da un’ottica morale e trattano la questione dal punto di vista delle libertà. Così, l’insieme dei loro temi potrebbe riassumersi in questa formula: “Ma no, ma no, ognuno ha il diritto di scrivere quello che vuole, e tutti i gusti sono nella natura, dai…” Sì, sì, sì per carità, posizione assolutamente onorevole…Ciò non toglie che vi siano buoni e cattivi romanzi.
Possiamo fare dei nomi, possiamo portare delle prove.
Per essere brevi diciamo a grandi linee che esiste quella che chiamerei una “letteratura industriale” che si limita a riprodurre all’infinito gli stessi tipi di racconti, che fabbrica stereotipi a catena, fa commercio di buoni sentimenti e sensazioni forti, prende al volo tutti i pretesti offerti dall’attualità per sfornare una narrativa di circostanza, effettua “studi di mercato” per piazzare secondo la “congiuntura” un determinato tipo di “prodotto” che si ritiene debba infiammare una determinata categoria di lettori.
Ecco, a colpo sicuro, dei cattivi romanzi.
Perché? Perché non sono il risultato della creazione ma della riproduzione di “formule” prestabilite, perché sono un’opera di semplificazione (cioè di menzogna) mentre il romanzo è arte di verità (cioè di complessità), perché facendo leva sui nostri automatismi addormentano la nostra curiosità, e infine, soprattutto, per il fatto che l’autore non c’è, né la realtà che pretende di descriverci.
Insomma, una letteratura “usa-e-getta” fatta con lo stampo e che in quello stampo vorrebbe imprigionare anche noi.
Non si creda che queste idiozie siano un fenomeno recente, legato all’industrializzazione del libro. Niente affatto. Lo sfruttamento del sensazionalismo, dell’operetta da due lire, del brivido facile in una frase senza autore è cosa di vecchia data. Per citare solo due esempi, sia il romanzo cavalleresco, sia, molto tempo dopo, il romanticismo, ci sono cascati. Ma il danno è servito perché la reazione a questa letteratura deviata ci ha dato due dei più bei romanzi che ci siano al mondo: Don Chisciotte e Madame Bovary.
Dunque ci sono “buoni” e “cattivi” romanzi.
Molto spesso sono i secondi che incontriamo per primi sulla nostra strada.
E, parola mia, quando toccò a me, ricordo di averli trovati “belli un casino”. Ma sono stato fortunato: nessuno mi ha preso in giro, nessuna ha alzato gli occhi al cielo, nessuno mi ha dato dello scemo. Qualcuno ha solo lasciato sul mio passaggio qualche “buon” romanzo guardandosi bene dal proibirmi gli altri.
Quella era saggezza.
Per un certo periodo leggiamo, insieme, buoni e cattivi romanzi. Così come non non rinunciamo dall’oggi al domani alle nostre letture infantili. Tutto si confonde. Usciamo da Guerra e pace per rituffarci nella Biblioteca dei ragazzi. Passiamo dalla collezione Harmony (storie di bei dottori e lodevoli infermiere) a Boris Pasternàk e al suo Dottor Zivago – un bel dottore, anche lui, e Lara, un’infermiera oh, quanto lodevole!
E poi, un bel giorno, è Pasternàk ad avere la meglio. Insensibilmente, i nostri desideri ci spingono alla frequentazione dei “buoni” romanzi. Cerchiamo degli scrittori, cerchiamo uno stile, basta con i compagni di giochi, vogliamo compagni di essere. L’aneddoto non ci basta più, è arrivato il momento in cui al romanzo chiediamo qualcosa di più della soddisfazione immediata ed esclusiva della nostre sensazioni.
Una delle più grandi soddisfazioni del “pedagogo” è quella – premesso che tutte le letture sono concesse – di vedere uno studente sbattere la porta della fabbrica dei best seller e salire a prendere una boccata d’aria buona dall’amico Balzac».

(Daniel Pennac)
(da: “Come un romanzo”)

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Dallo stesso libro:

I 10 diritti del lettore
Il tempo per leggere

Ispirati da I 10 diritti del lettore di Daniel Pennac: I 10 diritti dello scrittore

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L’ubriacone e la sua donna

Jean de La Fontaine - FablesPer rimedio o vergogna che gli dài,
l’uom dal suo lato debole
sempre cascar vedrai:
come dimostra l’opportuno esempio,
che alle parole mie non manca mai.

Un discepol di Bacco, per il vizio
di bere, era condotto in precipizio.
Salute, ingegno e soldi ed allegria
quell’uom avea distrutto,
come fanno color che a mezza via
hanno già speso tutto.

Un giorno che, ben molle di decotto,
tornava a casa traballando e cotto,
la sua donna lo prese e lo serrò
in fondo a un bugigattolo,
dov’egli in braccio al vin si addormentò.

Quando si risvegliò, vide… oh spettacolo!
intorno al letto luccicar le fiaccole,
e sopra il letto un gran lenzuolo funebre,
e accanto i cento attrezzi della morte,
ond’io non dico s’ei si spaventò.

Camuffata alla foggia d’una furia,
ecco s’avanza la gentil consorte,
adagio, come vanno le fantasime,
a servirgli una broda nera e sordida.
Ah! proprio egli credé
d’esser cascato in casa del diavolo.

– Oimè! – gridava, – oimè!
Son io morto davver? chi sei, fantasima?
– Io son la cuciniera dell’inferno,
e porto da mangiare
a quei che stanno in questo loco eterno -.

E il buon marito senza giudicare,
grazie al vin, se sian cose false o vere,
Dimmi, – esclama, – e non porti anche da bere?

(Jean de La Fontaine)
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Dello stesso autore:

– La volpe e l’uva
– L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale
– Il leone e il topo
– Il testamento interpretato da Esopo
– Il lupo e il cane
– Il corvo e la volpe
Il pavone e Giunone

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L’idiota

Fedor Doskoevskij - L'idiota«”Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto”.»

Era il 1867 quando Fedor Dostoevskij descriveva con queste parole, in una lettera indirizzata allo scrittore Appollon Nikolaevic Majkov, il nucleo del romanzo a cui stava lavorando. La parola che in italiano è stata tradotta come “buono” era rappresentata dal termine russo “prekrasnyi” che in realtà significa “lo splendore della bellezza”.

Nel 1869 venne alla luce la prima edizione di un romanzo che sarebbe diventato uno dei capi saldi della letteratura russa: L’idiota. La scrittura di Dostoevskij è ricca e musicale, ma il ritmo della narrazione in questo romanzo non è fluido né uniforme.

Il romanzo è diviso in quattro parti, ed ognuna è meno piacevole e riuscita della precedente, in una vorticosa discesa fino ad un finale che definirei inaspettato. Questa è stata la mia impressione. Il libro si aggira intorno alle 800 pagine, anche se poi dipende dall’edizione. Le prime 250 circa sono costituite dalla prima e migliore fetta della storia.

Tre cose mi hanno colpita, di questo libro:

1. La bella scrittura

2. Una particolarità: la prima parte (quelle 250 pagine circa) narra la storia di un’unica giornata, dalla mattina fino alla sera. Nonostante questo, non l’ho trovata noiosa né pesante o prolissa.

3. In tutto il romanzo si percepisce da parte di tutti i personaggi la spasmodica voglia di distinguersi dagli altri. Una ricerca di originalità che traspare da molte frasi e da altrettanti atti. Questo si traduce anche in una bellissima dissertazione di Dostoevskij all’inizio di una parte del libro, come introduzione alla continuazione della storia, e poi in un rabbioso discorso di uno dei personaggi, Ippolit, che riversa su un suo nemico tutto il suo disprezzo per le persone ordinarie.

Insomma, L’idiota è un romanzo molto particolare, non lo consiglio né lo sconsiglio. Lascio fare a voi.

Vi lascio con la dissertazioni di Dostoevskij e il discorso di Ippolit di cui vi ho accennato poco fa. Godetevele!

“Vi sono persone di cui è difficile dire qualcosa che possa raffigurarle con un’unica pennellata, nel loro insieme, nel loro aspetto più tipico e caratteristico; vengono perciò definite abitualmente gente “comune”, “maggioranza” e, in effetti, costituiscono la stragrande maggioranza di ogni società. Un considerevole numero di scrittori, nei romanzi e nelle novelle, cerca di scegliere e di rappresentare in senso artistico tipi che fanno parte della società, ma che si incontrano molto raramente nella realtà e che, ciò nonostante, sono quasi più reali della realtà stessa… che cosa deve fare un romanziere alle prese con la gente ordinaria, assolutamente “comune”, e come deve presentarla al lettore per renderla un poco più interessante? Nel racconto non si possono evitare del tutto le persone ordinarie perché sono, in ogni momento e nella maggioranza dei casi, l’elemento indispensabile che collega gli avvenimenti quotidiani; ignorandole, dunque, contravverremmo alla legge della verosimiglianza. Riempire i romanzi solo di tipi o anche, molto più semplicemente, di persone strane e inesistenti, sarebbe inverosimile e persino poco interessante. A nostro avviso lo scrittore deve cogliere le sfumature accattivanti e interessanti anche nelle persone ordinarie. Infatti l’essenza stessa di alcune persone ordinarie consiste nel loro essere sempre e immutabilmente ordinarie, oppure – ancora meglio – nonostante tutti gli enormi sforzi che esse fanno per uscire a qualunque costo dalla normalità e dalla monotonia quotidiana, nel rimanere tali e quali in eterna compagnia del solito tran tran, acquisendo persino proprietà specifiche, come per l’appunto quella propria dell’uomo ordinario che per niente al mondo accetta di rimanere ciò che è, e vuole diventare originale e indipendente a tutti i costi pur senza avere la minima possibilità di guadagnarsi questo nuovo stato”.

“Essendo in punto di morte (perché, comunque vadano le cose, morirò anche se sono ingrassato, come sostenete voi), essendo dunque sul punto di morire, ho sentito che sarei andato in paradiso incomparabilmente più tranquillo se fossi riuscito a mettere in ridicolo almeno uno dei rappresentanti di quell’infinita schiera di uomini che mi hanno perseguitato per tutta la vita, che io ho odiato durante la mia esistenza e di cui il vostro stimatissimo fratello è una figura di spicco. Io vi odio, Gavrila Ardalionovic, unicamente perché – e vi potrà sembrare sorprendente – unicamente perché voi siete il tipo e la personificazione, l’incarnazione a la sintesi della più sfacciata, della più compiaciuta, della più volgare e ripugnante ordinarietà! Voi siete l’ordinarietà magniloquiente, priva di dubbi e olimpicamente soddisfatta; siete il concentrato del grigiore quotidiano! Mai nella vostra mente né nel vostro cuore potrà nascere la minima idea personale. Eppure siete infinitamente invidioso; nel profondo siete convinto di essere un grandissimo genio, tuttavia il dubbio, qualche volta, nei momenti neri, viene a farvi visita e vi riempie di rabbia e di invidia. Oh, al vostro orizzonte vi sono ancora punti neri; verranno meno quando rimbecillirete definitivamente, cosa che avverrà presto; tuttavia il vostro cammino sarà ancora lungo e vario, non dirò felice, e di questo sono contento. Innanzitutto vi predìco che una persona di nostra comune conoscenza non vi apparterrà mai…”.

(Fedor Dostoevskij)
(da: “L’idiota”)

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Dello stesso autore:

La bellezza (estratto da: I demoni)

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Esordiente avvisato, mezzo salvato

segnale_pericolo-2Buongiorno navigatori, oggi parliamo di editoria.

Chi frequenta abitualmente questo sito sa che la mia posizione a proposito dell’editoria a pagamento è netta: NO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO, punto e basta.
Non ho cambiato idea, state tranquilli!

Questo sito esiste per varie ragioni, una delle quali è aiutare gli aspiranti scrittori. Per questo, mi capita di rispondere in privato a varie domande e dare un parere su aspetti diversi che riguardano sia la scrittura in sé, sia la pubblicazione.

Metto la mia esperienza e il mio tempo a disposizione di tutti, non solo di chi ha le mie stesse idee, perciò oggi voglio rivolgermi a quegli aspiranti scrittori che non sono contrari all’editoria a pagamento e sono di conseguenza disposti a versare all’editore il tanto nominato “contributo”. Credo di non aver mai scritto un post di questo tipo, ma è arrivato il momento di farlo, perché ci sarà sempre chi crederà che pubblicare a pagamento sia una cosa buona, e se posso aiutare qualcuno a non cadere in certe trappole, allora ho il dovere di farlo.

Pubblicate a pagamento, se credete, ma state attenti, molto attenti. Dovete spalancare gli occhi, perché nei contratti a pagamento ci sono truffe nascoste tra le righe di ogni articolo.
Oggi proverò a darvi delle linee guida, ma resto comunque a disposizione di tutti voi in privato, all’indirizzo: chiaravitetta1985@gmail.com
Scrivetemi se volete un parere su un contratto, se avete un dubbio, se volete soddisfare una curiosità; insomma, sono qui per voi.

Dovete sapere che gli editori a pagamento non sono tutti uguali. Ci sono quelli che spacciano la ricerca di polli da spennare per un concorso letterario, quelli che tirano fuori qualunque argomento per giustificare la richiesta di denaro, quelli che si nascondono dietro un dito, e poi ci sono quelli onesti, che dicono come stanno le cose e magari fanno anche un po’ il mestiere di editore. Sono rari, ma esistono.

Siete disposti a pagare per pubblicare e aveva già escluso le tipografie e i siti di book on demand come lulu o ilmiolibro? Ok. Volete un editore insomma, perché magari pensate che così arriverete nelle librerie. Fermo restando che passare da un editore non significa necessariamente avere il proprio libro in libreria, comunque posso capire il ragionamento.

Beh, ecco che vi apprestate ad iniziare la ricerca.
Pubblicare senza contributo è molto difficile, pubblicare a pagamento è certamente più facile, ma se non volete essere presi in giro, anche questa strada presenta delle difficoltà. Pronti? Ok, balliamo.

Questo è ciò che vi consiglio:

– Evitate di cedere i diritti della vostra opera per più di 3 anni;

– Pretendete un diritto d’autore di almeno il 10%;

– Badate bene alla distribuzione, e non a quella che l’editore vanta al telefono con voi o sul suo sito, bensì a quello che c’è scritto, nero su bianco, sul contratto;

Badate che sul contratto ci sia scritto il numero di copie che saranno stampate e la data (ad esempio: entro dieci mesi) entro cui verranno alla luce. Se non ci fosse scritto il numero di copie che l’editore intende stampare, ma una frase del tipo: “L’editore si riserva di stampare il numero di copie necessarie in base alle richieste di mercato”, fuggite a gambe levate. Con una frase del genere l’editore si mette a posto con la legge e qualora avesse intenzioni di truffarvi non stampando neppure una copia, non potreste neppure denunciarlo;

Pretendete almeno 15 copie omaggio, se il vostro contributo non consiste nell’acquisto copie. Se invece consistesse proprio nell’acquisto copie, cercate di trattare. Spesso in questi casi l’autore deve pagare le copie al loro prezzo di copertina, ma è assurdo, perché già vendendovele al 50% di sconto, l’editore avrà coperto le spese di stampa e ottenuto un piccolo guadagno;

Pretendete che tutte le copie del vostro libro che acquisterete vi vengano scontate del 50% (del prezzo di copertina);

Non pagate altri soldi per servizi aggiunti come l’editing o la correzione di bozze. Questi sono costi accessori per un tipografo o un sito di book on demand, non per un editore, specialmente per uno che state anche pagando.

Come contratto, badate bene a tutto questo.

In generale invece, guardatevi bene dagli editori che si difendono giustificando la richiesta di soldi. Innanzitutto, perché giustificarsi? Coscienza sporca? Se credessero di essere nel giusto, si difenderebbero tanto? Allora c’è del marcio! Scegliete editori onesti, sempre. Una persona onesta non ha bisogno di nascondersi dietro un dito.

Ecco le comuni giustificazioni a cui mi riferisco:

1. “Anche Moravia e Pasolini hanno pubblicato a pagamento!” Cioè, o ti credi più bravo di loro e passi per superficiale rifiutando di pagare, o capisci che il mercato funziona così e soltanto così. Sbagliato! Quando Moravia e Pasolini cercavano di pubblicare, non esisteva la stampa digitale e pubblicare un libro significava davvero investire molto denaro stampando migliaia di copie. Oggi il mercato è molto diverso, e non solo per le tecniche di stampa. Questa giustificazione è forse, tra tutte, la più stupida. E per la cronaca: solo una fetta del mercato è così, e pagare non è l’unica strada.

2. “Noi vogliamo dare una possibilità a tutti, chiedendo un piccolo acquisto di copie possiamo farlo”. La sanità, l’istruzione e la giustizia devono essere garantite a tutti, mica pubblicare un libro è un diritto! E comunque, per assurdo, anche volendo accettare il paragone, una cosa offerta in cambio di denaro (a volte si arriva anche a 3000 euro per 100 copie) non è per tutti. Vogliamo avere una mutua per scrittori? Ma per favore!

3. Questa è la mia preferita: “Non vogliamo definirla editoria a pagamento, ma Editoria Promozionale”. Ah, ecco, ora è tutto chiaro. Insomma in cosa consisterebbe? Intanto a pagamento resta, chiariamo il concetto. E poi, se non paghi non è promozionale? Cioè non fanno promozione altrimenti? Magari non hanno i soldi perché non riescono a vendere i libri che stampano oppure non riescono a trovare abbastanza polli da spennare?

4. Se non chiedessimo il contributo non rientreremmo nelle spese sostenute”. Ah. No, dico: AH! Vantatevene. Editori che non sono capaci di vendere libri, perché dovrebbero fare gli editori? Gli autori devono dar loro da vivere? Permettergli di continuare a non saper vendere i loro prodotti e continuare a produrne? Ma dico, siamo impazziti?

Bene, per oggi è tutto. Molto probabilmente il mio proposito di rimanere imparziale non è stato un successo. Credo che le mie idee e la mia indignazione siano più forti di ogni tentativo di diplomazia e siano quindi spuntate fuori ovunque, nei toni o nelle parole. Spero che abbiate comunque apprezzato il tentativo e che facciate tesoro di queste dritte.

In bocca al lupo a tutti coloro che sono scrittori fino al midollo anche se non hanno mai pubblicato nulla.

Sono con voi. Sempre.

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Altri consigli utili qui: Consigli per aspiranti scrittori

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La notte dei desideri

Michael Ende - La notte dei desideriLa notte dei desideri è un libro per ragazzi. Scritto da Michael Ende e pubblicato nel 1989, è una bellissima favola che, come spesso accade, vede in contrapposizione il bene e il male. In questa storia il bene è rappresentato dagli animali, e il particolare dal gatto Maurice de Sainte Maure e dal corvo Jacopo. Il gran consiglio degli animali, preoccupato per i tanti problemi del mondo, si è riunito e ha stabilito di inviare dei controllori nelle case dei loschi figuri sospettati di aver causato una lunga serie di catastrofi. E così Jacopo si troverà a tenere sott’occhio la strega Tirannia Vampiria e Maurice de Sainte Maure dovrà controllare il mago Belzebù Malospirito. I due animali, personaggi strani e divertenti, dovranno mettere un freno alle brutte azioni dei due maghi, specie nel momento in cui si accingeranno a creare insieme il famigerato Grog di Magog, bevanda dotata di terribili poteri.

Il titolo originale, tradotto in italiano sarebbe stato Il satanarchibugiardinfernalcolico Grog di Magog”. La particolarità di questo libro è certamente l’esistenza, al centro di esso, di questa lunghissima parola: satanchibugiardinfernalcolico. Si tratta di una cosiddetta parola “a cannocchiale”, vale a dire una parola composta da molti vocaboli le cui sillabe finali coincidono con le iniziali del vocabolo successivo. In questo caso si tratta di un incastro di sette parole:

1) Satana;
2) Anarchico;
3) Archibugi;
4) Bugiardi;
5) Giardino;
6) Infernale;
7) Alcolico.

Un gioco di parole davvero carino, ben spiegato al centro nel libro, in una sorta di parentesi in mezzo alla storia.

E così Jacopo e Maurice de Sainte Maure dovranno contrastare insieme le forze del male. Eppure i due sono molto diversi. Si capisce in tanti momenti della storia, ma quello in cui il concetto è particolarmente chiaro è quando ognuno spiega la propria filosofia di vita:

Jacopo: “Bisogna sempre pensare al peggio, per principio, e poi bisogna fare tutto quello che si può per impedirlo”.

La risposta di Maurice de Sainte Maure: “La mia bisnonna Mia, che era una vecchia gatta saggia, diceva sempre: se riesci a entusiasmarti per una cosa, allora falla – e se invece non riesci a entusiasmarti, allora mettiti a dormire. – Io devo potermi entusiasmare, perciò cerco sempre di raffigurarmi la migliore di tutte le situazioni possibili, e poi fare tutto quello che posso per favorirla”.

Due filosofie diverse che però portano allo stesso risultato: fare il possibile perché tutto finisca nel migliore dei modi.
Un’altra cosa molto carina di questo libro è l’ironia. Sorriderete spesso, leggendo, e forse come me apprezzerete i giochi di parole sui nomi dei personaggi (bravi i traduttori) e la molta fantasia dell’autore.

Certamente anche il finale ha un suo fascino, così come le informazioni aggiunte sui personaggi principali, come la voglia del gatto Maurice de Sainte Maure di essere un grande artista. Maurice in realtà è Maurizio e si vanta di ciò che non è, ma tutto in questa storia è giustizia e bellezza, lo scoprirete leggendo fino all’ultima pagina.

Insomma vi consiglio questo bel libro, buono per tutte le età, e vi lascio con una frase, pronunciata da un Maurice che ha ormai ammesso di chiamarsi Maurizio e di non essere l’artista che si vantava di essere:

“Ti ho già raccontato, no?, di bisnonna Mia, la vecchia saggia gatta che conosceva tante cose misteriose. Abitava anche lei in quel buco di cantina. Adesso è già da tempo in cielo presso il Grande Gatto, come tutti gli altri tranne me. Poco prima di morire mi ha detto una cosa: ‘Maurizio’ ha detto, ‘se davvero vuoi diventare un giorno un grande artista, allora devi conoscere tutte le altezze e le bassezze della vita; perché solo chi le conosce può intenerire ogni cuore”.

P.S. Grazie ad Helmut, che mi ha regalato questo libro.

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Dello stesso autore:

Lo specchio nello specchio (recensione)
Le passioni umane (estratto da La storia infinita)
Momo (estratto)

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“Apri gli occhi” secondo i lettori (1)

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Era il 20 aprile 2009 quando Notte Nera, che gestisce il blog http://trivialities.iobloggo.com/, ha pubblicato un post con una bellissima recensione del mio primo libro.

Ci siamo conosciute all’Expolevante (Bari), la prima fiera a cui ho partecipato, e da allora siamo rimaste in contatto. Notte Nera è stata tra le prime persone che hanno comprato Apri gli occhi, ed oggi, con molto orgoglio ho potuto leggere la sua recensione anche del mio secondo libro.

Come scrittrice ancora poco conosciuta faccio molta fatica e lotto tanto per emergere, e non vi nascondo quanto sia difficile, a volte, non arrendersi. Eppure sono ancora qui, no? E lo sono anche grazie a persone come Notte Nera, che comprano i miei libri dandomi la possibilità di conquistarle con le mie parole. Specie quando si tratta dell’opera di un autore che non abbiamo mai letto, comprare un libro significa dare un’importante possibilità. Notte Nera l’ha fatto comprando L’oblio della ragione, il mio libro d’esordio. Ero solo una sconosciuta esordiente alla sua prima fiera, ma lei ha scelto di comprare proprio il mio libro, tra tanti. Non finirò mai di dirle grazie per questo, né per la sua voglia, tradotta poi in fatti, di farmi pubblicità sul suo blog. Come ho già avuto modo di dire (ed è il caso anche di Notte Nera), chi ha letto il mio primo libro non ha avuto bisogno di essere convinto ad acquistare anche il secondo, e questo è per me motivo di grande felicità. Chi invece non ha mai letto nulla di mio può darmi, se crede sia il caso, la possibilità cui ho accennato prima. E comunque, può anche lasciarsi convincere dalla recensione di Notte Nera! 😉

Le recensioni dei lettori sono importantissime, ed è per questo che chiedo a chiunque legga i miei libri di farmi avere un parere sincero in proposito. E può essere sincero, ve lo assicuro.

Cercate di ricordare che gli scrittori non sono solo quelli i cui libri campeggiano ben esposti nelle vetrine di tutte le librerie d’Italia. Ci sono scrittori davvero bravi anche tra gli scaffali, o fuori dalle librerie Mondadori, scrittori considerati solo da piccoli e coraggiosi editori, ma comunque bravi e degni di avere una possibilità. Cercateli e comprate i loro libri.

Bene, bando alle ciance, grazie a Notte Nera per tutto ciò che ha scritto parlando di Apri gli occhi. Adesso leggete questa bella recensione e fatevi convincere! Notte Nera consiglia Apri gli occhi, ma non vi svela nulla, non vi toglie la sorpresa di scoprire cosa accadrà ai protagonisti della storia, quindi se non avete ancora letto il libro, potete leggere comunque questa recensione.

Leggi la recensione

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Anteprima “Apri gli occhi”

Apri gli occhiBuongiorno visitatori,
come promesso, eccovi un assaggio di Apri gli occhi: i primi tre capitoli da leggere qui o scaricare in pdf e leggere in un secondo momento.

Per scaricare il pdf cliccate qui.

Buona lettura!

1

Chi scrive si presenta

(a suo modo)

Mi chiamo Matteo Sala, ed ero un professore universitario, un tempo. Avevo una fidanzata, una casa in affitto, dei sogni e un passato da non rimpiangere. Ora non sono niente. Vivo per strada da due anni e tre mesi, e ci sto bene, così mi dico nei giorni buoni. Nei giorni cattivi mi dico che non ho ragioni per vivere e che il passato è morto e non risorgerà, anche se lo desidero con tutto me stesso.

Ricordo la mia vita normale con una nostalgia bruciante, ma perlopiù cerco di ignorare il passato, di far finta che non sia mai esistito. All’università insegnavo scrittura creativa, e a casa coltivavo la mie passioni: leggevo libri di ogni genere, studiavo storia dell’arte e suonavo il pianoforte. Il mio lavoro era stato una seconda scelta, in realtà avrei voluto essere qualcos’altro, non restare nella normalità di una vita priva di bellezza e di successi.

A dodici anni avevo già deciso: volevo fare lo scrittore. Già credevo di averne le capacità, cosa di cui sono ancora convinto, ma con il tempo mi sono reso conto che il talento non è abbastanza. Siamo chiari con noi stessi: io potevo anche essere bravo a scrivere, così come migliaia di persone sono brave a cantare o a ballare, ma quanti di loro diventano Aretha Franklin o Rudolf Nureyev? Solo pochi emergono e riescono a svolgere quei mestieri rari come il cantante, l’attore, o lo scrittore. Si emerge per svariati motivi e non si emerge per altrettanti. Io credo che il talento non basti: si deve essere tagliati per una strada così difficile. Servono la forza, la determinazione, e spesso anche la presunzione, per imporsi nel mondo. Si deve andare avanti a denti stretti a costo di spezzarseli a forza di stringere, e non mollare mai la presa.

A tredici anni la mia convinzione era ancora più forte, desideravo scrivere con ogni fibra di me, con ogni piccolo pezzo della mia mente di adolescente. Con la mia giovane età, la mia mente brillante, e soprattutto con i miei sogni ancora integri, ho parlato a mio padre del mio desiderio più grande. Non dubito del suo affetto per me e devo ammettere che è stato un buon genitore, meglio di tutti gli altri che io abbia mai potuto giudicare, ma quel giorno fu bravo solo come stroncatore di sogni. Mi enunciò con una certa noncuranza le difficoltà immense della pubblicazione e disse che io non ero Charles Dickens né William Shakespeare; e quando obiettai: “Ma papà, Charles Dickens non è nato scrittore, sarà stato uno qualunque prima, no?”, la sua risposta fu: “Sì, certo, ma…”, seguito da non ricordo cosa. Credo di averlo rimosso.

Che ne sapeva lui del mondo dell’editoria? Era e sarebbe stato sempre soltanto un sarto, buono solo a rammendare i bei vestiti dei suoi ricchi clienti spilorci. Gli volevo bene, ma riuscii ad odiarlo negli anni successivi, perché non mi diede mai quell’incoraggiamento e quell’appoggio di cui avevo un disperato bisogno e che di certo fu una delle ragioni per cui “da grande” non feci lo scrittore.

Negli anni successivi ho continuato a scrivere, ma sempre con meno sicurezza, e anche se non volevo ammetterlo mi stavo costruendo, mentalmente e non, un piano B: un mestiere alternativo che mi permettesse di mantenermi, se (quando) non avessi avuto successo come scrittore. Fu così che divenni professore. Anche perché, chi volevo prendere in giro? Sapevo bene che non avrei mai inviato neppure due righe ad un editore. I miei sogni si erano frantumati, senza che me ne volessi accorgere, sotto gli occhi indifferenti di mio padre. Se sono qui oggi è perché un briciolo di presunzione mi è rimasto, e credo che ci sia una storia che valga davvero la pena di essere raccontata. Alla fine, anche se non ho fatto lo scrittore e quando mi si chiede: Chi sei? non so cosa rispondere, ho continuato ad immaginarmi famoso, felice e realizzato, in un futuro che non vedrò mai. In quanto al presente, quello è tutt’altra faccenda. Sono un clochard, o barbone, o senzatetto, come preferite. In questi anni ho imparato a sopportare la pietà, lo sdegno, il disprezzo delle persone che mi incontravano lungo la loro strada, e non è passato giorno senza che pensassi alle mie disgrazie e al mio passato perso. Tutto ciò fino a sette mesi fa, quando ho conosciuto una persona che mi ha cambiato la vita. Da allora ogni cosa è diversa, io per primo.

2

Il primo incontro

Non vivo sempre nello stesso posto, ma ne ho tre o quattro che frequento abitualmente, e una sera di circa sette mesi fa ero a spasso, diretto verso quello che preferisco, quando la vidi. Camminava davanti a me e a prima vista non ci feci caso, preso com’ero a stringermi nel mio cappotto malconcio per proteggermi dal freddo pungente di novembre. Le diedi un’occhiata distratta, notando solo la camminata lenta e sicura e le Asics da corsa indossate sotto i jeans a zampa d’elefante. Guardavo a terra, quella era la mia visuale normale: i piedi delle persone, o al massimo il retro delle loro ginocchia. Impari a guardare i loro piedi quando capisci che i loro occhi saranno pieni di disprezzo o di pietà; due pessimi sentimenti da vedersi rivolgere. Camminai per duecento metri e raggiunsi il ponte sotto cui avrei dormito e dove ad aspettarmi avrei trovato certamente il mio amico Antonio, con cui trascorrevo quasi tutto il tempo della mia triste ed inutile vita. L’unica cosa che non mi piaceva di quel posto era che a circa trenta metri di distanza le lucciole aspettavano i loro clienti, e a volte arrivava la polizia a fare controlli o arresti.

I poliziotti non sono mai stati un problema per noi, anzi, a volte qualcuno dei miei amici è stato salvato da una visita in galera: un posto caldo quando passi una notte di dicembre all’addiaccio può significare evitare la morte; ma le prostitute… A volte tra di loro vedo bambine cresciute troppo in fretta, costrette dai protettori a vendere i loro giovani corpi a chiunque per pochi euro. Allora mi si stringe lo stomaco, mi si forma un nodo in gola e la notte fatico a chiudere occhio. Alcune volte ho chiamato io stesso la polizia perché venisse a portarsi via quelle ragazzine dal corpo acerbo e dagli occhi tristi.

Quella sera comunque non c’era da fare gli schizzinosi: faceva freddo, un cielo minaccioso prometteva pioggia e il ponte offriva un tetto che coprisse le nostra teste sporche da un acquazzone imminente. Era soprattutto per questo motivo che quello era uno dei posti che preferivo. Raggiunsi il mio cantuccio abituale e mi sedetti su un cartone messo a terra da Antonio, che era nelle vicinanze, impegnato a chiacchierare con una lucciola. Per dirla tutta capita spesso che noi e loro familiarizziamo: a furia di stare negli stessi luoghi, noi a vivere e loro ad aspettare i clienti, si finisce per diventare amici, in qualche modo. Antonio parlava gesticolando e Daniela lo ascoltava con poco interesse, a giudicare dall’espressione annoiata. Poi lo vidi allungare una mano con poca grazia verso il fondoschiena di lei e distolsi lo sguardo. Non mi piace che ci si prenda certe libertà con le lucciole; non spalano già abbastanza merda senza che ci si metta anche un vecchio barbone? Guardai altrove e fu in quel momento che vidi la figura intera della donna con le Asics ai piedi e le gambe fasciate dai pantaloni a zampa d’elefante. Era discosta dalle lucciole, ma era chiaro come la luce del sole che quelle erano sue colleghe, che lo volesse o no. Non si sta in quella strada se non si cerca chi paghi per la concessione delle tue grazie!

La guardai per molti minuti, perché era come una visione, e non perché fosse particolarmente bella, ma perché era totalmente fuori posto. Il suo abbigliamento era insolito: oltre alle Asics e ai jeans che le evidenziavano il fondoschiena e i fianchi, indossava un piumino nero che le arrivava alla vita. Dimostrava circa ventisei anni, era bassina (circa un metro e sessanta), magra, ma con le curve al punto giusto. Il viso era un’altra faccenda: non si poteva dire bella, ma carina senza dubbio. Aveva occhi grandi e capelli scuri, lunghi fino al seno, completamente lisci. Non aveva trucco sulla faccia, neppure un filo. Stava ferma sul marciapiede con lo sguardo perso e le braccia incrociate sul petto, in attesa. Dopo averla osservata abbastanza da stamparmi in mente la sua figura, mi chiesi con una certa curiosità perché fosse vestita in quella maniera. Le sue colleghe indossavano minigonne ascellari, tacchi a spillo, calze a rete; mettevano la propria merce in bella mostra perché il cliente potesse scegliere in tutta libertà tra quali gambe avere un orgasmo. Lei invece stava lì, con le sue scarpe da corsa poco attraenti e i suoi jeans a zampa d’elefante, e di lei si poteva solo immaginare la pelle, mentre tutte le altre ne esponevano il più possibile, facendola diventare rossa per il freddo e prendendosi un raffreddore un giorno sì e l’altro pure.

Però pensandoci bene doveva averne molti, di clienti. Agli uomini doveva piacere far salire in macchina una ragazza che non sembrava affatto una prostituta e che invece nei fatti era tale. Probabile che si eccitassero molto vedendola vestita come una donna qualunque, potendo così immaginare, mentre le toglievano i vestiti, che lei non fosse una puttana, ma una ragazza che avevano conquistato. Forse il suo abbigliamento era una tattica ben congegnata. Mi venne quasi da sorridere al pensiero di quella trovata; roba da palati raffinati, certo non per tutti i clienti. Ma poi non sorrisi: non era una bella vita quella, a prescindere dalle tattiche scelte. Ma chi ero poi io per giudicare? Con questo pensiero mi addormentai, accoccolato nel mio cappotto sdrucito, e dormii. Sognai la lucciola con le scarpe da corsa, e quando mi svegliai, lei era ancora lì. Non saprei dire quante ore fossero passate; il mio orologio l’avevo venduto due o tre mesi prima, ma era buio ed erano rimaste solo tre ragazze, quindi dovevano essere all’incirca le quattro del mattino. Lei era ancora sul marciapiede, ma sembrava diversa, come sulle spine, disturbata da qualcosa.

Antonio dormiva di fianco a me. Mi alzai, dispiaciuto per quanto gli stavo togliendo: il calore dei corpi è prezioso per chi vive per strada; ma avevo assoluto bisogno di sgranchirmi le gambe. Mi stiracchiai e feci qualche passo verso la ragazza misteriosa. Lei si guardò i piedi, poi alzò la testa sentendo il rumore di una macchina in arrivo.

Le altre due lucciole rimaste si affrettarono a raggiungere il veicolo (un’orrenda Multipla blu) e lei non si mosse. L’uomo al volante dell’auto si fermò solo quando fu vicino a lei, e non degnò le altre d’attenzione. La portiera del passeggero si aprì e la ragazza guardò all’interno. Aveva inclinato la testa e fatto un sorriso al cliente, poi aveva detto qualcosa, probabilmente il prezzo del suo corpo, aveva fatto cenno di sì con la testa ed era salita in macchina. I suoi movimenti erano strani, studiati. Tornai a sedermi accanto ad Antonio. Lei era svanita nel nulla con il cliente della Multipla.

3

Un freddo cane

Dopo quel giorno non la vidi per un po’, ma continuavo a pensarci. Mi sembrava ancora una visione, devo ammetterlo.

Di solito nei giorni particolarmente freddi io ed Antonio dormivamo sotto quel ponte, ma quell’anno fummo fortunati: scoprimmo un palazzo abbandonato sfuggito ai controlli della polizia. Quell’edificio aveva un solo possibile futuro davanti, un futuro che ci ricordava dolorosamente il destino subito dalle nostre vite: la demolizione.

Sfruttammo quel provvidenziale riparo finché fu possibile. Eravamo in dieci: io e altri nove disgraziati come me. La pacchia durò meno di una settimana. Vennero a cacciarci e ci ritrovammo senza un tetto sulla testa, cosa che non ci stupì più di tanto.

Erano passati cinque giorni da quando avevo visto quella ragazza la prima volta e ora stavo tornando sotto il ponte dove lavorava. La cosa mi faceva piacere: speravo di rivederla.

Mi sono sempre incuriosito facilmente, e la mia curiosità è sempre stata diretta soprattutto verso le persone. Mi capita spesso di desiderare ardentemente di parlare con qualcuno visto per strada, perché a volte mi colpisce uno sguardo o un atteggiamento e vorrei sapere a chi appartiene, perché esiste, a chi è diretto. Certe volte mi sento quasi ossessionato dalla curiosità e finisco per fare lunghi discorsi con Antonio, distruggendo le sue povere orecchie e frantumando il suo disgraziato cervello. Faccio molte domande e spesso sono irritante, me ne rendo ben conto, ma mi piace studiare le persone e mi piace che le persone studino me, anche se questo non capita mai, purtroppo. Insomma, lei mi aveva colpito, volevo sapere le ragione di ogni cosa che avevo notato, dalle scarpe da corsa ai movimenti studiati.

E insomma io ed Antonio tornammo sotto il ponte e ci sistemammo con giornali e cartoni, ma faceva un freddo del diavolo. Io la cercavo con lo sguardo, ma vedevo solo le solite lucciole con i vestiti striminziti e le pellicce corte. Tenevano le giacche aperte per mostrare seni stretti in reggiseni di pizzo o di pelle. Erano ridicole così conciate in una notte del genere. Si stava anche alzando un vento bastardo, di quelli che ti entrano nelle ossa e ti fanno tirare giù dalla soffitta il classico vecchio adagio: Fa un freddo cane.

Cominciammo presto a tremare. In quelle condizioni di dormire non se ne parlava, almeno per me; Antonio invece prese quasi subito a russare come un trattore. Io osservavo il marciapiede e speravo di vedere lei. Aspettai un bel po’, in effetti, ma tanto che avevo da fare?

E poi arrivò. Una macchina accostò al marciapiede e ne scese lei. Sorrisi nel vederla: indossava un piumino bianco lungo fino alle ginocchia, pantaloni di velluto nero, anfibi neri e sciarpa nera. I capelli erano sciolti come la volta precedente. La trovai molto carina e la invidiai anche: il suo piumino doveva essere davvero caldo. Aveva in una mano una borsa e nell’altra quelle che sembravano banconote. Camminò nella mia direzione contando i soldi (eh si, erano decisamente banconote, ed erano tante), poi alzò gli occhi e mi vide. Si fermò, come fulminata da un pensiero e rimase ferma, con il vento che le sbatteva i capelli sul viso e lei che li scacciava inutilmente. Alla fine li riunì come in una coda di cavallo e li bloccò dentro il piumino. Saggia decisione.

Mi guardò di nuovo, si voltò e si allontanò in fretta verso il mondo civilizzato, lontano da barboni e prostitute. E comunque lei di certo non rischiava discriminazioni in giro per la città: tutto poteva sembrare, fuorché quello che era. Mi sentii solo quando la vidi scomparire, forse perché il suo era l’unico volto amico sveglio a quell’ora. Le notti invernali fredde e ventose fanno un po’ quest’effetto, ti fanno sentire abbandonato, solo al mondo. Non è una bella sensazione. Ci stavo riflettendo quando la vidi tornare. Aveva una busta in mano e si dirigeva verso me e Antonio. Aspettai di vedere cosa avesse intenzione di fare e nella mia testa vidi buio assoluto: che poteva volere da me?

Quando fu a pochi passi, vidi che i suoi occhi erano belli, castano chiaro, grandi ed espressivi. E aveva uno sguardo dolce nel quale mi parve di scorgere qualcosa di strano. Dolore?

«Salve» disse. E tirò fuori dalla busta una bottiglia di vetro.

«Ciao» risposi con fatica. Ero intirizzito dal freddo.

Sorrise e mi porse la bottiglia.

«Non avevano bicchieri di carta, mi spiace».

Allora capii (meglio tardi che mai!) che aveva comprato quella bottiglia per noi.

«Grazie, ma non ce n’era bisogno».

D’accordo, ero abituato all’elemosina, ma quel gesto mi aveva colto di sorpresa, e poi a malapena riuscivo a parlare. Lei divenne seria.

«Non fare lo stupido, fa un freddo cane! È vodka e spero sia abbastanza forte. Non mi intendo di alcolici, ma so che riscaldano e ho pensato che fosse l’unico rimedio. Non ci sono negozi di coperte aperti a quest’ora».

Sorrise. Avevo l’impressione che il suo corpo fosse irrigidito, come se avesse freddo anche lei e quasi faticasse a non battere i denti.

– «Grazie». – Non sapevo che altro dire; la guardavo e cercavo di scongelare il cervello per tirare fuori qualcosa di meglio, ma era proprio difficile. Mi sa che si capiva, perché lei aprì la bottiglia e me la mise in mano.

«Bevi e sbrigati, o ti congelerai. E anche il tuo amico».

Bevvi la vodka e subito cominciai a sentirmi di nuovo umano. Avrei voluto darne anche ad Antonio, ma mi dispiaceva non essere più solo con lei, così temporeggiai.

– «Sei stata davvero gentile».

– «Mi chiamo Rebecca».

– «Matteo». – Le allungai la mano e mi resi conto che come un deficiente non mi ero neppure alzato. Rimediai, ed Antonio mugolò, svegliandosi di soprassalto. – «Che cazzo è?» – sbraitò, ancora insonnolito. – «Cazzo, che freddo!» aggiunse in un moto di finezza. Io gli allungai la vodka sperando che bastasse a zittirlo, ma non funzionò quanto avevo sperato.

– «Oh, salve…». – Come al suo solito fece il gesto di levarsi un cappello che non aveva. Rebecca sorrise e non disse nulla.

Antonio bevve e si zittì. Mi sentivo in imbarazzo, non sapevo come comportarmi. Lei probabilmente se ne accorse, perché assunse una strana espressione e poi disse: – «Non avere tanti riguardi con me, sono solo una puttana, come quelle laggiù. So che mi hai vista, perciò è inutile prendersi in giro, no? Bevi e chiuditi quel cappotto, o morirai assiderato! Buonanotte».

Non feci neppure in tempo a rispondere, eppure volevo obiettare decine di cose ad ognuna delle sue affermazioni. Si allontanò con passo lento ed io le guardai la schiena. La mia dannata curiosità bruciava di una febbre in aumento. Perché si era presa tanto disturbo per noi? Comunque mi aveva appena salvato come minimo da una bronchite. Le dovevo qualcosa, e perdiana, mi sarei sdebitato, eccome.

[Continua…]

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Apri gli occhi

Apri gli occhiBuongiorno uomini e donne della rete, e benvenuti su questo sito.

Oggi con grande orgoglio ho il piacere di informarvi di un’importante novità: è uscito il mio secondo libro, Apri gli occhi. Voglio ringraziare anche qui tutti i miei lettori, che hanno chiesto a gran voce questa seconda pubblicazione. Grazie all’entusiasmo e all’appoggio di tutti loro, Apri gli occhi è uscito dal proverbiale cassetto per prendere vita anche agli occhi del mondo, non solo ai miei. Naturalmente tutto questo non sarebbe stato possibile senza la casa editrice che anche questa volta ha investito dei soldi e delle energie nel mio libro, la Edizioni del Poggio. L’editore è molto importante, ma i lettori lo sono di più, perché le loro parole risuonano nella mente nei momenti difficili, quando fare lo scrittore di mestiere sembra un obiettivo lontano anni luce.
Grazie a tutti per quello che avete fatto e che fate per me. Senza di voi, chissà dove sarei adesso.

Anche questa volta è stata Federica Faggiano ad occuparsi della copertina, ideandola, disegnandola e infine curandone la grafica. Le faccio i miei complimenti anche in pubblico per il magnifico lavoro che ha fatto.

Vi presento Apri gli occhi innanzitutto facendovi leggere la quarta di copertina:

“Qualcuno crede che la felicità si raggiunga attraverso la realizzazione dei sogni, ma inseguirli comporta fatica e sofferenza. La realtà non fa sconti a nessuno, e a volte crederci soltanto non basta, bisogna dare molto… a volte tutto.

Matteo e Rebecca vivono ai margini della società: barbone lui, prostituta lei. La vita ha negato le loro ambizioni, fiaccato le loro forze e deluso ogni aspettativa. Riusciranno a scrollarsi di dosso la sfiducia ricominciando ad inseguire concretamente i sogni?”

Ed è anche nella quarta di copertina che potete leggere qualche riga della prefazione, scritta dallo scrittore e sceneggiatore Luca Guardabascio:

“È una storia completa “Apri gli occhi”. È un racconto sull’amicizia onesta, sull’arte, la cultura e, soprattutto, sull’amore puro. È una cura positiva al dramma, un viatico per la realizzazione dei sogni traditi che rimangono in un vaso in attesa di essere scoperchiati. I sogni sono rimedio alla solitudine, alla malinconia, alla depressione. Sono persone sole che come “un vecchio palazzo abbandonato hanno per futuro la demolizione”, come scrive l’autrice cogliendo l’animo di chi vive per strada. Matteo e Rebecca al principio della storia hanno già due vite fallite e, nell’incontrarsi, entrano in simbiosi fondendo in uno specchio deforme corpi e sogni come se appartenessero allo stesso individuo”.

Come forse avrete intuito da queste parole, Apri gli occhi è molto diverso da L’oblio della ragione. Si tratta di un romanzo e non tocca né il genere noir né quello horror. Non voglio dirvi altro perché da lettrice penso che sia più bello scoprire pian piano quello che un libro contiene, anziché bruciare tutto sapendo dei dettagli prima ancora di cominciare a leggerlo. Se avrete voglia di seguirmi, però, nei prossimi giorni vi prometto un post con i primi capitoli del libro.

So che non ho bisogno di convincere chi ha già letto L’oblio della ragione a comprare Apri gli occhi, per cui mi rivolgo a tutti gli altri. A volte dei lettori indecisi mi chiedono quale sia una buona ragione per comprare uno dei miei libri. Di solito sorrido e in tutta sincerità dico innanzitutto che sono un tantino di parte, ma giusto un filo, eh! 😉 Poi spiego che acquistare libri di piccole case editrici e autori poco conosciuti aiuta sia il mercato editoriale, sia la cultura (l’esistenza di piccoli editori rende il mercato più vario e mantiene una pluralità di scelte) sia l’autore stesso, che spesso ha solo bisogno della fiducia dei lettori. E così anche a voi chiedo una possibilità. E anche a voi dico che questo acquisto significherà anche avere una possibilità rara: quella di confrontarsi con lo scrittore a fine lettura. Chiedo sempre a chi compra i miei libri di farmi avere un parere sincero, se ne ha voglia. A questo aggiungo anche che chi volesse scrivere una recensione del libro è invitato a farlo e mandarmela, dopodiché io la pubblicherò su questo sito, che sia positiva o negativa, senza alcun problema.

Beh, spero di avervi convinti. Quello che vi manca, a questo punto, è sapere come acquistare il libro. Avete tre possibilità:

1. Ordinarlo da qualunque libreria in Italia;

2. Acquistarlo online da uno di questi siti:

IBS
BOL
WEBSTER
Edizioni del Poggio
LIBRERIA UNIVERSITARIA
DVD.IT
ITALIA DVD

3. Comprarlo direttamente da me, autografato e con dedica. In quest’ultimo caso, scrivetemi qui: chiaravitetta1985@gmail.com

Non mi resta che augurarvi buona lettura, sperando che il prossimo libro sul vostro comodino sia Apri gli occhi. 😉

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La pipa

BON46676Chi vi parla è una pipa di scrittore:
dalla mia cera di Cafra o d’Etiope
si fa presto a concludere che il mio
padrone è un accanito fumatore.

Quando d’angosce gli si gonfia il cuore,
io m’impennacchio come la cascina
dove è tutta in bollore la cucina
per il ritorno dell’agricoltore.

L’anima sua si dondola e si lega
nelle spire che salgon dall’ardente
mia bocca, azzurre, volubili e lente.

E il forte filtro che da me si spiega
gli versa in petto una virtù sovrana,
e lo spirito stanco gli risana.

________________________________

La pipe

Je suis la pipe d’un auteur;
On voit,à contempler ma mine
D’Abyssinienne ou de Cafrine,
Que mon maitre est un grand fumeur.

Quando il est comblé de douleur,
Je fume comme la chaumine
Où se prépare la cuisine
Pour le retour du laboureur.

J’enlace et je berce son ame
Dans le réseau mobile ed bleu
Qui monte de ma bouche en feu,

Et je roule un puissant dictame
Qui charme son coer et guérit
De ses fatigues son esprit.

(Charles Baudelaire)

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Dello stesso autore:

– Le chat
– La musica
– I gufi
– Epigrafe per un libro condannato
La botte dell’odio

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I colossi editoriali e le fregature porta a porta

Il gatto e la volpeSalve visitatori,

è possibile che di recente un ragazzo o una ragazza molto gentili e carini abbiamo bussato alla porta di casa vostra o vi abbiano fermato per strada pubblicizzando una certa offerta riguardante l’acquisto di libri.

In uno specifico circuito di librerie esistono delle speciali offerte secondo le quali potrete risparmiare molti soldi, ma acquistare libri usciti di recente, seppure magari in edizione economica. Per avere questi speciali sconti, dovrete iscrivervi al club. I prezzi sono buoni, nulla da dire. Il guaio, e qui cominciano i dolori, è come viene presentata l’offerta. Prima ancora di farsela spiegare, molti chiederanno: “Ma non è che poi mi arrivano a casa libri che non ho mai chiesto?” La simpatica personcina che avrete davanti vi rassicurerà certamente, con tanto di comprensione per le vostra paure, dicendovi qualcosa come: “No, assolutamente, non ti preoccupare, se non ordini non arriva niente!” Quasi scandalizzata per la domanda, vi farà mille rassicurazioni, stordendovi di informazioni sulla convenienza dell’offerta. E la cosa fantastica è che se dicessero la verità, l’offerta sarebbe buona davvero! Sconti di qua, sconti di là, dal 30 al 50% per vari acquisti, fino ai libri in regalo da scegliere tra molti volumi interessanti.

Quando questa personcina vi avrà convinto ad aderire al club diventando soci, vi chiederà un documento, una firma e un indirizzo dove inviare di volta in volta il catalogo. Mentre raccoglierà il materiale, magari vi rassicurerà ancora, dicendovi che se non acquisterete il numero di volumi stabilito annualmente (5), l’unica cosa che accadrà sarà la cancellazione dal club. Oh, che magnifica cosa questo club! A quel punto, è possibile che, se vi hanno agganciati in libreria o nelle vicinanze della libreria, vi chiedano di scegliere un libro tra un tot di titoli (la scelta è vasta) che vi venderanno scontato di non mi ricordo quanto, e subito dopo vi diranno che potete scegliere un libro in regalo, tra un tot di titoli, non molti però.

Mi permetto di consigliare a tutti, i via generale, di non firmare NIENTE senza aver prima letto tutte le condizioni contrattuali. Per quanto innocuo sembri il contratto e affidabile la persona che ve lo propone, fermatevi un momento e chiedetevi: “Dov’è la fregatura?”. Per esempio, seppure la persona che avete di fronte vi assicuri che gli acquisti possono essere fatti in vari momenti dell’anno indipendentemente dal catalogo e che non riceverete nessun libro non richiesto, a ben guardare, sul contratto che scritto:

“L’adesione al club X è gratuita. Effettuerò almeno un acquisto da ciascuna delle 5 riviste che mi saranno inviate periodicamente gratis ogni anno”.

e ancora:

“In qualunque momento potrò disdire l’adesione al club X dopo aver comprato almeno 10 articoli”.

Bene bene bene. E riguardo ai libri non richiesti? Sulla prima pagina della rivista di questo club c’è scritto:

“Il regolamento del club X per tutti i Soci è semplicissimo: ogni nuovo socio dovrà effettuare almeno un acquisto in una qualunque libreria del circuito X, da ciascuna delle cinque riviste che riceverà ogni anno, altrimenti, dopo essere stato preavvertito per posta o per telefono, riceverà la nostra OFFERTA PREMIUM presentata a pagina 6 con uno SCONTO SUPERIORE al 30%”.

Bene bene bene. Ottimo! Grazie al cielo esiste il diritto di recesso, e se posso ricordarvelo, esistono anche le denunce. Non si sa mai, meglio tenere in considerazione anche questa possibilità.

Vedete, nonostante non mi consideri un’allocca, hanno fregato anche me. Due simpatici e affabili giovani mi hanno fermata per strada a Firenze, in via De’ Ginori, per offrirmi questa magnifica opportunità. Molto bravi, davvero! Vorrei dire a Laura, il cui cognome non si legge sul contratto, che grazie a lei non mi fiderò più di chi vorrà vendermi qualcosa, né firmerò più niente prima di leggere anche le scritte minuscole a piè di pagina. Vorrei anche dire a lei e al suo collega (di cui non ricordo il nome) che non è conveniente prendere in giro le persone, perché quelle stesse persone poi parleranno ad amici e conoscenti della fregatura presa. Parla e parla ancora, le voci girano, specie se si ha un sito con un certo numero di visitatori fissi…

Insomma cari visitatori, state attenti, perché anche le facce giovani e pulite celano imbrogli.

E come scriveva Verga ne “I malavoglia”: “La buona fede sta di casa in via dei minchioni, dove si vende la corda per impiccarsi”.

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