Francis Turner

Fabrizio de André - Non al denaro non all'amore né al cieloNel 1971 uscì un disco di Fabrizio de Andrè, Non al denaro non all’amore né al cielo, composto da vari adattamenti (creati insieme a Giuseppe Bentivoglio) di alcune poesie contenute nell’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Questo disco contiene alcune tra le canzoni più belle di questo eccezionale cantautore, almeno secondo il mio parere. Una è Un malato di cuore, venuta fuori dalla poesia che state per leggere. Devo dire che De André e Bentivoglio hanno fatto un magnifico lavoro, migliorando molto tutte le poesie scelte. Adesso godetevi le parole di Masters, e poi, perché no? anche quelle di De André. Buona lettura e buon ascolto!

Francis Turner

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardiano di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi sfuggì.

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Francis Turner

I could not run or play
In boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink –
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary Knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines –
There on that afternoon in June
By Mary’s side –
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

(Edgar Lee Masters)
(da: “Antologia di Spoon River”)

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Per ascoltare Un malato di cuore clicca QUI.

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Leggi altri estratti dall’Antologia di Spoon River:

– Tom Beatty
– Il suonatore Jones

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Moderato in re minore

La poesia non esiste solo sulla carta o sul web, a volte anche i testi delle canzoni sono poesie. Secondo me questo è il caso di molte canzoni di Carmen Consoli e tra le tante, anche di quella che sto per proporvi, “Moderato in re minore”, tratta dall’album “L’eccezione” (2002). Quando penso al Natale e cerco di collegare a questa festività una poesia nota, mi viene sempre in mente “Natale”, di Ungaretti, ma siccome ve l’ho proposta l’anno scorso, quest’anno vi faccio leggere le parole a cui penso subito dopo quelle di Ungaretti.

Buona lettura e buon Natale!

Moderato in re minoreCarmen Consoli - L'eccezione

Vigilia di Natale,
un giorno come gli altri,
una tazza di latte caldo e
nessun regalo da scartare.

Auguri professore
Felice anno nuovo,
d’un tratto un indecifrabile
imbarazzo colmava i suoi occhi.

Vigilia di Natale
e i cori polifonici
trainati dal vento,
sii laudato o mio signore.

Gli addobbi per le strade,
presepi viventi,
d’un tratto un senso di sconforto
misto a frustrazione, colmava i suoi occhi.

Ed avrebbe voluto
trovare al suo fianco
una compagna premurosa
e amabile.

Ed avrebbe voluto
sentire il calore
di un altro corpo sotto
le coperte.

Vigilia di Natale,
un albero spoglio,
uno sguardo fugace a
vecchi testi di filosofia.

Auguri professore e
felice anno nuovo
d’un tratto uno spietato senso
d’insoddisfazione colmava i suoi occhi.

Ed avrebbe voluto
trovare al suo fianco
una compagna premurosa
e amabile.

Ed avrebbe voluto
sentire il calore
di un altro corpo sotto
le coperte…

(Carmen Consoli)

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(Per ascoltare la canzone clicca qui.)

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Intervista radiofonica

pulsante-radio-web

Salve navigatori,

siete ormai abituati a leggere ogni sorta di intervista, ma questa volta non si tratta di botta e risposta da leggere, bensì di parole tutte da ascoltare. Ho risposto con molto piacere alle domande che Pietro Pancamo mi ha posto, registrandole per “Pulsante radio web”, emittente milanese di cui ho avuto modo di parlare qui.

La trasmissione, che andrà in onda giovedì 23 dicembre alle 22:30, durerà circa 50 minuti, durante i quali verrà letto l’incipit di Apri gli occhi, qualche mia poesia, e infine andrà in onda l’intervista.

Per ascoltare la trsmissione, dovrete cliccare su questo link: http://www.internettabile.org/prw/main/ascolta.m3u.

Una replica andrà poi in onda il 24 dicembre alle 14:00.

Vi auguro buon ascolto!

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Tom Beatty

Edager Lee Masters - Antologia di Spoon RiverEro avvocato con Harmon Whitney
o Kinsey Keene o Garrison Standard,
perché anch’io dibattei la questione della proprietà,
sia pure alla luce artificiale, per trent’anni, nella sala da gioco del teatro.
E vi dico che la Vita è un giocatore
che ci sovrasta di testa e di spalle.
Nessun sindaco può chiudere la bisca.
E chi perde può strillare quanto vuole:
non riavrà il suo denaro.
La percentuale della Vita è difficile coprirla;
essa serve le carte per cogliervi debole
e non per incontrarvi in piena forza.
E vi dà settant’anni per giocare:
se non riuscite in settant’anni,
non riuscite mai più.
Andatevene dalla stanza se perdete –
andatevene, quando il vostro tempo è finito.
È vile sedersi a brancicare le carte,
e maledire le perdite, con occhi cerchiati,
piagnucolando per tentare ancora.

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Tom Beatty

I was a lawyer Harmon Whitney
or Kinsey Keene or Garrison Standard,
For I tried the rights of property,
Although by lamp-light, for thirty years,
In that poker room in the opera house.
And I say to you that Life’s a gambler
Head and ahoulders above un all.
No mayor alive can close the house.
And if you lose, you can squeal as you will;
You’ll not get back your money.
He makes the percentage hard to conquer;
He stacks the cards to catch your weakness
And not to meet your strength.
And he gives you seventy years to play:
For you cannot win in seventy
You cannot win at all.
So, if you lose, get out of the room –
Get out of the room when your time is up.
It’s mean to sit and fumble the cards,
And curse your losses, leaden-eyed,
Whining to try and try.

(Edgar Lee Masters)
(da: “Antologia di Spoon River”)

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Leggi altri estratti dall’Antologia di Spoon River:

– Francis Turner
Il suonatore Jones

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Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 4° Edizione

premio-scrivi-e-vinciLa 4° Edizione di “Scrivi e vinci” è andata molto bene. Complice la pubblicità fatta tramite Concorsiletterari.net, i partecipanti sono stati molti. Mi sono accorta, leggendo le continuazioni partecipanti, che questa edizione è stata particolarmente difficile. Non mi rendo mai bene conto di quanto alcuni “paletti” imposti mettano in difficoltà i partecipanti. Molti non hanno pensato, ad esempio, che sarebbe stata poco plausibile una storia d’amore del signor Vattelappesca, vista la giovane età che il protagonista aveva al momento della svolta della sua vita. Date le molte difficoltà di alcuni degli incipit proposti (credo che i più difficili siano stati il 1° e il 4°) ho preparato, per la prossima (e probabilmente ultima) edizione di “Scrivi e vinci”, un incipit molto libero e semplice. Curiosi? Tornate a trovarmi nei prossimi mesi e potrete soddisfare questa sacrosanta curiosità. Viste le difficoltà, vanno a tutti i partecipanti particolari complimenti per aver tentato lo stesso, mettendosi alla prova nonostante le mie grandi pretese.

Devo dire che la vincitrice, Loredana Corsello, se l’è cavata benissimo. Ha scritto una bellissima continuazione dando anche un titolo, seppure non fosse richiesto, che trovo vada benissimo: Sebastiano Melmoth, ovvero il nome di quello che la bibliotecaria e l’ometto con gli occhiali si ostinano a chiamare “Signor Vattelappesca”. La continuazione di Loredana è perfetta, sia perché si accorda bene con il mio incipit, sia perché è scritta in modo ottimo. Faccio i miei complimenti a Loredana, il cui meritato premio è al momento in viaggio.

E adesso non mi resta che augurarvi buona lettura ed invitarvi a dare un parere sul racconto completo.

Sebastiano Melmoth

Un ometto sui sessant’anni, tarchiato e con gli occhiali spessi, spazzava il pavimento della biblioteca comunale in una piovosa sera di settembre.
Eppure quel pavimento, così come tutto ciò che era parte della biblioteca, aveva praticamente già smesso di appartenere al comune, e l’ometto aveva già perso quel lavoro. Da qualche ora, infatti, era disoccupato.
Occuparsi di tenere pulita e in ordine la biblioteca era stato il suo lavoro per 22 anni, e staccarsene gli risultava doloroso, quasi straziante. Era per quella ragione che stava pulendo il pavimento con cura per l’ultima volta, passando con attenzione la scopa anche negli angoli più improbabili. La bibliotecaria l’aveva guardato in modo strano, quella sera, prima di uscire per l’ultima volta dall’edificio. Non capiva perché mai bisognasse prendersi il disturbo di pulire e mettere in ordine quando il giorno dopo tutto ciò che per loro era stato il luogo di lavoro di una vita, sarebbe passato in mani altrui.
Un certo signor Vattelappesca (né la bibliotecaria né l’ometto con gli occhiali avevano voluto mettersi in mente il nome di quell’uomo) aveva deciso che quelle mura cariche di scaffali strabordanti di libri di ogni genere avrebbe dovuto essere sua, e l’aveva acquistata senza pensarci due volte. Il comune aveva cercato di opporsi per varie ragioni, ma la cifra offerta aveva troppi zeri, così la biblioteca era stata venduta.
La cosa strana era che il signor Vattelappesca aveva preteso di comprare la biblioteca con dentro tutto ciò che c’era, dai libri ai computer fino ad arrivare agli schedari. Cosa voleva fare di tutta quella roba? Niente, probabilmente. Da uomo eccentrico e molto ricco quale era, probabilmente aveva fatto quell’avventato acquisto solo per potersene vantare. O almeno, questa era la rapida conclusione a cui l’ometto con gli occhiali era giunto.
La bibliotecaria davvero non capiva, non riusciva a credere che Vattelappesca avesse voluto la biblioteca con tutto dentro solo come trofeo. Che diamine di trofeo sarebbe una biblioteca? Ma l’ometto con gli occhiali era troppo arrabbiato per essere lucido, pensava solo che non avrebbe più spazzato il pavimento di marmo di cui conosceva ogni angolo, né camminato tra le file interminabili di scaffali carichi di libri, né respirato il profumo della carta. Il silenzio, poi, come gli sarebbe mancato! Ogni tanto sedeva nella sua zona preferita, tra gli scaffali colmi di vecchie enciclopedie che ormai quasi nessuno più consultava, e ascoltava il denso silenzio dei libri. La sensazione di pace lo inebriava e gli permetteva di tornare a casa calmo e rilassato, pronto a gestire eventuali problemi familiari o economici nella miglior disposizione d’animo possibile.
E adesso quelle mura che tanto amava sarebbero state del signor Vattelappesca, maledetto a lui! Almeno se avesse mantenuto la funzione della biblioteca lui avrebbe potuto tornarci da visitatore, ma non era così. Era giunta voce che l’uomo volesse tenere quel luogo tutto per sé, una sorta di biblioteca privata contenente la bellezza di 14000 volumi. A cosa gli servivano tutti quei libri? Non sarebbero bastate due vite per leggerli tutti!
L’ometto con gli occhiali finì di spazzare e si fece coraggio: ripose la scopa e la paletta, spense le luci, prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni e uscì. Quella sera era stato incaricato di chiudere la biblioteca.
Sulla porta, proprio mentre stava per infilare la chiave nella serratura, si imbatté nel signor Vattelappesca. Avrebbe voluto stringergli le mani al collo, prenderlo a schiaffi o dargli un pugno sul muso, così, per cominciare. Invece non fece nulla di tutto questo. Si scostò dalla porta, mugugnò un “Buonasera” di circostanza e andò per la sua strada.
Il signor Vattelappesca ricambiò il saluto ed entrò nella sua biblioteca.
Il profumo dei vecchi libri custoditi nell’edificio lo colpì facendogli sbocciare sul viso un sorriso da bambino. Forse molti credevano che quella piccola follia che aveva fatto fosse un capriccio o una stravaganza, qualcosa di cui vantarsi con i suoi straricchi amici snob, ma non era così.
Accese le luci e camminò tra i libri fino a raggiungere un posto preciso. Davanti allo scaffale in cui facevano mostra di sé delle bellissime vecchie edizioni dei libri di Oscar Wilde, scrittore che lui amava molto, si fermò, chiuse gli occhi e pianse.
Era lì che 82 anni prima, all’età di 7 anni, la sua vita aveva veramente avuto inizio.

Di quel che era stato fino al giorno del suo settimo compleanno, Sebastiano aveva ricordi vaghi.
Aveva sempre vissuto con la zia, o quasi: sua madre l’aveva abbandonato quand’era molto piccolo. Di suo padre, un ricco inglese di passaggio, solo poche notizie: Mr Melmoth aveva sedotto la mamma con i suoi modi da Lord, per alcuni mesi i due avevano condiviso un piccolo appartamento vicino alla stazione, poi lui aveva iniziato a bere e giocare, e un giorno se n’era tornato a Reading.
Per i primi anni, la vita di Sebastiano era stata vuota e triste, anche se la zia era sempre stata affettuosa e dolce con lui. Crescendo, le aveva chiesto spesso di parlargli dei suoi genitori, ma lei ogni volta gli aveva narrato ben poco. Gli occhi neri di sua sorella Erlina avevano stregato Mr Melmoth. Era bellissima e molto colta; adorava uno scrittore inglese di cui conosceva quasi a memoria moltissime opere. Un giorno, quando Sebastiano era ancora nel suo grembo, la zia l’aveva vista piangere leggendo una ballata sulle carceri inglesi; si diceva che avesse scelto il nome da dare a suo figlio proprio quel giorno.
Era scappata via lasciando soltanto una scatola di cartone da consegnare a Sebastiano quando avesse avuto l’età per leggere e capire.
Il tempo passava e il bambino si era rivelato sempre più in gamba e precoce. A cinque anni sapeva già leggere e far di conto e così, giunto il giorno del suo settimo compleanno, la zia, rispettando la volontà di sua sorella, gli aveva affidato la famosa scatola. Dentro vi erano un ventaglio di seta scura con un intreccio di fiori dipinto su un lato, e un biglietto ripiegato il cui testo era davvero sibillino. Sembrava l’indizio di una caccia al tesoro.

Ogni uomo uccide ciò che ama, alcuni con uno sguardo amaro, altri con una parola lusinghiera, il codardo con un bacio, il coraggioso con la spada.
Alcuni uccidono l’amore.
Eravamo imbarcazioni che s’incrociano nella tempesta. Poi fui sola. Soltanto tu, mio unico bene, mi restavi, ma depressa e confusa non ebbi la forza d’allevarti.
Cerca tra le righe del poeta stravagante che sapeva resistere a tutto tranne che alle tentazioni, e troverai le risposte.
Mostra questo ventaglio al custode della biblioteca. Lui ti guiderà.

Sebastiano non ci aveva pensato su due volte: doveva andare subito in biblioteca. La zia non aveva alcuna voglia d’uscire quella mattina, ma il bambino aveva continuato a insistere e la povera donna infine aveva ceduto.
L’odore tra gli scaffali era stantio, il vecchio custode, un tipo rugoso e curvo, aveva accolto freddamente i due visitatori, ma quando Sebastiano gli aveva mostrato il ventaglio, l’uomo si era illuminato. Preso il bambino per mano, lo aveva guidato fino alla zona dedicata alle opere di Oscar Wilde.
Sebastiano era impallidito. Da dove iniziare? Troppi libri e troppo in alto! Come avrebbe potuto scovare altri indizi per proseguire la sua caccia al tesoro, se di questo si trattava? Ma era scaltro e attento: la zia aveva parlato spesso di quella ballata sulle carceri inglesi, perché non iniziare da lì? Così aveva chiesto al vecchio di cercarla per lui. Questi aveva sorriso: Sebastiano era in gamba, aveva decretato, era proprio quello il libro che la ragazza dai capelli neri come penne di corvo s’era raccomandata di consegnargli per primo. Il volume sembrava antico. Il custode gli aveva suggerito di leggere anche la prefazione dedicata alla vita dell’autore, poi aveva invitato Sebastiano a tornare: sembrava avesse ancora qualcosa per lui.
Giunto a casa, Sebastiano si era immediatamente isolato trascorrendo l’intera giornata a leggere.
La prima cosa che l’aveva colpito era stato quel nome nel titolo della famosa ballata: Reading. Possibile che si trattasse della stessa cittadina nella quale viveva suo padre? Proseguendo nella lettura aveva capito d’essere sulla buona strada: le parole iniziali del biglietto di sua madre erano state tratte proprio da quel testo.
Cosa significava? Come avrebbe dovuto interpretarle? Aveva quindi scorso velocemente la prefazione volando tra le righe, finché si era fermato di colpo come chi, dopo una corsa a perdifiato, si trovi di fronte a un precipizio. Scoprire quale pseudonimo avesse usato Wilde negli ultimi anni l’aveva sconvolto: Sebastian Melmoth. Com’era possibile? Perché sua madre si era innamorata proprio di Mr Melmoth? Si trattava di una coincidenza? E perché lui, Sebastiano, era stato chiamato proprio in quel modo?
Aveva continuato a leggere con avidità per tutta la sera, sordo ai richiami della zia che di tanto in tanto faceva capolino nella stanza. Si era addormentato sfinito.
Il giorno successivo aveva implorato d’essere ancora accompagnato in biblioteca.
Questa volta il vecchio custode gli aveva sorriso all’istante poi, ancora di fronte allo scaffale dedicato a Wilde, aveva fatto scorrere l’alta scala di legno lungo le guide avvicinandola al bambino, e infine, con un cenno del capo, gli aveva fatto intendere che avrebbe dovuto arrampicarsi fino all’ultimo piolo. Sebastiano, animato da una forza mai avuta prima d’allora, era salito velocemente e, giunto in cima, aveva scovato un piccolo libro rosso nascosto in un angolo. Un nastro di seta nera lo avvolgeva impacchettandolo come un dono prezioso. Una volta ridisceso, il bambino aveva sciolto il nodo e aperto il libro. Sembrava sul punto di rompersi: le cuciture della rilegatura erano gialle e irrigidite, le pagine scricchiolavano sotto le sue dita.
Il custode spiegò che quel volume gli era stato affidato dalla ragazza con i capelli corvini. Erlina gli aveva mostrato un ventaglio, poi lo aveva pregato di consegnare il libro rosso soltanto al bambino che si fosse presentato da lì a qualche anno recando con sé il ventaglio in questione.
Sebastiano aveva schioccato un bacio sonoro sul nasone del vecchio, quindi era tornato a casa ansioso di leggere.
Si trattava di un racconto strappalacrime a lieto fine: la storia di un ventaglio e di una donna di nome Erlynne fuggita via abbandonando sua figlia. Di nuovo il bambino aveva provato un brivido. Troppe coincidenze. Non era possibile. Forse si trattava di un sogno. O di un incubo.
Un foglietto ripiegato era improvvisamente sfuggito alle pagine cadendo sul pavimento.
Sebastiano non avrebbe mai immaginato che quanto vi era scritto sarebbe rimasto per sempre scolpito nel suo cuore.

Caro figlio mio,
se stai leggendo queste righe significa che hai saputo seguire le tracce che ti ho lasciato.
Ho dovuto fuggire e ti chiedo perdono.
I primi tempi tuo padre era dolce e gentile. Per il mio ventunesimo compleanno mi regalò quel magnifico ventaglio che ti ho lasciato in mio ricordo.
Poi iniziò a bere e a picchiarmi. La sera, udendo il suo passo incerto salire le scale, capivo quanto fosse intontito dall’alcool e tremavo pensando a quel che mi avrebbe fatto una volta varcata la soglia di casa. Tentavo di nascondermi per proteggere la tua vita che cresceva nel mio ventre. Infine sparì.
Quando nascesti ero esausta. Non potevo allevarti da sola, così decisi di svanire nel buio della notte lasciandoti qualcosa di me: queste poche righe, il ventaglio e questo libro, nella speranza che un giorno tu possa capire e perdonarmi.
Caro figlio mio, segui sempre il tuo cuore, studia, fai in modo che si parli di te con rispetto e ammirazione. È importante che tu sia sempre onesto: solo così troverai la tua strada.

Più di ottanta anni erano passati, ed ecco che si trovava nuovamente di fronte a quello scaffale dove la vita vera era iniziata. Aveva seguito la via indicatagli dalla madre, aveva studiato letteratura inglese ed era diventato uno stimato insegnante.
Suo padre era morto ricco e solo, lasciandogli in eredità terre e proprietà oltre la Manica.
Asciugò gli occhi umidi, osservò il pavimento di marmo e notò che era stato tirato a cera. La biblioteca era davvero ben tenuta, l’ometto con gli occhiali spessi era proprio un custode perfetto. Infilò una mano nella tasca traendone fuori una busta e il libro rosso legato dal nastro di seta nera. Ripose “Il ventaglio di Lady Windermere” lontano da “ Il ritratto di Dorian Gray” (devastato dal vizio e dall’alcol, come suo padre) e vicino a “Un marito ideale” (quello che suo padre non era mai stato), poi sedette su una poltrona di pelle con le borchie, prese in mano la busta e attese.
Sentiva che sarebbe arrivata proprio quella sera.

Il giorno successivo l’ometto tarchiato tornò in biblioteca. Erano questi gli accordi con Vattelappesca: avrebbe dovuto incontrarlo di lì a poco, forse per rendergli anche l’ultimo mazzo di chiavi, pensò. Non gli andava proprio d’incrociare quel tale dal cognome straniero. Aprì il pesante portone, accese le luci e si recò verso l’ufficio, come ogni mattina. Diede uno sguardo distratto alla zona lettura e notò una sagoma canuta e sorridente abbandonata sulla poltrona. Si avvicinò: era il nuovo proprietario, sembrava dormire, ma dal pallore del viso e dal colore livido delle labbra capì che era morto.
L’ometto era confuso e spaventato. Che fare? Avrebbe dovuto chiamare la polizia? I passi della bibliotecaria interruppero il corso dei suoi pensieri. La donna emise un grido soffocato, poi notò la busta e fece un cenno al custode, che tremando la sfilò dalle dita irrigidite e l’aprì.
Quel che vi trovò dentro per poco non lo spedì al Creatore. Il signor Vattel… il professor Sebastiano Melmoth donava proprio a lui la biblioteca con tutti i suoi 14000 volumi.
Un biglietto per l’ometto tarchiato accompagnava l’atto di donazione e spiegava il perché di quella scelta.

La mia vita vera ha avuto inizio proprio qui, in questo luogo, davanti allo scaffale dedicato a Oscar Wilde. Un vecchio custode (mi dicono si trattasse di Suo nonno), mi ha aperto le porte della cultura e della vita. Oggi che quelle porte si richiudono per sempre, provo ancora profonda riconoscenza per chi mi ha indicato la strada. Non ho altra moneta per ringraziare: sono certo che la biblioteca e tutta l’arte che custodisce non potrebbero essere affidate a mani migliori delle Sue.

Con sincera stima,
Sebastiano Melmoth

(Chiara Vitetta e Loredana Corsello)

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Intervista su “Quotidiano giovani”

quotidiano-giovani

Dalla pagina Chi siamo del sito www.quotidianogiovani.it:

“Quotidiano Giovani il primo quotidiano destinato ai giovani.
Unico, gratuito, online e scaricabile in PDF, garantisce una sapiente combinazione di informazione locale, nazionale ed internazionale. Quotidiano Giovani mira a raggiungere 1.000.000 ca. di lettori al giorno per posizionarsi come quotidiano online più letto in tutta Italia. Si rivolge ad un pubblico giovane, di ogni livello socio-culturale e mediamente scolarizzato.
Il target di riferimento ha un’età compresa tra i 16 e i 35 anni.
Quotidiano Giovani propone una soluzione concreta ed attuale per rendere l’informazione accessibile e fruibile, cercando di coinvolgere direttamente i giovani attraverso un linguaggio semplice, diretto ed avvincente.Grazie alle nuove tecnologie sarà possibilescaricare Quotidiano Giovani ovunque e in qualsiasi momento.”

Ho accolto con piacere la proposta di un’intervista per questo giornale online. Nel numero di oggi potete leggerla.

Cliccate qui: http://www.quotidianogiovani.it/public/Riviste/Numeri/20101213095910.pdf#page=6 e scorrete fino a pagina 6.

Buona lettura!

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“Scrivi e Vinci”, 4° Edizione

scrivi-e-vinciOggi, 11 novembre, inizia la 4° edizione di “Scrivi e vinci”. In palio una copia del mio primo libro:  L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia.
Anche questa volta vi propongo un incipit e starà a voi scrivere una continuazione e conclusione della storia, secondo la vostra fantasia.

Ecco tutto quello che vi serve sapere per partecipare:

1. Le continuazioni dovranno essere inviate entro il 15 dicembre 2010.

2. Si può partecipare anche con più continuazioni.

3. La lunghezza massima della continuazione è di 10000 caratteri (cifra orientativa).

4. Il concorso è aperto a tutti, ma visto che il suo scopo è quello di diffondere il mio libro, chi l’ha già vinto durante la prima e seconda edizione di “Scrivi e vinci” non potrà vincerlo una seconda volta. Comunque le continuazioni migliori saranno segnalate.

5. Le continuazioni del racconto possono essere inviate via e-mail all’indirizzo chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

6. Il vincitore sarà avvisato tramite un’e-mail inviata all’indirizzo che rilascerà al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

7. Il 17 dicembre verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dalla prima parte scritta da me e dalla continuazione migliore tra quelle inviate da voi. Il racconto completo sarà successivamente inserito nella pagina dedicata a “Scrivi e Vinci”.

8. Il vincitore si aggiudicherà una copia de: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. Il libro arriverà direttamente a casa del vincitore, con autografo e dedica. Le spese di spedizione saranno a mio carico.

Essere scrittori in Italia è difficile, e gli scrittori emergenti hanno bisogno di fiducia da parte dei lettori. Partecipare a questo concorso significa impiegare del tempo e fare un po’ di fatica, e questo è un modo come un altro per guadagnarsi un libro. Insomma, è come pagarlo, se ci pensate. Il pagamento che vi chiedo ha più valore del denaro: è il vostro tempo ed è il coraggio di mettersi in gioco. Ricordate che scrivere deve essere per prima cosa un piacere.

Divertitevi!

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Un ometto sui sessant’anni, tarchiato e con gli occhiali spessi, spazzava il pavimento della biblioteca comunale in una piovosa sera di settembre.

Eppure quel pavimento, così come tutto ciò che era parte della biblioteca, aveva praticamente già smesso di appartenere al comune, e l’ometto aveva già perso quel lavoro. Da qualche ora, infatti, era disoccupato.
Occuparsi di tenere pulita e in ordine la biblioteca era stato il suo lavoro per 22 anni, e staccarsene gli risultava doloroso, quasi straziante. Era per quella ragione che stava pulendo il pavimento con cura per l’ultima volta, passando con attenzione la scopa anche negli angoli più improbabili. La bibliotecaria l’aveva guardato in modo strano, quella sera, prima di uscire per l’ultima volta dall’edificio. Non capiva perché mai bisognasse prendersi il disturbo di pulire e mettere in ordine quando il giorno dopo tutto ciò che per loro era stato il luogo di lavoro di una vita, sarebbe passato in mani altrui.
Un certo signor Vattelappesca (né la bibliotecaria né l’ometto con gli occhiali avevano voluto mettersi in mente il nome di quell’uomo) aveva deciso che quelle mura cariche di scaffali strabordanti di libri di ogni genere avrebbe dovuto essere sua e l’aveva acquistata senza pensarci due volte. Il comune aveva cercato di opporsi per varie ragioni, ma la cifra offerta aveva troppi zeri, così la biblioteca era stata venduta.
La cosa strana era che il signor Vattelappesca aveva preteso di comprare la biblioteca con dentro tutto ciò che c’era, dai libri ai computer fino ad arrivare agli schedari. Cosa voleva fare di tutta quella roba? Niente, probabilmente. Da uomo eccentrico e molto ricco quale era, probabilmente aveva fatto quell’avventato acquisto solo per potersene vantare. O almeno, questa era la rapida conclusione a cui l’ometto con gli occhiali era giunto.
La bibliotecaria davvero non capiva, non riusciva a credere che Vattelappesca avesse voluto la biblioteca con tutto dentro solo come trofeo. Che diamine di trofeo sarebbe una biblioteca? Ma l’ometto con gli occhiali era troppo arrabbiato per essere lucido, pensava solo che non avrebbe più spazzato il pavimento di marmo di cui conosceva ogni angolo, né camminato tra le file interminabili di scaffali carichi di libri, né respirato il profumo della carta. Il silenzio, poi, come gli sarebbe mancato! Ogni tanto sedeva nella sua zona preferita, tra gli scaffali colmi di vecchie enciclopedie che ormai quasi nessuno più consultava, e ascoltava il denso silenzio dei libri. La sensazione di pace lo inebriava e gli permetteva di tornare a casa calmo e rilassato, pronto a gestire eventuali problemi familiari o economici nella miglior disposizione d’animo possibile.
E adesso quelle mura che tanto amava sarebbero state del signor Vattelappesca, maledetto a lui! Almeno se avesse mantenuto la funzione della biblioteca lui avrebbe potuto tornarci da visitatore, ma non era così. Era giunta voce che l’uomo volesse tenere quel luogo tutto per sé, una sorta di biblioteca privata contenente la bellezza di 14000 volumi. A cosa gli servivano tutti quei libri? Non sarebbero bastate due vite per leggerli tutti!
L’ometto con gli occhiali finì di spazzare e si fece coraggio: ripose la scopa e la paletta, spense le luci, prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni e uscì. Quella sera era stato incaricato di chiudere la biblioteca.
Sulla porta, proprio mentre stava per infilare la chiave nella serratura, si imbatté nel signor Vattelappesca. Avrebbe voluto stringergli le mani al collo, prenderlo a schiaffi o dargli un pugno sul muso, così, per cominciare. Invece non fece nulla di tutto questo. Si scostò dalla porta, mugugnò un “Buonasera” di circostanza e andò per la sua strada.
Il signor Vattelappesca ricambiò il saluto ed entrò nella sua biblioteca.
Il profumo dei vecchi libri custoditi nell’edificio lo colpì facendogli sbocciare sul viso un sorriso da bambino. Forse molti credevano che quella piccola follia che aveva fatto fosse un capriccio o una stravaganza, qualcosa di cui vantarsi con i suoi straricchi amici snob, ma non era così.
Accese le luci e camminò tra i libri fino a raggiungere un posto preciso. Davanti allo scaffale in cui facevano mostra di sé delle bellissime vecchie edizioni dei libri di Oscar Wilde, scrittore che lui amava molto, si fermò, chiuse gli occhi e pianse.
Era lì che 82 anni prima, all’età di 7 anni, la sua vita aveva veramente avuto inizio…

Cosa è accaduto al signor Vattelappesca all’età di 7 anni in quell’angolo della biblioteca?

concorsi letterari

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Leggi il racconto completo

 

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Novità poetiche

isola-della-poesia
“L’isola della poesia”
offre sempre interessanti novità.

La poesia è un genere letterario spesso bistrattato, eppure ci propone magnifiche espressioni dell’animo umano. E non sempre c’è bisogno di scovare nel passato per trovare bravi poeti, ne abbiamo anche di contemporanei, solo che probabilmente sono così poco conosciuti che ci sono sfuggiti.

Internet è uno spazio illimitato, e come tale racchiude qualsiasi cosa. Troverete siti di persone che si presentano come scrittori pur non avendo pubblicato mai nulla, siti di poeti la cui massima espressione raggiunge appena il livello delle rime ovvie e delle frasi banali fino alle nausea. C’è di tutto, ed è anche giusto così; l’importante è saper distinguere l’oro dall’ottone ben lucidato. Spesso un sito che raccoglie poesie, ad esempio, per essere davvero valido deve essere gestito dalla persona giusta. Quelli davvero buoni sono rari, e l’Isola della poesia è certamente tra questi.

Vi propongo un video creato dal webmaster del sito in questione, un video che parla proprio dell’importanza della poesia.

Se vi piace guardare video che parlano di poesia, allora vi interesserà una precisa sezione di questo sito. Si tratta di una pagina in cui sono raccolti vari video, sulla poesia e sulla scrittura in genere, sia creati del gestore del sito, sia da altri. C’è anche la possibilità di arricchire la pagina segnalandone altri, anche propri.

Ecco la pagina in questione:

http://www.isoladellapoesia.com/videoteca-poesia.php

Infine, vorrei segnalarvi una rubrica poetica, “Dillo alla luna”. Ecco come ce la presenta il webmaster del sito:

dillo-alla-luna

Dillo alla luna è a metà strada tra un contest di poesia e una rubrica di aiuto alle persone. Avete presente le rubriche dei giornali in cui si scrive alla redazione in cerca di un consiglio per un problema?
“Dillo alla luna” permette a tutti di inviare nei giorni stabiliti una poesia che contenga un messaggio per qualcuno, l’espressione di un problema personale che non siete mai riusciti a esprimere, oppure una vostra riflessione su argomenti importanti. Il tema della poesia sarà comunicato di volta in volta. Non si tratta quindi di una rubrica tradizionale, né di un concorso di poesia, ma di un mezzo per permettervi di esprimere qualcosa di importante attraverso la poesia. Le migliori poesie saranno selezionate e pubblicate sul blog del nostro sito, dove i nostri poeti e collaboratori risponderanno agli autori prescelti per commentare l’opera o, eventualmente, per offrire consigli.

Inoltre, le poesie ritenute più belle, potrebbero anche ottenere uno spazio permanente o temporaneo su questo portale (a discrezione dello staff), acquisendo così una visibilità altissima.”

È possibili partecipare a questa iniziativa dal 05/12/2010 al 15/12/2010 , dalle ore 16 alle ore 23. Tema proposto: Il Natale.

Buona fortuna a tutti i partecipanti.

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Il tempo per leggere

Daniel Pennac - Come un romanzo

“Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
“Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo…”
“Come la invidio, lei, che ha tempo per leggere!”
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare? Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d’altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.
Discussione che Banana-e-stivaletti riassume con uno slogan devastante:
“Il tempo per leggere? Ce l’ho in tasca!”
Alla vista del libro che estrae (Leggende d’autunno, di Jim Harrison) Calze inglesi approva, pensoso:
“Sì… quando si compra una giacca, l’importante è che le tasche siano del formato giusto!””.

(Daniel Pennac)
(da: “Come un romanzo”)

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Dallo stesso libro:

I 10 diritti del lettore
I buoni e i cattivi romanzi

Ispirati da I 10 diritti del lettore di Daniel Pennac: I 10 diritti dello scrittore

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La formula del gioco della guerra

Oriana Fallaci - Niente e così sia“Lo interrompo dicendo che la definizione della guerra me l’ha già data: un gioco per divertire i generali. Ora però deve darmi la formula del gioco.
“La formula è semplice” risponde subito posando Pascal. “Piantare pezzi di ferro nella carne dell’uomo. Grossi, piccoli, a punta, quadrati, rotondi, scheggiati. Purché siano pezzi di ferro e strazino e uccidano.”
“Non ferro allo stato naturale, però” aggiunge Derek. “Costruiti dall’intelligenza umana che è grande e va sulla Luna.”
François annuisce e prende una pallottolina color bronzo: due centimetri circa di lunghezza, mezzo centimetro circa di diametro. Me la mostra tenendola alta, fra il pollice e l’indice.
“Graziosa, vero? Elegante, direi. È una pallottola dell’M16. Una, una sola, basta ad uccidere un uomo: senza bisogno di sparare a raffica. Perché lei viaggia a una velocità molto vicina alla velocità del suono, e mentre viaggia è sempre al limite dell’equilibrio, e quando arriva non si ferma dentro la carne come una brava pallottola, no, e neanche attraversa un braccio o una gamba, no, lei si gira e si torce e strappa e taglia e ti vuota in pochi minuti di tutto il tuo sangue. Lo sai perché fra i vietcong ci sono così pochi feriti? Perché i vietcong restano generalmente feriti dall’M16 e perciò non restano a lungo feriti: muoiono sempre. Tieni, portala via con te, a New York, per ricordo. E ammirandola pensa che fu studiata a lungo, non gli riusciva trovar la polvere giusta ma poi la trovarono: è la polvere Dupont, perché la Dupont non lascia residui dentro il fucile…”
Prendo la pallottolina e l’ammiro. È fatta proprio bene. Chi l’avrà inventata? L’ha inventata un uomo. E un giorno quest’uomo s’è messo lì con la sua pazienza, la sua scienza, la sua fantasia, la sua tecnologia, e ha calcolato forma peso polvere velocità traiettoria momento d’impatto, e dopo tali calcoli egli ha fatto un disegno, e ha scritto un progetto, e ha offerto il progetto a un industriale. E l’industriale lo ha esaminato con interesse, e ha chiamato i suoi tecnici, e gli ha detto di realizzare la pallottolina per prova, ma in gran segreto perché un altro industriale non gli rubasse l’idea. E loro l’hanno fatto. Poi tutti contenti hanno portato la pallottolina all’industriale che l’ha guardata come se fosse uno smeraldo, uno zaffiro, e ha detto: ora vediamo se funziona. E c’è stato l’esame e la pallottolina è stata sparata. Su chi? Su cosa? Su un cane, su un gatto, su un pezzo di lamiera? Certo non su un uomo. Io avrei scelto un uomo: l’inventore, ad esempio, o lo stesso industriale, o tutti e due. Invece sia l’inventore che l’industriale sono rimasti intatti, e l’industriale ha riunito intorno a un tavolo di mogano il suo consiglio di amministrazione, e ha mostrato la pallottolina, e ha proposto di brevettarla e produrre milioni di miliardi di pallottoline per l’esercito che le avrebbe usate in Vietnam. E il consiglio di amministrazione ha approvato. Sicché guardala questa fabbrica piena di operai che costruiscono pallottoline, i bravi operai del proletariato difeso da Marx, protetto dai sindacati, i bravi operai che non hanno mai colpa, la colpa è degli industriali e basta, gli operai poverini non fanno che eseguire gli ordini, devono pur guadagnare, mantenere la famiglia, comprarsi l’automobile a rate, no? Hanno forse il tempo e il modo di porsi problemi morali, eh? E costruiscono pallottoline. Laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non riescono bene, se la pallottolina è imperfetta non strappa non taglia non vuota di tutto il suo sangue l’ometto giallo che se la becca a vent’anni. O l’ometto bianco, o l’omone nero. Perché queste pallottoline ce l’hanno anche gli altri, si fanno anche a Mosca, e a Pechino, dove non le ordina un industriale, le ordina lo Stato, che è proprio lo stesso, e anche gli operai sono proprio gli stessi, magari ancor più diligenti, ancor più obbedienti, e un giorno io voglio visitare una fabbrica di pallottoline: a Chicago o a Kiev o a Shangai. E voglio guardarli in faccia, tutti: operai, direttori, industriali. E infine voglio guardare in faccia l’inventore perché lui è il più bello, il più importante: suo padre inventò la ghigliottina e suo nonno inventò la garrotta. Suo padre era un bravuomo e suo nonno era un bravuomo e anche lui è un bravuomo, ne sono certa: è un buon cittadino e un marito fedele e un papà affettuoso. E se vive a Chicago o a New York o a Los Angeles è anche un cristiano molto devoto. E se è cattolico, la domenica mattina va a Messa e il venerdì mangia pesce. E se è iscritto alla Società Protettrice degli Animali scrive lettere per protestare contro la strage delle foche a Bergen e Halifax. “Egregio signor sindaco, con profondo orrore ho letto la strage che ogni stagione avviene nella sua città dove piccole foche inermi, foche neonate, vengono sottoposte all’atroce supplizio della scuoiatura quando sono ancora vive, sotto gli occhi inorriditi delle madri che vengono accecate e poi usate per giocare a palla…” E sua moglie dirà che non indosserà mai più una pelliccia di foca. Voglio conoscere anche lei, perché voglio regalarle una collana fatta con le pallottoline inventate da suo marito, e chiederle di portarla con la pelliccia di foca: ci va bene insieme”.

(Oriana Fallaci)
(da: “Niente e così sia”)

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Della stessa autrice:

Leggi la recensione di Niente e così sia e un altro estratto: Niente e così sia

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