Il contadino e lo scrittore

Buongiorno miei cari visitatori,

è un piacere notare quanto mi siete affezionati! Sappiate che aggiornare così spesso questo blog è per me non solo un piacere, ma anche un piacevole impegno da portare avanti per non deludere le vostre aspettative, la vostra fame di nuovi post, la vostra curiosità. Oggi vi propongo un video realizzato dal webmaster (Luca) di Isola della poesia, di cui ho avuto modo di parlare spesso, e sempre con grande piacere. Anche questa volta mi piace il modo in cui Luca gestisce il video, i suoi contenuti, ma soprattutto in questo periodo buio in cui vedo intorno a me persone che non credono nei propri sogni e abbandonano, Luca è un bell’esempio di come le vere passioni non passino, di come le difficoltà non fermino chi crede abbastanza in ciò che fa e di come il lavoro premi. Come è giusto che sia, su questo blog passano sia persone pro editoria a pagamento, sia persone contro. Sono stanca di dire le stesse cose a chi è dalla parte del contributo. So che alcuni cambieranno idea informandosi, ma so anche che molti avranno sempre le loro cartucce da sparare a favore di chi chiede soldi in cambio di un prodotto che dovrebbe  valere tanto da essere pagato, non da aver bisogno di far mettere mano al portafogli a chi l’ha creato. Ribadisco che non interverrò più in certe sterili discussioni.

I miei rinnovati complimenti a Luca per il video, ma soprattutto per la tenacia.

Buona visione!

Per chi non l’avesse già visto, ecco l’altro video realizzato da Luca:

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Malinconia

Calante malinconia lungo il corpo avvinto
al suo destino

Calante notturno abbandono
di corpi a pien’anima persi
nel silenzio vasto
che gli occhi non guardano
ma un’apprensione

Abbandono dolce di corpi
pesanti d’amaro
labbra rapprese
in tornitura di labbra lontane
voluttà crudele di corpi estinti
in voglie inappagabili

Mondo

Attonimento
in una gita folle
di pupille amorose

In una gita che se ne va in fumo
col sonno
e se incontra la morte
è il dormire più vero

(Giuseppe Ungaretti)
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Dello stesso autore:

– Natale

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Così vorresti fare lo scrittore?

scrivereE così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

Se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
Se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

Non c’è altro modo
e non c’è mai stato.

(Charles Bukowski)

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Dello stesso autore:

I furbi
Sii gentile
Autoinvitati
Le parole
Attraversa l’anima

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Tre millimetri al giorno

Tre millimetri al giorno“Guardò di nuovo quel corpo pieno, sentendo il suo respiro che diventava incontrollabile. Non era solo desiderio fisico; era molto di più. Era la paura dei domani senza di lei. Era l’orrore della sua situazione, che nessuna parola poteva esprimere.
Non era infatti un improvviso incidente ad allontanarlo da sua moglie. Non era una malattia improvvisa che lo prendeva, lasciando intatta la sua memoria, escludendolo dal suo amore con caritatevole rapidità. Non era neanche una malattia latente. In quel caso almeno sarebbe rimasto se stesso e, anche se lei lo avesse guardato con pietà e terrore, almeno avrebbe visto l’uomo che conosceva.
Era peggio, molto peggio.
Sarebbero trascorsi mesi e mesi – quasi un anno ancora, se i dottori non interrompevano la cura. Un anno di vita insieme giorno dopo giorno, mentre lui rimpiccioliva. Consumando insieme i pasti, dormendo insieme nello stesso letto, parlando insieme, mentre lui rimpiccoliva. Ogni giorno un nuovo incidente, un nuovo spaventoso adattamento da accettare. Il complesso schema del loro rapporto alterato giorno dopo giorno, mentre lui rimpiccioliva.
Avrebbero riso insieme, incapaci di tenere il muso ogni singolo momento di ogni singolo giorno. Ci sarebbero state risate, forse, e qualche scherzo – un momento di spensieratezza e di divertimento. Poi improvvisamente l’orrore li avrebbe pervasi di nuovo come un oceano nero che supera una diga, il riso si sarebbe strozzato, il divertimento si sarebbe interrotto. Li avrebbe sopraffatti la tremebonda consapevolezza che lui stava rimpicciolendo, e un velo sarebbe calato sui loro giorni e sulle loro notti”.

“Questo è il fondo, pensò, proprio il fondo. Non c’è niente di peggiore per un uomo che diventare oggetto di pietà. Un uomo può sopportare l’odio, l’abuso, la rabbia e il castigo; mai la pietà. Quando un uomo diventa oggetto di pietà, è perduto. La pietà è per le cose senza speranza”.

(Richard Matheson)
(da: “Tre millimetri al giorno”)

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Dello stesso autore:

La casa impazzita (estratti da La casa impazzita, racconto contenuto nella raccolta I migliori racconti)
La casa d’inferno (recensione)

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Narciso

Narciso - Caravaggio“In un bosco della Beozia viveva Lirìope, una graziosa ninfa dagli occhi azzurri. Un giorno essa sposò Cefiso, un giovane fiume dalla corrente limpida e scosciante. E poi ebbe un figlio.
Subito, in tutto il bosco corse voce che il neonato era bellissimo, e le ninfe vennero da ogni parte per vederlo.
Il bimbo era molto bello davvero: aveva la carnagione chiara, fina e morbida come seta, i capelli biondi come l’oro, gli occhi turchini come polle d’acqua fonda. A vederlo, tutti restavano incantati: le ninfe, che abitavano le rive verdi dei fiumi, sorridevano beate; i fauni burloni, che saltellavano agili nei prati, spiavano attenti; gli allegri sàtiri, che inventano sempre nuove melodie, smettevano di sonare e dimenticavano le loro zampogne.
La bellezza stupenda del bimbo fugava amarezze e dolori. Perciò la madre e le ninfe amiche furono d’accordo nel chiamarlo Narciso, che vuol dire “colui che dà quiete e dolcezza”.
Pochi giorni dopo la nascita, Lirìope portò il piccolo Narciso da un indovino perché gli predicesse il futuro. L’indovino guardò lontano davanti a sé e poi disse:
“Avrà vita felice e lunga, purché non veda mai se stesso.”
A quei tempi, gli specchi non esistevano ancora. E, senza specchi, si sa, uno non può vedere se stesso. Perciò Lirìope fu contenta della profezia: Narciso sarebbe vissuto a lungo e avrebbe avuto vita felice.
Crescendo, Narciso divenne sempre più bello; tanto che, quando fu grande, tutte le giovani ninfe del bosco s’innamorarono di lui. Ma egli non si curava di nessuna. Gli piaceva fare lunghe corse gioiose nei prati assieme ai compagni di gioco; amava cercare per le siepi e per i greppi le prime mammole di primavera e ascoltare il canto degli uccelli. Era pago di questo.
Fra le ninfe, una più di tutte le altre era innamorata di Narciso. Si chiamava Eco. Era impertinente, birichina e, un tempo, era stata una gran chiacchierona. Ma, per essersi impicciata di affari non suoi ed essere andata in giro a ciarlarne, era stata severamente punita da Giunone: non poteva più parlare liberamente; poteva solo ripetere l’ultima parola dei discorsi che udiva. Senza farsi scorgere, Eco seguiva Narciso dappertutto.
Un giorno il giovanetto non s’accorse d’essersi allontanato dai compagni, e si perse nel bosco. Impaurito dalla solitudine, a gran voce chiamò:
“Oè, c’è qualcuno??”
Eco, che lo spiava nascosta dietro una siepe, pronta ripeté:
“Qualcuno.”
Non vedendo nessuno là intorno, Narciso gridò ancora:
“C’è qualcuno?”
Ed Eco di nuovo:
“Qualcuno” ma non uscì dal suo nascondiglio.
Narciso si mise a cercare fra gli alberi la persona che gli rispondeva. Non trovandola, domandò:
“Perché fuggi?”
“Fuggi” ripeté Eco.
“No, voglio stare con te.”
“Con te.”
“Son qui!” gridò felice Narciso, credendo che a rispondergli fosse uno dei suoi compagni di gioco.
“Qui!” ripeté Eco; e uscita dal nascondiglio, si fece vedere.
Ma Narciso, che non se l’aspettava, rimase deluso.
E la cacciò via.
Vedendosi disprezzata, la ninfa provò dolore e vergogna. Si nascose nel bosco e non si fece più vedere. Da allora nei boschi, sui monti, molti odono la sua voce, ma nessuno la vede.
Continuando a cercare i suoi compagni, Narciso giunse ad una fonte. Le acque erano limpide e immobili come cristallo. Chiuse tutt’intorno da un’alta corona di alberi, esse non riflettevano mai i raggi del sole.
Narciso si sedette presso la fonte e, invitato da tanta fresca limpidezza, volle bere. Ma, mentre si chinava, vide nell’acqua un volto bellissimo che, venendo dal fondo, gli si avvicinava. Stupito, di fermò a guardare. Ed anche il volto sconosciuto si fermò.
Il giovanetto provò ad allontanarsi. E il volto nella fonte si allontanò. Timoroso di perdere quella presenza ignota e pur tanto gradita, Narciso si chinò di nuovo sullo specchio d’acqua. E il volto nella fonte si avvicinò.
Allora Narciso poté contemplare a suo piacimento quel volto bellissimo, che era il suo ma che egli credeva essere di altri. Ammirò l’ovale perfetto del viso, la corona di riccioli biondi, gli occhi luminosi come stelle.
“Chi sei?” domandò.
Il volto sconosciuto mosse le labbra, ma restò muto.
“Forse è la ninfa che abita nella fonte”, pensò Narciso, incantato da tanta bellezza. E se ne innamorò.
Tese le mani per accarezzare il volto amato. Ma, come le dita toccarono l’acqua, questa si mosse, e l’immagine si scompose.
Non potendo accarezzare l’oggetto del suo amore, Narciso scoppiò in lacrime. Anche il volto nella fonte pianse.
“Anche lei mi ama” mormorò il giovanetto e si stese sul bordo della fonte a contemplare se stesso e a piangere di dolore.
Restò lì per giorni e giorni, senz’avere la forza di allontanarsi.
Col passare dei giorni, si consumò e si strusse come rugiada mattutina che si dissolva ai tiepidi raggi del sole.
Non vedendolo tornare, la madre e le ninfe amiche lo cercarono del bosco e infine lo trovarono presso la fonte. Mollemente adagiato sull’erba del bordo, il volto di Narciso si rifletteva ancora nella fonte; ma aveva gli occhi chiusi. Si sarebbe detto che dormisse. Invece l’anima aveva già abbandonato il corpo ed era scesa nel buio regno di Plutone.
Appena se ne accorsero, Lirìope e le ninfe levarono grida di dolore.
“Ahimé!” esclamarono, strappandosi i capelli e percotendosi il petto.
“Ahimé!” ripeté l’invisibile Eco.
Si dettero d’attorno a raccogliere fronde, per fare un feretro al morto giovanetto. Ma quando tornarono per portarselo via, videro che era scomparso. Là dove poco prima il bellissimo giovane posava il capo senza vita, era sbocciato un fiore nuovo, mai visto prima. Aveva un calice giallo, del vivo colore dell’oro, e intorno una corona di petali bianchi. Emanava un dolce profumo, che leniva il dolore del cuore.
Oggi quel fiore nasce spontaneamente intorno alle fonti, nei boschi. Il suo profumo incanta e conforta. Noi lo chiamiamo “narciso”.”

(da: “Storie d’oro” di Gino Ragozzino”)

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Dallo stesso libro:

Volare come uccelli
I gabbiani

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Le chat

gatto rosso tigratoVieni, bel gatto sul mio cuore ardente;
ritira le unghie e lasciami
annegare nei tuoi occhi rilucenti
d’un lume d’oro e d’agata.

Quando si perdon le mie dita lente
nel tuo capo e l’elastica
groppa ti palpan voluttuosamente,
come per trarne un brivido,

rivedo la mia donna: ha nello sguardo,
come te, bestia amabile,
un taglio freddo e pungente di dardo,

e tutt’intorno al bronzeo
suo corpo un’aria fine, un infigardo
perfido effluvio naviga.

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Le chat

Vien, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;
Retiens les griffes de ta patte,
Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,
Melés de métal ed d’agate.

Lorsque mes doigts caressent à loisir
Ta tete et ton dos élastique,
Et que ma main s’enivre du plaisir
De palper ton corps électrique,

Je vois ma femme ed esprit. Son regard,
Comme le tien, aimable bete,
Profond et froid, coupe et fend comme un dard,

Ed, des pieds jusques à la tete,
Un air subtil, un dangereux parfum
Nagent autour de son corps brun.

(Charles Baudelaire)
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Dello stesso autore:

– La musica
– La pipa
– I gufi
– Epigrafe per un libro condannato
La botte dell’odio

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Il conte di Montecristo

il conte di montecristo

“Guardate, guardate…” disse il conte, afferrando ciascuno dei due giovani per la mano, “guardate, perché, sull’anima mia, è una cosa curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli dava qualche forza? Sapete ciò che lo consolava? Sapete ciò che gli faceva prendere il supplizio con pazienza? Era un altro che divideva le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due montoni alla beccheria o due buoi al macello e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno non morrà: il montone, cred’io, belerà di gioia, il bue muggirà di piacere, ma l’uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri occhi, che va sulle furie perché va a morir solo, perché sa che il compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! Ecco là, non più terrore, non più rassegnazione; oh, disgraziata creatura, quanto lacrimevole è la tua sorte!” E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in tal modo.

“Sul primo scalino del patibolo la morte strappa la maschera che si è portata in tutta la vita; e appare il vero viso dell’uomo. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante!… Vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera e di stucco, per consolarmi della maschere di carne…”.

“Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni fatto tanto male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno”.

(Alexandre Dumas)
(da “Il conte di Montecristo”)

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Dello stesso autore:

– I tre moschettieri
– Georges
– Mercedes
– Addio Parigi!

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543 Emily Dickinson

emily-dickinson

Temo l’uomo di poche parole –
temo un uomo che tace –
l’arringatore – posso superarlo –
il chiacchierone – posso intrattenerlo –
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno –
di quest’uomo diffido –
temo ch’egli sia grande.

(Emily Dickinson)

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Della stessa autrice:

Emily Dickinson (1243)

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L’eleganza del riccio (2)

l'eleganza del riccio“Quando la malattia entra in una casa non di impossessa soltanto di un corpo, ma tesse tra i cuori un’oscura rete che seppellisce la speranza. Come una ragnatela che avvolgeva i nostri progetti e il nostro respiro, giorno dopo giorno la malattia inghiottiva la nostra vita. Quando rincasavo, avevo la sensazione di entrare in un sepolcro e avevo sempre freddo, un freddo che niente riusciva a mitigare, al punto che negli ultimi tempi, quando dormivo al fianco di Lucien, mi sembrava che il suo corpo assorbisse tutto il calore che il mio era riuscito a trafugare altrove”.

“C’è sempre la via della semplicità, anche se mi ripugna intraprenderla. Non ho figli, non guardo la televisione e non credo in Dio, tutti sentieri che gli uomini calpestano per rendere la loro vita più semplice. I figli aiutano a rimandare l’angoscioso dovere di affrontare se stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine Dio mitiga i nostri timori di mammiferi e l’insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano fine. Quindi io, senza futuro né prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell’assurdo, certa, invece, della della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità.
Eppure sono tentata”.

“Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura”.

(Muriel Barbery)
(da: “L’eleganza del riccio”)

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Della stessa autrice:

L’eleganza del riccio (recensione)

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Qualche chiarimento (2)

bocca della veritàQuando si frequenta abitualmente un sito, di solito si dovrebbe credere nella sincerità di chi lo gestisce, altrimenti avrebbe poco senso, non trovate? Voi abitué di questo blog probabilmente non avete bisogno del discorsetto che sto per fare, ma alcuni che vanno e vengono o che non hanno niente di meglio da fare che trovare pecche tra le mie parole, di certo hanno bisogno di una risposta che valga per tutte. Ormai ho capito che essere pro o contro l’editoria a pagamento è un po’ come essere di destra o di sinistra, perché così come nella politica o nella religione, anche nell’ambito dell’editoria gli schieramenti opposti sono troppo diversi per scontrarsi in modo fruttuoso. Le eccezioni esistono, ma se permettete sono così rare che non le prenderò in considerazione.

Dunque sono contraria all’editoria a pagamento, lo dico in molte occasioni su questo sito e lo dico altrove, quando mi sembra di poter dare una mano a qualcuno spiegando le mie idee, specchio delle piccole esperienze fatte in questi anni. Dopo le ultime inutili, sterili ed estenuanti discussioni, mi sono ripromessa di non intervenire più in certi tipi di discorsi; e così sarà. Sono qui oggi per rispondere per l’ultima volta ad un quesito che alcuni mi pongono, tra i sospetti e i mezzi sorrisi di soddisfazione che percepisco anche solo dai commenti. “Ma come fai a dire che sei contro l’editoria a pagamento se sul sito del tuo editore c’è scritto che per le pubblicazioni è richiesto un contributo? Non credo che non hai pagato!”

Eccoci qua, allora.

La Edizioni del Poggio è libera di gestire le pubblicazioni come meglio crede, anche se io non concordo assolutamente con la richiesta di contributo. In cinque anni di fatica alla ricerca di un editore che non mi chiedesse soldi, erano i momenti di relax quelli che utilizzavo per sostenere il mio sogno. Io non ho messo soldi per la pubblicazione: ho messo la mia fatica. Ho messo momenti in cui ero distrutta per il tanto lavoro, ma anziché riposare scrivevo lettere e sinossi, cercavo editori e mi angustiavo per i no e i contratti a pagamento. 200 editori contattati, tante lettere deprimenti in risposta al mio “non ho intenzione di contribuire economicamente”, tanti tipografi travestiti da editori lungo la mia strada. Durante l’estate del 2008, poi, ecco un editore che crede in me, il primo che non mi chiede il fatidco e maledetto contributo. Dire no? E perché? Un contratto per poche iniziali copie da stampare, ma senza uscite da parte mia e con una buona percentuale di diritto d’autore. Non mi sono state fatte promesse di grandi cose, mi è stato detto in completa onestà che le possibilità dell’editore erano limitate visto il numero esorbitante di editori e la difficile situazione in cui versa l’Italia relativamnte ai libri degli esordienti. Mi è stato anche detto che mi sarei dovuta impegnare molto in prima persona. Mettere la fatica? Sono più che disposta a farlo. Mettere i soldi? No, grazie: io non pago per pubblicare! Credo nel valore di ciò che scrivo e non sminuirei mai me stessa e i miei libri pagando per vederli stampati. La Edizioni del Poggio propone sia contratti a pagamento che contratti senza contributo, ma sul sito l’editore appare come “a pagamento” e basta. Sin da quando l’ho saputo sono  stata consapevole delle problematiche che avrei potuto affrontare per questa ragione, ma cinque anni sono tanti, i contratti senza contributo non piovono come pioggia dal cielo e un editore pronto a rischiare sul mio libro mettendoci i suoi soldi… beh, non capita tutti i giorni.

Sono felice di aver accettato, e grazie a questo editore oggi sono qui, fiera e felice, a percorrere una strada costellata di soddisfazioni a piccoli passi che un giorno mi porteranno lontano.

Come dicevo prima, è una questione di fiducia. Non metterò a disposizione il contratto, sia per una questione di privacy, che per altri due motivi:

1.  Non devo dimostrare niente a nessuno

2. Sono convinta che i malpensanti avrebbero comunque qualcosa da ribattere. Chi può dire, insomma, quanto è autentico un contratto, e che non è stato “ritoccato”? Le “teorie del complotto” trovano sempre un modo per affermarsi.

Questo è tutto. Non tornerò più su questo argomento. Credere o no alle mie parole è affar vostro, e nessuno è obbligato a leggere i miei post o conoscere le mie opinioni.

Ringrazio anche in questa occasione i silenziosi assidui visitatori che affollano questo sito. Vi abbraccio e vi sono grata della fedeltà che mi dimostrate.

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