L’impresa eccezionale

soldiOgni regola, si sa, ha la sua eccezione, e così anche chi ha un’attività commerciale può far parte o meno di una categoria “normale”, oppure di una “eccezionale”. Beh, le case editrici, a quanto pare, spesso si fanno vanto, senza peraltro accorgersene, di far parte della seconda categoria. Mentre una normale impresa corre il rischio di fallire o di perdere soldi rischiando di acquistare un prodotto senza la sicurezza di riuscire a rivenderlo, molte case editrici pretendono di ricevere dei soldi dagli autori per la pubblicazione dei libri. Lo scrittore ha fatto la sua parte mettendo il proprio ingegno e la propria creatività a favore della nascita di un libro, e l’editore dovrebbe mettere il denaro per acquistare i diritti dell’opera per un certo numero di anni, e successivamente pagare lo scrittore con i diritti d’autore e guadagnare attraverso la vendita delle copie stampate. Troppe volte non è così, perché gli editori chiedono agli scrittori di contribuire. Bella parola “contribuire”, non trovate? A me non dà la stessa sensazione della parola “pagare”, ma richiama alla memoria lo Stato che definisce i cittadini “contribuenti” attribuendo loro il dovere di pagare le tasse. C’è da rifletterci: secondo me questo termine non è stato scelto a caso.

E allora che fare? Contribuire e vedere stampato il proprio libro, oppure dire no e rimandare la realizzazione di questo sogno ad una proposta migliore? Per rispondere a questa domanda dovete sapere bene cosa intendete ottenere dalla pubblicazione.
I casi sono tanti, ma ho voluto riasumerli, credendo (spero a ragione) di raggruppare in modo efficace in quattro possibilità la totalità dei casi.

CASO A. Volete vedere il vostro libro pubblicato per regalarlo agli amici e averlo in un bel formato.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rivolgetevi ad un tipografo (a quello più conveniente) e stampate poche copie per voi e gli amici. Risparmierete, e avrete ciò che desiderate.

CASO B. Volete fare gli scrittori di mestiere e per voi non è un problema contribuire economicamente.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rivolgetevi ad un’agenzia letteraria. Dopo aver letto e giudicato l’opera, si occuperà di proporla a un tot di editori con cui collabora. Ogni agenzia ha i suoi contatti (informatevi bene prima sulle tariffe e sulle collaborazioni) e i suoi prezzi.
In alternativa, potete scegliere un editore a pagamento, ma il mio consiglio è accertarvi di firmare un buon contratto, cioè un contratto che dia le dovute garanzie e che non permetta scappatoie all’editore.

CASO C. Volete fare gli scrittori di mestiere ma non volete o non potete spendere un centesimo in contributi vari.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rimboccatevi le maniche e armatevi di pazienza, forza e caparbietà, perché dovrete contattare molti editori, raccogliere molte informazioni, beccarvi molti no, aspettare…
E munitevi di un casco, perché c’è il rischio concreto di rompersi la testa continuando a sbatterla a certi muri. 😉 Se siete bravi, caparbi e forti, sarà solo questione di tempo, ma ce la farete di sicuro!

Avete un altro lavoro che vi consente di tirare a campare e non avete tempo? Beh, se volete fare gli scrittori di mestiere, dovete capire che il tempo dovete trovarlo. Se non siete disposti a sacrificare qualcosa o a rischiare lasciando il vostro lavoro per tentare il tutto per tutto con la scrittura… beh, forse lo scrittore non è il mestiere adatto a voi.

CASO D. Volete fare gli scrittori di mestiere per essere presto ricchi, famosi e invidiati da tutti.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: cambiate sogno! Un vero scrittore scrive prima di tutto per sé stesso, e poi per comunicare qualcosa al mondo. I soldi, la fama e l’invidia generata negli altri sono motivi che non hanno a che fare con la passione. Anche a livello pratico, vi avverto: non ci si arricchisce quasi mai con questo mestiere, e di sicuro, se succede, non è una cosa rapida e indolore. Pensateci bene: ci sono tanti mestieri più facili.

Siete curiosi di sapere quanto è capace di chiedere un editore a pagamento per la pubblicazione di un libro?

Bene, eccovi tre casi certi:

1. 3700 euro per l’acquisto di 250 copie (14,80 euro a copia)
2. 2970 euro per l’acquisto di 160 copie (18,56 euro a copia)
3. 2500 euro per l’acquisto di 185 copie (13,51 euro a copia)

Spesso quste proposte non sono accompagnate dalla garanzia di una distibuzione degna e di una pubblicità decente, né dalla correzione delle bozze, dall’editing e da altri servizi simili.
Che ne dite, non è molto meglio una tipografia? Vi costerebbe molto meno della metà, ne sono certa!

In tutto questo ribadisco che le case editrici sono di certo delle imprese eccezionali, libere di scrollarsi di dosso il rischio d’impresa come un cane bagnato si scrolla di dosso l’acqua.

Naturalmente questi editori si sprecano in complimenti di ogni sorta per accaparrarsi i soldi dell’autore, ma come qualcuno intelligentemente ha osservato: se mi ritengono tanto bravo, perché non spendono un centesimo per puntare su di me?
Immaginate pure quanto valore attribuiscono alla vostra opera se per pubblicarla vogliono migliaia di euro!
Qualche sprovveduto osa invece dire che loro ci perdono. Ah sì? Ma davvero? Beh, forse un ripassino di matematica non sarebbe del tutto da escludere.

Facciamo due conti:
Innanzitutto abbiamo il codice ISBN (non ho idea dei costi), e il deposito legale dei un tot di copie, ma questi sono costi che vengono sostenuti un’unica volta e dovrebbero essere subito coperti da un tot di vendite sicure (di solito un po’ di copie le acquista l’autore, ma state bene attenti: un editore onesto ve le dovrebbe vendere almeno scontate del 50%). Tolto questo,
il prezzo di copertina lo sceglie l’editore, e poniamo un caso in cui scelga di vendere il libro (al pubblico) a 10 euro. La metà esatta di questi soldi va al distributore (5 euro), il 12% circa va all’autore (1,20 euro). Restano 3,80 euro, che dovrebbero essere un po’ di guadagno per l’editore, e un po’ di costi di stampa.
Se poi poniamo il malaugurato caso in cui l’editore non distribuisce nulla, abbiamo quei 5 euro tutti di guadagno. Che ne dite, ci ha perso? Lascio a voi le conclusioni.

Anche senza sapere tutto questo, io al posto vostro mi farei qualche semplice domanda: se l’editore che chiede soldi ci perde, perché lo fa? Per beneficenza??? E quelli che non chiedono soldi, invece, sono del tutto impazziti o sono dei gran beneffatori?
Domande interessanti, non credete?

Non fatevi fregare dalle pubblicità in tv o da quelle sui giornali, e nemmeno dai personaggi famosi che sponsorizzano questa o quella casa editrice; tutto ciò è solo garanzia di una sola verità: pochi non si inchinano di fronte al Dio denaro.

Vendete a caro prezzo i vostri sogni, non svendeteli mai.

Ricordate che pagando sminuite il vostro valore e dimostrate di non credere abbastanza in voi stessi e in ciò che scrivete, e che pubblicare a pagamento è una pessima voce nel vostro curriculum letterario.

Auguro a tutti voi buona fortuna, ma soprattutto vi auguro di avere la forza e la tenacia di credere fino in fondo e concretamente nei vostri sogni. Questa è la vera “impresa eccezionale”…

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Manuale di sopravvivenza per webmaster

manuale di sopravvivenza per webmasterTra le mie letture recenti, tra romanzi, racconti e saggi, sono riuscita a far entrare anche un manuale in pdf creato da un collega webmaster: Luca Baccari. Ho parlato di lui alcuni mesi fa presentandovi il sito Isola della poesia e successivamente informandovi delle sue iniziative, nello specifico i concorsi per poesie indetti da lui.

Luca è un amico, ma soprattutto una persona che stimo. Con i suoi siti informa e dà utilissimi consigli a chi vorrebbe far parte del mondo degli scrittori e dei poeti e non sa come muoversi per evitare fregature. I suoi consigli sono saggi, oculati, ben esposti e completi. Di recente ha scritto “Manuale di sopravvivenza per webmaster” , un insieme di consigli tecnici e non per la gestione di un sito internet, di un forum, di un blog.

L’ho trovato utilissimo, ma anche divertente, perché Luca non si è limitato ai consigli, ma ha anche dedicato una parte del manuale alle strane ricerche che molte persone fanno su internet, e un’altra al “Bestiario”, una sorta di dizionario dei tipi che è possibile incontrare in rete e che possono essere riconosciuti in base alla descrizione e ricordati dal nome azzeccatissimo di animali vari.

I miei complimenti a Luca per tutto il lavoro che fa, e la mia stima per la passione che mette e che coltiva ogni giorno.

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Il segreto

Nel maggio del 2009 mi è stato chiesto di scrivere un racconto per una rivista di computer e hacker. Avrebbe dovuto essere attinente almeno in modo generico agli argomenti trattati dalla rivista e non superare i 10000 caratteri. Non ho mai scritto su commissione, e odio i limiti, specie quando scrivo. Mi piace spaziare, potermi esprimere liberamente, non dover stare attenta a quante parole uso per raccontare la storia che mi preme far uscire dalla mia testa. Nonostante questo ho tentato, e dal tentativo è venuto fuori Adelmo Greco, un racconto ben riuscito, a mio parere. Finito questo esperimento, mi sono detta: perché non provare a scrivere ancora in modo forzato? Dopotutto basta una piccola idea e un po’ di fatica! E così appena avuta questa piccola idea, mi sono impegnata per trasformarla in un racconto. Il risultato, ritengo, non è buono come per Adelmo Greco, ma tanto male non mi sembra. Beh, avrete modo di giudicarlo voi.
Comunque qualcuno ha subito letto questo racconto e si è lamentato un po’ del finale negativo. Poi mi ha detto: “Perché non riscrivi il finale?”. Ecco, diciamo pure che non sono fan del lieto fine, non lo nascondo mica! Sulle prime ho ringraziato del consiglio e detto che ci avrei pensato, e poi, con calma, mi sono detta: beh, magari riscriverlo per stravolgere il racconto originale no, ma perché non scrivere un finale alternativo? Voi ricordate i fumetti di Topolino con le storie a più finali? Io sì, e mi piacevano molto. Bene, allora ad un certo punto della lettura vi troverete ad un bivio: finale 1 o finale 2? Finale tragico, o lieto fine? Aspetto il vostro parere in questa pagina o in privato all’indirizzo: chiaravitetta1985@gmail.com
Se preferite leggerlo in pdf, potete scaricarlo cliccando qui
:

Buona lettura!

I

Tutto ebbe inizio un pomeriggio d’inverno, quando Daniele scoprì sua madre piangere nella solitudine della cucina vuota in cui passava la maggior parte del suo tempo.
Nel suo comprensibile tentativo di non essere scoperta, si era lasciata trasportare da quelle lacrime liberatorie in un momento in cui avrebbe dovuto essere sola in casa, ma il destino, per chi ci crede, aveva deciso diversamente. Destino, caso, crudeltà, giustizia, chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano nell’agglomerato di vite che costituiva quella famiglia.
Tutto ebbe inizio quel pomeriggio e da lì in poi niente sarebbe stato più lo stesso.
Daniele si era avvicinato a sua madre pervaso da un misto di preoccupazione e imbarazzo, e questo secondo sentimento, non abbastanza forte da soppiantare l’altro, non gli aveva impedito di chiederle la ragione del suo pianto seppure tra di loro non ci fosse mai stata una particolare confidenza. Il rapporto tra madre e figlio era buono, ma non particolarmente profondo né rilassato. Regnava l’imbarazzo dello scontro tra due diverse generazioni, vari tabù ergevano barricate invisibili, le paure e i difetti dei singoli componenti del nucleo familiare, poi, finivano per allontanare quasi completamente un individuo dall’altro. Tutto questo non impediva a Daniele di amare i suoi genitori, né ai suoi genitori di amare lui.
Aveva particolare predilezione per suo padre, un uomo tutto d’un pezzo, ligio al dovere e rispettoso delle regole e della famiglia. Daniele si chiedeva spesso se fosse all’altezza di un personaggio del genere. Quando era bambino e i suoi diciannove anni attuali erano per lui lontani anni luce, vedeva suo padre come un eroe e lo amava senza alcuna riserva. Gli anni passati e l’età che aumentava avevano dato alle sue idee prospettive diverse da cui guardare prima di formarsi, ma il grande rispetto e l’ammirazione per suo padre non erano mutati. Certo non si sentiva molto capito a livello umano, né appoggiato nei suoi difficili sogni. A volte si sentiva troppo sotto pressione, ma continuava ad avere grande rispetto per l’omone grande e grosso che era suo padre. Nei giorni successivi, Daniele avrebbe visto sgretolarsi davanti ai suoi occhi la figura integra e bella che rappresentava suo padre per lui, ma ancora non lo sapeva.
Sua madre, inizialmente riluttante, finì poi per sciogliersi al sole delle sue preoccupate domande, gli confidò di credere che suo marito la tradiva, che il padre che tanto adorava aveva probabilmente una relazione con un’altra donna. Daniele si trattenne dal sorridere: gli sembrava così assurdo! Cercò di rassicurare sua madre, che inconsolabile continuava a piangere e si rammaricava di non avere il denaro necessario per fare seguire il marito da qualcuno. Sulle prime, l’assurdità della situazione chiuse le labbra a Daniele, gli asciugò la saliva in bocca e gli serrò la mascella. Che poteva dire? Era tutto talmente pazzesco! I suoi genitori sembravano andare d’accordo, talvolta litigavano, come ogni coppia, certo, ma mai niente di grave. Poi qualcosa dentro di lui era scattato, forse il tarlo del dubbio aveva cominciato a mordicchiare le gambe della sua sicurezza e così, senza pensarci due volte, aveva proposto a sua madre di calarsi lui stesso nei panni del detective: avrebbe seguito suo padre per scoprire se nascondesse davvero qualcosa. Sua madre si era calmata, aveva assentito e in silenzio aveva preparato il tè. Mentre lo beveva, Daniele si chiedeva cosa fosse quella sensazione scomoda che sentiva dentro. Non calzava bene, la sentiva inadatta, faceva anche un po’ male, come un paio di scarpe strette; ma cos’era?
Presto avrebbe capito che le certezze sono flebili e precarie e che si fa anche troppo presto a cambiare radicalmente idea sulle persone che abbiamo intorno.

II

Seguì suo padre per due giorni usando la macchina di un amico per non rischiare di essere scoperto. Il primo giorno si sentiva sicuro di sé e non pensava molto a quello che stava facendo, ma già il secondo giorno, quando niente di quello che aveva visto smascherava in alcun modo suo padre, cominciò a sentirsi in torto come se avesse ingiustamente negato fiducia a chi la meritava in pieno. Il terzo giorno andò avanti solo per non deludere sua madre, che mai si sarebbe accontentata di due giorni di pedinamento.
Fortuna o sfortuna, decidete voi, tre giorni bastarono.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, era buio e faceva un freddo della malora. Daniele si sfregava le mani tentando invano di scaldarle mentre aspettava che il semaforo gli desse il via libera. Suo padre era poco più avanti. Daniele lo seguiva da circa un’ora, molto incuriosito dalla strada che stava percorrendo. Era sabato, giorno in cui suo padre di solito andava ad incontrare i suoi soliti tre vecchi amici ad un circolo culturale. Così diceva, almeno. Il circolo culturale in questione, comunque, si trovava dall’altra parte della città. Daniele, inquieto e infreddolito, guidava con calma mentre dentro gli si scatenava un principio di tempesta di paura. Cercò di controllarsi e dieci minuti dopo capì dove si stavano dirigendo: i suoi genitori possedevano una seconda casa nella periferia della città.
Quando suo padre parcheggiò davanti alla villetta sfitta, Daniele lo imitò, ma scelse un posto abbastanza distante per non rischiare di essere visto. Teso e con il cuore che batteva un po’ troppo forte, aspettò. Vide suo padre entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle, vide le persiane aprirsi e le luci accendersi in casa, e quando un quarto d’ora dopo non era ancora successo altro, si chiese che diavolo ci facesse lì. La prima ipotesi era stata quella di un incontro con una donna, ma lei dov’era? Trascorsero altri minuti, finché alle sette precise una signora che teneva una bambina per mano percorse lentamente la strada dirigendosi verso la casa. Daniele osservò le due figure: qualcosa stonava nel quadretto che gli si presentava davanti agli occhi. La donna, circa trentacinque anni, alta, con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, sembrava nascosta dietro pensieri pesanti come una tenda spessa che copra segreti inviolabili. La ragazzina poteva avere al massimo dieci anni, e la donna le stringeva la mano come se avesse paura che potesse scappare da un momento all’altro. Madre e figlia, così le aveva classificate Daniele appena le aveva viste entrare nel suo campo visivo.
La bambina aveva gli occhi spenti; occhi che un bambino non dovrebbe mai avere. La visione di quelle due figure lo sconvolse senza fargliene capire la ragione e mentre con uno strano peso sul cuore le osservava camminare, dimenticò il motivo per cui si trovava lì. Della bambina non riusciva a vedere altro che gli occhi, come se il resto di lei fosse offuscato dall’espressione spenta. Poi eccole raggiungere la casa di suo padre. Daniele aggrottò la fronte e scosse la testa: non capiva. Mentre cercava disperatamente di non farsi un’opinione, perché nel fondo di sé sapeva bene che poteva farsene solo una che non avrebbe mai accettato, osservò la porta di casa che un attimo prima aveva inghiottito madre e figlia. Trascorsero cinque lunghissimi minuti prima che la porta si riaprisse per sputare fuori la madre della bambina. Sola.

III

Daniele rimase immobile e attonito davanti alla casa, senza sapere cosa poteva permettersi di pensare e cosa no. Non si concesse alcun pensiero, si costrinse invece a sigillare la mente e aspettare.
Alle otto, un’ora dopo l’arrivo della bambina, la donna tornò. Bussò alla porta e suo padre aprì. Si stava abbottonando la camicia. Si voltò come per chiamarla e un attimo dopo la ragazzina apparve, lei e quei suoi occhi spenti. La madre la prese per mano e Daniele le vide andar via così come erano arrivate. Lui richiuse la porta e riapparve pochi minuti dopo, come se non avesse fatto nulla di male, lustro e sereno come non avrebbe mai dovuto essere, come se stesse tornando a casa dopo un incontro con gli amici al suo dannato circolo culturale. Daniele non lo seguì, ma rimase fermo, con lo sguardo fisso, ancora senza concedersi di pensare. Tornò a casa solo molte ore dopo e solo dopo essersi scolato due o tre birre di troppo nella solitudine di un bar poco frequentato.
Passò la notte senza chiudere occhio, tormentato dal ricordo di quello che aveva visto e schiacciato dalla costrizione di non permettersi di elaborare i fatti appresi.

IV

Nascose tutto a sua madre; mentì spudoratamente ed evitò di incrociare suo padre con svariate scuse più o meno accettabili. Riprese a seguirlo anche se faceva male, anche se immaginava già cosa altro avrebbe visto. Non accettando e non elaborando non aveva idea di cosa avrebbe dovuto fare o non fare: come un automa continuò il pedinamento per una settimana, e il sabato la scena della settimana precedente si ripeté. Tutto perfettamente uguale.
Con la testa china sul volante Daniele scacciò le lacrime pesanti che stavano in agguato dietro ai suoi occhi, strinse i pugni e si costrinse a non cedere. Tenne duro per un’altra settimana, e il sabato seguente, di mattina, dopo aver preso all’insaputa di sua madre l’altra copia delle chiavi della seconda casa, vi si recò. Posizionò due telecamere, una in camera da letto, l’altra in soggiorno, e le nascose per bene. La tecnologia di quel genere era una sua passione da sempre, mentre l’arte della dissimulazione la imparò in quei minuti.
In casa tutto era in ordine. Daniele si impedì di guardare nei cassetti alla ricerca di prove tangibili, ma strinse forte i pugni, scacciò ancora le lacrime ed uscì. Il sollievo, lontano da quella casa, fu immediato. Era come se tra quelle mura vivesse il peso del crimine orrendo che era stato perpetrato. Quel giorno non seguì suo padre: rimase a casa e bevve. Alla quarta birra le lacrime erano indietreggiate e i pensieri scivolati oltre, inafferrabili. Così voleva che fosse.

V

Domenica mattina, dopo aver dormito qualche ora e solo per sfinimento, andò a prendere le registrazioni delle telecamere. Non voleva vederle, ma doveva. Sarebbe andato fino in fondo? Doveva farlo. Il peso del crimine era ancora lì, palpabile, come una coltre di fumo nero che intasa i polmoni e toglie il respiro. Si sentiva come intossicato. Recuperò le due telecamere e corse via, lontano da quel luogo sporco e da quell’aria irrespirabile.

Finale 1

Finale 2

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Scrittore e lettore a confronto

discussionePoco tempo fa, dopo la mia partecipazione alla fiera della piccola e media editoria di Roma, una persona che ha comprato L’oblio della ragione mi ha mandato un’ e-mail per farmi avere, così come avevo chiesto, un parere sincero sul libro.

Le critiche possono essere costruttive se mosse con intelligenza, e da questa e-mail è nato un confronto interessante al punto tale da farmi decidere di proporre a questa persona di rendere pubblico il nostro scambio di idee. Lei ha accettato, così ora potete leggerlo anche voi.

Maria Grazia:

Gentile Chiara,
ci siamo conosciute alla Fiera della piccola e media editoria a Roma. Ho letto il tuo libro e volevi il mio parere. Il genere horror è molto più familiare alla tua generazione che alla mia. Voi siete cresciuti nella visione di una violenza spettacolarizzata, confinata in una dimensione estrema, quasi onirica. La mia generazione più brutalmente ha conosciuto la violenza in diretta, in famiglia attraverso le botte di papà o la pedofilia di zii e di amici di famiglia. I bambini non avevano il telefono azzurro né l’Unicef. Nel mondo occidentale oggi si vede più violenza nel mondo di quanto non la si viva.Questo per dirti come l’incontro tra scrittore e lettore è anche mediato dalle diverse esperienze di vita.

Si vede che sai tenere la penna in mano e che ci metti energia nella scrittura. Io ho sentito più i fantasmi della paura che la paura vera. La paura minacciata di uno squilibrio ecologico totale dove tutto può accadere. Non ho capito bene l’intreccio dei destini tra i rapinatori e la famiglia di Curtis che sembra essere, oltre che un simbolo del male, anche quello di una purificazione. Distrugge sia i genitori che lo amano che Jordan che non ha saputo dare un qualunque senso decente alla sua vita. Tu il mostricciatolo lo hai visto come puro male, come vendetta o come catarsi?

Per il primo racconto dal titolo emblematico Giustizia siamo nella cronaca. Nella descrizione di Matt e Lucas mi sono mancati i dettagli che fanno la differenza. Sono coprotagonisti, uno è l’antagonista dell’altro? C’è comprensione o conflitto tra i due? Uno è biondo e l’altro è bruno o sono tutti e due biondi? A un livello più profondo del testo esiste sempre quello che viene chiamato sottotesto, che alla fine, pur non detto, è il messaggio nascosto che resta nella mente dei lettori. Il tuo sottotesto è eversivo. Tu dici che di fronte a certa violenza, che uccide quel che tu hai di più caro, non si può non reagire con la condanna a morte dell’aggressore anche se il prezzo da pagare è la propria stessa morte. Non vi è nessun personaggio nel tuo racconto che mostra un’alternativa, una via d’uscita diversa. In un momento in cui la magistratura mostra tutte le sue debolezze verrebbe voglia di essere d’accordo con te ma pensiamo anche che il corpus legislativo non è naturale ma culturale. In tutte le civiltà tribali vi è la faida, l’occhio per occhio dente per dente. Per uscire da questa ferocia naturale vi sono secoli di pensiero e di disciplina. Allora, tu scrittrice eri consapevole di stare tirando fuori un bel affare? Ricordo un vecchio film, forse si chiamava Fuoco di paglia in cui a un uomo mite di carattere dei violenti gliene facevano di tutti i colori e lui piano piano si trasformava in violento con il plauso del pubblico.
Come maneggiare questo materiale incandescente? Tu sei favorevole alla pena di morte? Forse ti sto stuzzicando ma davvvero credo che lo scrittore sia il mestiere più difficile del mondo e che per fare i salti di qualità occorre una consapevolezza pazzesca del materiale che si tratta. Ci vuole un fisico bestiale…no…ci vuole una coscienza bestiale! Auguri!

Chiara Vitetta:

Ciao Maria Grazia,
ti ringrazio molto di esserti presa la briga di scrivermi, non molti lo fanno, bloccati dalla pigrizia o da chissà che altro. Grazie,
insomma. 🙂
Forse è vero che l’horror è più familiare alla mia generazione, però non ci giurerei: non mi sono mai sentita parte della generazione a cui appartengo, ma sempre fuori da molti schemi, gruppi e via dicendo. Credo che la visione della violenza spettacolarizzata di cui parli sia più di questi tempi che non della mia adolescenza (tempo in cui ci si forma di più, ritengo). Purtroppo devo dire che anche noi abbiamo vissuto la pedofilia e le altre violenze, in famiglia soprattutto. Non
parlo di me, ma di varie persone che mi circondano.
Abbiamo conosciuto tante cose, ma qui nella mia città (Vibo Valentia, piccola provincia del sud) abbiamo conosciuto soprattutto la sfiducia. Si trattava di sfiducia nei sogni, nelle speranze e nell’elevarsi ad un sistema di vita diverso. Non so nel resto d’Italia, ma per me questo è stato il male peggiore della mia generazione.

Io ho lottato da sempre, perché ho la fortuna di avere un carattere forte e ribelle, e di essere una sognatrice con la S non maiuscola, ma scritta a caratteri cubitali nel mio DNA.

Credo che l’incontro tra scrittore e lettore non sia tanto mediato dalle diverse esperienze di vita, quanto dal modo di esprimersi, di sentire e pensare. Se vogliamo ridurre in modo molto semplice il concetto, possiamo dire che sono gusti, ma è molto riduttivo.

Saper tenere la penna in mano è già una bella cosa da sentirsi dire, e ti ringrazio. Non ho capito bene se il libro ti è piaciuto, se ti ha coinvolta, se ti ha dato qualcosa, ma credo che chiarirai i miei dubbi in una prossima e-mail. Lo spero, quantomeno.

L’intreccio tra la famiglia di Curtis e il ladro è stato per me puro piacere, esercizio di stile, esperimento… tante cose, ma
principalmente, e non so se puoi capire cosa intendo, è solo che la storia doveva andare così. Il mostro non era puro male, non era catarsi, era il pretesto tragico per narrare la follia che può impossessarsi di una persona cosiddetta normale. Era una cosa assurda che ha portato a numerosi delitti, insomma.

Riguardo “Giustizia”: avrai notato la notevole diversità di stile.
Rispetto a “Blackout” e a tutto quello che ho scritto dopo, è molto semplice, a volte quasi scarno. Questo racconto è stato il primo vero racconto che ho scritto. Avevo diciotto anni, sapevo già di voler fare la scrittrice ma non avevo ancora molta esperienza. Mi è piaciuto scriverlo, trovo che sia bello da leggere e che possa dare molto, e con la maggior parte dei lettori è stato così. La mancanza di dettagli era voluta: non mi piace soffermarmi sul colore dei capelli o degli occhi: le poche essenziali e decise pennellate le preferisco di gran lunga. Suppongo che sia il mio stile, in effetti.
Matt e Lucas non sono coprotagonisti né antagonisti. Matt è decisamente il protagonista della storia, ma Lucas è quasi solo una
comparsa, seppure importante. Se ci sia tra loro comprensione o conflitto dovrebbe essere chiaro dalla lettura, e se così non è tre sono le possibilità:
– o non sono stata abbastanza brava a spiegarlo;
– o non eri abbastanza attenta mentre leggevi;
– o non era importante ai fini della storia.

Poi… Tu hai scritto questo: “Tu dici che di fronte a certa violenza, che uccide quel che tu hai di più caro, non si può non reagire con la condanna a morte dell’aggressore anche se il prezzo da pagare è la propria stessa morte.”
No Maria Grazia, non ci siamo! Io non dico niente! Io sto raccontando una storia, è il protagonista della stessa che esprime in vari modi questa idea, non io! Io voglio mandare un messaggio, questo sì, ma non è quello che hai colto. Molti lettori fanno questo errore (non mi riferisco ai lettori del mio libro), e devo dire che è abbastanza fastidioso. Non si deve dimenticare che è un racconto, o un romanzo, vale a dire un’opera di fantasia, e come tale, io posso scrivere anche esattamente l’opposto di ciò che penso e far fare ai miei personaggi l’opposto di ciò che io farei. Dovresti pensare ad uno scrittore come ad un attore che impersona i personaggi di cui scrive: può calarsi nei panni di un assassino ma non avere di suo alcuna tendenza violenta, o scrivere nei panni di una donna essendo un uomo e viceversa. Posso scrivere cose orrende che mai neppure penserei di fare, ma il lettore deve sempre tenere a mente che sto in qualche modo recitando una parte.

C’è qualcosa di me in quello che scrivo, molto o poco non ha importanza, ma non è tutto ciò che sono, sia chiaro.

Personaggi che mostrano un’alternativa non ce ne sono, questo è vero, e anche qui si tratta di una scelta che qualifica il mio stile. Non mi piacciono i finali lieti e non mi piacciono le soluzioni facili. A volte mi piace calarmi nel mondo inventato ma probabile di chi vie d’uscita non ne ha, e spesso tutto questo è molto più vicino alla realtà di quanto si creda.

Mi chiedi se ero consapevole di tirare fuori un bell’affare.. sì, lo ero! Con l’esperienza di oggi “Giustizia” l’avrei scritto meglio, e avrei avuto modo di insistere ancora di più su cose che lì non sono esplicitamente espresse.
Cosa faresti tu al posto di Matt? Credo che in molti penserebbero di fare ciò che lui ha fatto o qualcosa di simile. Io ci penserei, te lo confesso. Se poi aggiungi che viviamo in un periodo in cui l’impunità è quasi la norma e la legge quasi non viene applicata, ecco che la voglia di distruggere l’oggetto del dolore e farsi giustizia da sé spunta tra le nostre voglia. O potrebbe farlo… il confine, poi, è alquanto sottile.

Io non sono favorevole alla pena di morte, ma quando sento certe cose, ti assicuro che il sangue bolle nelle mie vene e penso seriamente che la corda che si continua a tirare prima o poi si spezzerà. Un delitto non punito oggi, un altro non punito domani, e vedrai che un giorno o l’altro chi si fa giustizia da sé riceverà un applauso. Quel racconto vuole dire molte cose, tra cui anche questa: attenzione a ciò che sta succedendo, perché ogni azione ha le sue conseguenze, e credo che stiamo veramente precipitando verso qualcosa di brutto ma di inevitabile. Prima o poi la corda si spezzerà e l’indignazione, la frustrazione e il dolore sapranno fare la giustizia che chi di dovere non applica.

Beh, credo di avere risposto a tutto.
Ti ringrazio della e-mail e della stimolante discussione.

Buona serata!

Maria Grazia:

Cara Chiara,
ti difendi molto. Mai penserei di citare in giudizio uno scrittore che scrive di delitti! Il fatto è un altro, che volenti o nolenti è impossibile non inviare un messaggio insieme a quello che dicono o fanno i personaggi. Non direttamente prendendo alla lettera le loro parole ma attraverso il meccanismo dell’identificazione cosa che conoscono benissimo tutti quelli che si occupano di psicologia di massa. Noi proiettiamo sugli altri come su degli schermi le nostre paure, idiosincrasie, speranze. Il tuo libro mi è piaciuto perché mi ha fatto riflettere, solo in questo senso l’ho trovato acerbo che non trovo sia un’accusa per una giovane. Lo scrittore deve imparare, perché se vuole scrivere deve mettere più responsabilità nelle sue parole, a intuire il gioco delle identificazioni nei suoi lettori.

Certo che bolle il sangue di fronte alle ingiustizie e al Male ma dare una risposta collettiva ragionata per rendere più sereno il clima sociale è meglio che la giustizia fai da te che non si sa dove va a finire. Il tuo protagonista essendo una vittima totale chiama a sé tutte le identificazioni proiettive dei lettori a meno che uno non si dissoci e non voglia nemmeno leggerlo. Questa radicalizzazione dei problemi lasciamola fare ai politici, non facciamola noi che scriviamo! Sarebbe bastata una dialettica tra più personaggi per rendere conto della pluralità dei punti di vista. Tu dici: ma di fronte al Male non c’è pluralità. Ci deve essere fermezza ma non è che la spirale della violenza sia la cosa migliore che l’umanità abbia inventato! Per legittimarlo a uccidere rendi Matt iperrealista ovvero sei più realista del re. Infatti la sua ragazza si suicida per avere subito uno stupro con oltraggio.
Non giustifico in nessun caso lo stupro che è un crimine odioso fatto su chi non si può difendere ma so che per quanto grave sia il danno non vi sono molte donne nel mondo che si siano uccise e oggi ancora di più che vi è il sostegno della legge e il supporto sociale da parte di specialisti e di terapeuti. Nel mondo vi è anche parte di bene che cerca di riparare, di guarire, di solidarizzare.

Non è solo macelleria. Io voglio sperare.
Un caro saluto

Chiara Vitetta:

Finora non ho avuto il tempo di rispondere ancora a Maria Grazia, e vorrei farlo qui, in vostra presenza. Più che difendermi tenevo molto a spiegare le mie ragioni e alcuni miei pensieri perché non mi piace essere fraintesa. Spero di aver reso ogni cosa così come la penso.

Tu dici bene Maria Grazia, non è solo macelleria, e sperare è essenziale, ma non è richiesto a nessun essere umano dare tutti i punti di vista possibili su qualcosa. Ognuno, a suo modo, dà il suo contributo, e a volte è esagerando le cose che si permette a qualcuno di aprire gli occhi, di capire certe verità o situazioni che dovrebbero essere ovvie, ma purtroppo non lo sono. Quello che sciocca, colpisce, spaventa, nella comunicazione è utile. Ovviamente tutto con le dovute regole ed eccezioni, ma sempre con l’intelligenza a fare da base.

Beh, è tutto! A te un grazie per aver acconsentito alla pubblicazione di queste e-mail, e a chi segue il mio sito un grazie per la fedeltà con cui legge giorno per giorno i post che pubblico. Pochi commentano, ma tanti mi seguono; così almeno dicono le statisciche.  Abbraccio virtualmente ognuno di voi. 🙂

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Qualche chiarimento

filoScrivere mi piace, e credo di saperlo fare abbastanza bene; e mi piace anche gestire un sito internet, anche se questa è per me una scoperta recente. Certo c’è una bella differenza tra scrivere un racconto e scrivere un post. Quando pubblico un post cerco di essere obiettiva qualunque sia l’argomento di cui decido di parlare, e quando so bene che non potrò esserlo, desisto e parlo d’altro. A volte, poi, so che potrò essere obiettiva, ma che le mie parole tradiranno il mio pensiero e rischierò anche di dire qualcosa che volendo essere diplomatici non andrebbe detta. So che l’indignazione e la rabbia per un sistema che ritengo sbagliato può essere scambiata per vendetta, come se avessi da guadagnare qualcosa parlando male di un certo editore, ad esempio. In questi specifico caso mi riferisco a Il Filo. Posso dire che anche a me questo editore ha proposto di pubblicare (a pagamento), e mi sono rifiutata. Di cosa dovrei vendicarmi? Quale sarebbe l’accusa strumentale o la tesi che vorrei per forza dimostrare? Questo per richiamare alcune affermazioni che Paolo ha fatto nel commento 9 del post sul Gruppo Albatros.

Ribadisco che:

1- Non ho mai detto che so per certo quale sia il motivo per cui l’editore Il Filo faccia ora parte del Gruppo Albatros; ho solo buttato lì la mia opinione personale.

2. Paolo dice bene: Il Filo non deve chiudere i battenti solo per l’ordinanza di un giudice (potete vederla qui). Non ho mai detto il contrario.

3. Che la pubblicità del Gruppo Albatros non sia ingannevole non credo sia vero. Gli annunci di questo editore sono pressoché identici a quelli della casa editrice Il Filo (ne vedete un esempio nell’immagine utilizzata per questo post) e ricordo a Paolo e a tutti voi che l’editore non è stato in grado di dimostrare in tribunale la falsità delle affermazioni del sito Riaprire Il Fuoco (citato dalla casa editrice Il Filo per diffamazione). Ecco ciò che potete liberamente leggere sul sito Riaprire il Fuoco in un post pubblicato dopo la lettura dell’ordinanza del giudice:

“La casa editrice Il Filo di Viterbo è una casa editrice a pagamento. Nonostante pubblichi annunci sulle prime pagine dei maggiori quotidiani, asserendo di essere alla ricerca di nuovi talenti, questa casa editrice è alla ricerca solamente di polli da spennare, di scrittori esordienti con la folle voglia di veder pubblicare il loro libro, che attira con annunci mendaci e ai quali offre solo la stampa a pagamento delle proprie opere senza curarne affatto la distribuzione sul mercato nazionale. Chi si avvicina al Filo sappia ciò, e chi riceva da Il Filo una proposta di pubblicazione sappia che ciò non significa affatto una valutazione, tanto meno positiva, della propria opera.”

Al di là di tutto ciò che gli utenti malpensanti vogliono credere, io dico questo: un editore serio, onesto e trasparente dovrebbe poter dimostrare di esserlo. Ha ragione Ettore Bianciardi (gestore del sito Riaprire il Fuoco) quando scrive:

“Il Filo, per deontologia professionale, dovrebbe precisare nei propri costosi annunci, che la eventuale (anzi certa) pubblicazione avverrà solo dietro pagamento da parte dell’autore.”

Poalo scrive, in un commento, che è stupito dal catalogo della casa editrice Il Filo. Io dico che non è tutto oro quello che luccica e che magari potrebbe interessargli leggere qui:
http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=231 (non mancando di leggere i commenti)
e qui: http://www.riaprireilfuoco.org/blog/index.php?s=fabio+fazio
E a voler cercare ci sono centinaia di cosette interessanti in giro su questo editore.

Bene, credo di aver risposto quasi a tutto. Ora viene una cosa particolarmente importante per me.
Ringrazio Paolo che ha commentato i due post sulla casa editrice Il Filo facendomi notare che in alcuni commenti ho detto qualche fersseria. Nello specifico mi riferisco al commento 31 lasciato al post “Edizioni Il Filo” in cui parlo di condanna dell’editore da parte del tribunale. Mi scuso con Il Filo e con gli utenti. Nella foga del commento, ho perso di vista la giusta linea di condotta, vale a dire pesare ogni parola e controllare di dire cose vere anche nei commenti usando i termini esatti per non danneggiare qualcuno con affermazioni inesatte. Vi assicuro, comunque, che nei miei post non c’è mai stato un errore del genere per la grande attenzione che metto nello scriverli. Nei commenti divento un po’ visitatrice anch’io, e a volte mi lascio trasportare dalla foga del momento. Non correggerò il commento per onestà: ho sbagliato, mi scuso e vado avanti.
Infine vorrei dire che sono molto contenta di aver scritto i due post incriminati, perché ricevo molte e-mail di persone che sapendo che dietro il Gruppo Albatros c’è l’editore Il Filo (che già hanno conosciuto) evitano di perdere tempo. Felice di essere stata utile! 🙂

Naturalmente tutto questo caos ha provocato le solite accuse della serie: “Come fai a scagliarti contro gli editori a pagamento se il tuo editore chiede contributo?” Ribadisco in breve: io non ho pagato (ma non solo io) e non concordo con la politica del mio editore di attuare anche delle pubblicazioni a pagamento. Poi scatta il dubbio: “Non siamo convinti che tu non abbia pagato!” E allora mi viene voglia di aprire le braccia, sorridere di sconforto, sospirare e dire: “Qualunque cosa io dica, non potrò dimostrere senza ombra di dubbio di non aver sborsato neanche un centesimo per pubblicare”. Se uno scrittore famoso un giorno venisse accusato di pagare pur pubblicare i suoi libri, come farebbe a dimostrare il contrario? Anche rendendo pubblico il contratto, qualcuno potrebbe dire che è stato modificato! A voler pensare male, si possono vedere complotti dappertutto! Non ho ancora capito, poi, cosa ricaverei io da tutto questo.

Bah… dopotutto, che vita sarebbe senza misteri? 😉

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Ossessione

ossessioneOssessione è il primo romanzo che Stephen King ha scritto sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Attualmente non viene più stampato, S.King preferisce così. Io non sono d’accordo. In questo libro viene sondata la psicologia umana, le debolezze, le ingiustizie della vita reale. La narrazione è affascinante, non si riesce a staccarsi dalle parole che riempiono queste pagine e molte riflessioni nascono spontanee nella mente del lettore. Dei bellissimi e significativi estratti sono a vostra disposizione qui sotto. Naturalmente vi consiglio di leggere questo ottimo romanzo, e vi auguro buona fortuna perché non essendo più stampato è difficile da reperire.

“Sanità mentale:
Puoi farti tutto il tragitto dalla culla alla tomba convincendoti che la vita è logica, la vita è prosaica, la vita è normale. Soprattutto normale. E io credo che lo sia. Ho avuto parecchio tempo per pensarci. E ogni volta torno immancabilmente alla dichiarazione resa in punto di morte dalla signora Underwood: dunque capite che, aumentando il numero delle variabili, gli assiomi per definizione non cambiano mai.
Io ci credo davvero.
Penso, dunque sono. Ho dei peli sulla faccia; perciò mi rado. Mia moglie e mio figlio sono rimasti gravemente feriti in un incidente d’automobile; perciò prego. È tutto logico, tutto normale. Viviamo nel migliore di tutti i mondi possibili, perciò datemi una Kent per la sinistra e una Bud per la destra, accendetemi Starsky e Hutch e fatemi ascoltare quella nota delicata e armoniosa che fa l’universo ruotando dolcemente sulle sue orbite celestiali. Logica e normale. Come la Coca Cola, è il massimo.
Ma come sanno bene la Warner Brothers, John D.MacDonald e pochi altri c’è un Mr. Hyde per ogni simpatica faccia di Jekyll, un volto oscuro dall’altra parte dello specchio. Il cervello dietro quel volto non ha mai sentito parlare di rasoi, di preghiere o della logica dell’universo. Metti lo specchio di traverso e vedi la mia faccia riflessa in una distorsione sinistra e sinistrorsa, per metà matta e per metà sana. Gli astronomi chiamano terminatore quella linea di demarcazione fra la luce e le tenebre.
L’altro lato dice che l’universo ha tutta la logica di un bambino mascherato da cowboy per Halloween con le viscere e il suo sacchetto di caramelle spiaccicati per più di un miglio di Interstatale 95. Questa è la logica del napalm, della paranoia, da valigie-bomba portate in giro da allegri arabi, di un carcinoma sviluppatosi a casaccio. È una logica che divora se stessa. Dice che la vita è un gioco ai quattro cantoni, dice che la vita rotola con la stessa isterica casualità della monetina che si lancia per vedere chi deve offrire da bere.
Nessuno va a guardare quell’altro lato se proprio non c’è costretto e lo posso ben capire. Ci dai un’occhiata quando ti offre un passaggio un ubriaco su una GTO che picchia a duecento all’ora e si mette a raccontarti del come e del perché sua moglie l’ha sbattuto fuori; ci dai un’occhiata se a qualcuno salta in mente di attraversare l’Indiana ammazzando a fucilate ragazzini in bicicletta; ci dai un’occhiata se tua sorella ti dice: “Scendo un attimo in farmacia” e viene accoppata in una rapina. Ci dai un’occhiata quando senti tuo padre che parla di squartare il naso di tua madre.
È una roulette, ma non è dignitoso mettersi frignare che la ruota è truccata. Puoi immaginartela con tutti i numeri che ti pare, che tanto il principio di quella pallina bianca non cambia mai. E non mettiamoci a dire che è una follia, perché è tutto perfettamente normale e sano.
E tutto quello che esula dalla norma non accade solo fuori. È anche dentro di voi, in questo preciso istante, a crescere al buio come funghi magici. Chiamiamolo la Cosa in Cantina. Chiamiamolo il Fattore Ciccia e Cilecca. Chiamiamolo il Loony Tunes File. Io lo vedo come il mio dinosauro privato, enorme, viscido e senza cervello, che se ne gironzola traballante nelle paludi puzzolenti del mio inconscio senza mai trovare un giacimento di idrocarburi grande abbastanza per contenerlo”.

“Ho sceso le scale fischiettando. Mi sentivo in gran forma. Certe volte le cose succedono proprio così. Quando le cose vanno di male in peggio, la tua mente scarica tutto nel bidone delle immondizie e se ne va in Florida per un po’. C’è un bagliore improvviso, un corroborante chissenefrega dotato di carica elettrica, quando ti giri a guardare il ponte che hai appena bruciato”.

“Quando hai cinque anni e ti fai male, lo fai sapere a tutto il mondo. A dieci ti limiti a piagnucolare. Ora che arrivi a quindici hai già cominciato a mangiare le mele avvelenate che crescono sul tuo interiore albero del dolore. È questa l’Edificazione secondo la filosofia occidentale. Cominci a ficcarti il pugno in bocca per soffocare le urla. Sanguini solo dentro”.

“Avanzai incontro a lui, afferrai al volo la fibbia e diedi uno strattone. Non se l’aspettava. Perse l’equilibrio e quando cominciò a correre per recuperarlo gli feci lo sgambetto, facendolo rovinare sul cemento sporco di olio. Forse si era dimenticato che non avevo più quattro anni, né nove, quando me ne stavo rannicchiato a tremare nella tenda, incapace di trovare il coraggio di uscire per andare a orinare mentre lui si ubriacava con gli amici. Forse si era dimenticato o non aveva mai saputo che i bambini crescono ricordando ogni schiaffo e ogni parola di disprezzo, che crescono con la voglia di mangiarsi vivo il loro padre”.

(Stephen King)
(da: “Ossessione”)

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Dello stesso autore:

Gli orrori del nucleare (estratto da “Tommycnockers – Le creature del buio”)
A volte ritornano (recensione ed estratti)
The dome (recensione)
La metà oscura (recensione ed estratti)
Buick 8 (estratti)
La casa del buio (estratti)
Incubo (estratto da: “Mucchio d’ossa”)
Fantasmi (estratto da: “La sfera del buio”)

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Qualche interessante percentuale

Salve naviganti,
e buon 2010! Per voi oggi un post speciale. Avete mai pensato di segnare da qualche parte i titoli dei libri che leggete durante l’anno? Io l’ho fatto per tutto il 2009, ed ora che l’anno è finito ho pensato di tradurre in statistiche le mie letture. Non credevo di leggere così tanto, e poi ho scoperto che senza la lista davanti non avrei potuto elencare più di una trentina di libri; questo perché a volte non ricordo quando ho letto un certo libro, ma anche perché poche letture restano davvero impresse nella memoria. Poi mi sono chiesta: che percentuale di libri di scrittori italiani leggo rispetto al totale? E in che misura preferisco la scelta dei romanzi rispetto ai saggi o alle poesie? E di scrittori esordienti italiani, quanti libri ho letto? Continuate a leggere e vedrete con i vostri occhi quello che è venuto fuori. Se poi vi verrà in mente qualche altra statistica da creare dalla mia lista, fatevi avanti: calcolatrice alla mano, vi accontenterò volentieri.

Ecco i dati:

(Le percentuali sono state calcolate su un totale di 90 libri letti tra l’1 gennaio 2009 e il 31 dicembre 2009.)

Genere:

pila di libri

Romanzi 67%
Raccolte di racconti 13%
Poesie 6%
Saggi 5%
Opere teatrali 4%
Biografie 3%
Diari 1%
Libri storici 1%

Nazionalità degli scrittori:

Stati Uniti 38%
Italia 33%
Germania 10%
Gran Bretagna 6%
Svezia 3%
Francia 3%
Scozia 2%
Afghanistan 1%
Cisgiordania 1%
Austria 1%
Irlanda 1%

Gradimento:

Pessimi 38%
Belli 32%
Accettabili 26%
Bellissimi 4%

Percentuale di libri di esordienti italiani letti nel 2009: 9%

________________________________________

– Leggi le statistiche del 2010
– Leggi le statistiche del 2011
Leggi le statistiche del 2012
Leggi le statistiche del 2013
Leggi le statistiche del 2014
Leggi le statistiche del 2015

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Dialogo della vita e del tempo

clessidraV. Chi chiama dentro di me? – T. Il tempo ardito.
V. Entrasti senza permesso? – T. L’ho da molto tempo.
V. Che vuoi? – T. Che m’ascolti. – V. Su t’ascolto.
T. Prometti di credermi? – V. Parla prudente.

T. Sei in errore. – V. Anche tu vai errato.
T. Questa è la mia condizione. – V. Questo è il mio frutto.
T. Sei donna dissennata. – V. E tu sei vecchio astuto.
T. Erro senza mio danno. – V. Abbastanza hai dato.

T. Ahi, vita, come vai? – V. Perseguitata.
T. Da chi? – V. Da te. – T. Il tempo nega piacere.
V. Il tempo è aria. – T. La vita è passatempo.

V. Già tu non sei tempo. – T. E neppure tu sei vita.
V. Diverrai pazzo. – T. E tu diverrai cieca.
– Vedete come scorrono il tempo e la vita?

(Francisco Manuel de Melo)

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Natale

fuoco nel caminettoNon ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

(Giuseppe Ungaretti)
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Dello stesso autore:

– Malinconia

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Questa pelle è pulita

Questa pelle è pulitaQuesta pelle è pulita – Diario di uno straniero in carcere è un libro del 2004 edito da Terre di Mezzo editore. Di recente mi sto interessando alla vita in carcere per numerose ragioni, prima fra tutte quella più semplice: la curiosità. Non ci spiega nessuno come funziona la vita in un carcere come non ci spiega nessuno in cosa consistono alcuni mestieri o certe problematiche. Quando la scuola funzionava ancora bene eravamo tutti meno ignoranti in geografia e storia (antica, naturalmente), magari anche in italiano e matematica, ma l’educazione alla vita e le lezioni sul mondo mancavano e mancano a tutti. Chi sa qualcosa di più deve dire grazie al caso, o magari ad un genitore curioso e affamato di sapere. A me piacerebbe sapere molto di più, soprattutto quando si tratta di argomenti che toccano l’animo umano. Questa è stata la ragione principale per cui ho acquistato questo libricino (93 pagine). La storia è vera, ed è quella di un giovane senegalese immigrato clandestinamente in Italia e accusato ingiustamente di un brutto reato.

Il libro è diviso in quattro parti:

1. Un’introduzione alla storia che stiamo per leggere con tanto di spiegazioni sul come e il perché ciò che leggeremo è in una certa forma.

2. Il diario di M., il protagonista di questa storia, del quale non si dice mai il nome. Tale diario ci viene presentato così come è stato scritto, cioè in un italiano pieno di errori e incertezze, senza correzioni ma solo con qualche chiarimento tra parentesi dove necessario.

3. Un’intervista ad M. fatta dal personale della casa editrice (che è inoltre il datore di lavoro di M. nel momento dell’arresto)

4. Una considerazione sul carcere in Italia e sulle disuguaglianze di classe e di razza, scritta da Patrizio Gonnella, coordinatore dell’associazione Antigone (associazione politico-culturale “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”).

Nella prima parte ci viene spiegata la ragione della scelta di non riscrivere o correggere il diario di M.: far capire al lettore la sua difficoltà di esprimersi, la sua condizione di straniero in carcere. Già leggendo questa parte la perplessità è stata la mia prima sensazione, e quando sono arrivata a leggere il diario ho storto molto il naso. Trovo che in quest’epoca di indifferenza, nella quale siamo abituati a sentire e vedere di tutto, non basti il contenuto a far arrivare un messaggio. Mi viene in mente Bruciata viva, un libro che tutti dovrebbero leggere, che si discosta moltissimo per contenuti da Questa pelle è pulita, ma anche nella forma. Scritto in un modo molto efficace, è composto da pagine vive, capaci di trascinarti nel mondo di chi sta raccontando la sua storia. In Questa pelle è pulita questo non succede. Trovo che la scelta di non correggere il diario non sia stata buona, perché capace solo di mettere più distanza tra il lettore e la storia che gli viene raccontata. Non basta il contenuto, è importane saper esprimere i concetti al meglio per coinvolgere i lettori e farli avvicinare alla realtà di cui stanno leggendo.

Un’altra scelta che non ho condiviso è stata quella di non fare nomi di persone e luoghi. Si è persa così una buona occasione per fare di questo libro uno strumento davvero efficace in questa Italia fatta di segreti taciuti. Tolti questi due grossi difetti, dovrei passare ai pregi… beh, ne ho visto solo uno: l’informazione. Ora conosco questo caso, so qualcosa di più di come funziona un carcere. Altro? Niente! Non è un libro che vi consiglio.

Sono solidale con M. perché ha subito un trattamento ingiusto dall’inizio fin quasi alla fine. Dalla carcerazione alle percosse, dall’indifferenza al trattamento classista e razzista, dall’insensibilità dei carcerieri alla dignità negata. Tutto questo non dovrebbe mai succedere, a prescindere dal reato commesso. Quest’uomo era palesemente innocente, e per fortuna questo è stato riconosciuto; ma nessuno gli restituirà i cinque mesi trascorsi in carcere a subire angherie e ingiustizie.

Sto ancora cercando dei libri validi che parlino del carcere e di chi vi è rinchiuso, libri che possano informarmi, ma anche scalfire le mie perplessità, scardinare i miei preconcetti, farmi vedere certe cose da altre angolazioni. Se ne avete qualcuno da consigliarmi, non esitate: mi farete un regalo di Natale molto gradito.

Domani è la vigilia di Natale. Faccio a tutti voi tanti auguri e spero che sotto il vostro albero di Natale ci siano molti libri.  😉

Buona lettura e buone feste!

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