Schiavo d’amore

W. Somerset Maugham - Schiavo d'amore“Non riusciva a pensare a nient’altro. Dimenticò la vita attorno a lui. Doveva essere chiamato due o tre volte prima di andare a pranzo. Insensibilmente si formò in lui la più bella abitudine del mondo: l’abitudine a leggere. Non sapeva che questo gli preparava un rifugio contro ogni angoscia della vita; non sapeva neppure che stava creando per se stesso un mondo irreale che avrebbe reso il mondo reale di ogni giorno una sorgente di amaro disinganno”.

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“In effetti, le idee non avevano alcun significato per lui, ma le maneggiava come pregevoli porcellane in una sala d’aste, maneggiandole con piacere e osservandone forme e colori, attribuendo loro un valore, nella propria mente, e riponendole poi nei loro scaffali per non pensarci più.”

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“Non serve a nulla piangere sul latte versato, perché tutte le forze dell’universo era coalizzate per farlo versare.”

(W. Somerset Maugham)
(da: “Schiavo d’amore”)

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Dello stesso autore:

La diva Julia (recensione ed estratti)
Acque morte (recensione ed estratti)
Acque morte (2) (estratti)
Leggere (estratto da Honolulu)
La ricompensa dello scrittore (estratto da La luna e sei soldi)

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Acque morte

W. Somerset Maugham - Acque morteWilliam Somerset Maugham, scrittore britannico del novecento, ha scritto libri abbastanza diversi tra loro, eppure tutti di buona qualità.

In Acque morte scrive: “I critici dividono gli scrittori in quelli che hanno qualcosa da dire e non sanno come dirla, e quelli che sanno come e non hanno niente da dire”, e spesso è vero, ma non vale per lui.

In La diva Julia, fa un ritratto efficace di un’attrice di teatro frivola e senza sostanza. Ne coglie la psicologia e ne tratteggia i modi rendendo evidenti le proprie capacità di scrittore, ma anche le ottime capacità di osservatore.

Maugham è uno scrittore che ha viaggiato e vissuto molto. Ebbe relazioni con uomini e con donne, studiò filosofia, tedesco, letteratura; lavorò in uno studio contabile, studiò per diventare medico, scrisse opere teatrali e romanzi; visse in Spagna, a Londra, a Capri, sulla Costa Azzurra; fu un agente dei servizi segreti britannici, lavorò ad Hollywood come sceneggiatore; insomma, in una parola: visse.

La sua vita piena e la sua capacità di osservare il mondo e l’umanità diedero vita a libri come Schiavo d’amore, considerato il suo capolavoro, e La luna e sei soldi (basato sulla vita di Paul Gaugin), ma anche a questo piccolo gioiello della letteratura: Acque morte.

Ciò che balza all’occhio nei libri di Maugham è, oltre la sua capacità di narratore, la grande conoscenza dell’animo umano. Ha vissuto, ma ha anche osservato con piglio critico ciò che lo circondava. Pare che nel 1917, proprio le sue caratteristiche caratteriali abbiano spinto William Wiseman, capo del Secret Intelligence Service britannico, ad assumerlo come agente segreto. Grande osservatore, aveva anche la capacità di giudicare con distacco e di non farsi ingannare dalle apparenze. Tutto questo si nota nei suoi libri, che sono sempre realistici, efficacemente incentrati sulla psicologia dei personaggi, uomini e donne che potrebbero essere usciti a pié pari dalla realtà.

L’ironia di Maugham, famosa insieme al freddo pessimismo e ad una certa dose di cinismo, è evidentissima in Acque morte, nel quale il protagonista, il dottor Saunders, è un uomo felice, capace di bastare a se stesso e divertito dall’osservazione, ricca di cinismo, delle persone che lo circondano. Come Maugham stesso, il dottor Saunders non giudica i vizi altrui, è calmo ed indulgente, e ha capito qualcosa che è essenziale per il raggiungimento della felicità:

“La cosa più preziosa che ho imparato dalla vita è di non rimpiangere niente. La vita è breve, la natura ostile, e l’uomo assurdo; ma, stranamente, le sventure hanno per lo più i loro compensi e con un certo umorismo e una buona dose di senso comune possiamo cavarcela discretamente in questa faccenda del vivere, che dopotutto ha ben poca importanza”.

Il dottor Saunders, radiato dall’albo per non si sa quale ragione, è a suo agio solo nella futilità. Si concede qualche vizio controllato, come quello di fumare sempre la stessa, moderata quantità di oppio, la sera, insieme al suo servitore, di cui ammira pacificamente la bellezza. Una storia d’amore si intreccia con i suoi giorni, ed egli assiste, contrapponendo i propri saggi e distaccati discorsi a quelli del giovane coinvolto.

“Forse era un cinico, e poco lo turbavano molte delle sventure che affliggono gli uomini; ma per la gioventù aveva un debole. Forse perché prometteva tanto, ed era così breve; e gli sembrava che nell’amarezza che essa prova quando la realtà infrange le sue illusioni ci fosse qualcosa di più patetico che in molti più gravi malanni”.

E osserva quelli che lo circondano, divertendosi a cercare di capire, di cogliere l’anima di ognuno:

“…in quel momento sentì che nel ragazzo c’era qualcosa che non aveva sospettato. Forse c’era qui l’inizio confuso, a tentoni, di un’anima. Questo pensiero lo divertì, e gli diede quel fremito di sorpresa che si prova quando ciò che pareva un virgulto su un ramo apre d’improvviso le ali e vola via”.

Si diverte, il dottor Saunders, e la ragione di questo divertimento è subito chiara:

“Il divario tra quel che un uomo professa e quello che fa è uno degli spettacoli più divertenti offerti dalla vita”.

Allora correte a leggere; Maugham vi aspetta, cercate di non farlo attendere troppo.

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Dello stesso autore:

Acque morte (2) (estratti)
La diva Julia (recensione ed estratti)
Schiavo d’amore (estratti)
Leggere (estratto da Honolulu)
La ricompensa dello scrittore (estratto da La luna e sei soldi)

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“Apri gli occhi” secondo i lettori (8)

Apri gli occhi“Due scrittori che mi stanno molto a cuore, Ray Bradbury e Stephen King, scrissero due frasi che mi vengono in mente adesso, mentre con grande piacere scrivo due parole sul secondo lavoro di Chiara Vitetta.
Bradbury disse che per tutta la vita ha sofferto l’etichetta di “scrittore di fantascianze” affibbiatogli dalla stampa, perchè gli scrittori di fantascienza venivano accolti con poca attenzione dal grande pubblico, erano destinati a mercati di nicchia e di conseguenza a fare la fame, vendendo poche copie malgrado l’indiscutibile talento.
Stephen King è sempre presentato come uno “scrittore di horror” e, sebbene lui non dia molta importanza a quello che dicono di lui i giornali, conscio che l’unico giudizio che gli importa è quello dei suoi fedeli lettori, non nasconde un certo malumore quando uno dei suoi libri viene presentato dalla stampa come l’ennesimo horror del re del brivido. E magari è una storia d’amore o comunque assolutamente non horror.
Chiara Vitetta riesce a scrollarsi di dosso tutte le etichette possibili ed immaginabili con soli due libri.
In “l’oblio della ragione” l’avevamo vista spaziare fra il noir e l’horror, mostrando un sadico cinismo che incide con forza emozioni che trapelano dalle pagine, adesso ci troviamo spiazzati da questo nuovo lavoro, “apri gli occhi”, che per certi versi si contrappone totalmente al primo lavoro, per altri invece ne condivide pienamente alcuni meccanismi.
Quando parlo della contrapposizione mi riferisco al genere, che definirei “rosa-suburbano”, una storia d’amore fra cittadini di importanza minore, quelli che la parte bene della città non vede, o se li vede non li gradisce.
I meccanismi in comune col primo lavoro riguardano innanzitutto la costruzione psicologica dei protagonisti, in secondo luogo il ritmo serrato utilizzato per la scrittura, sempre molto sintetica, tendente alla parola in meno piuttosto che alla parola in più, ovvero in netto contrasto con la tendenza del mercato che sforna continuamente mattoni di centinaia di pagine.
Non ci si può smarrire in un libro della Vitetta, non c’è mai un accenno di verbosità eccessiva, la costruzione psicologica dei personaggi è impossibile da dimenticare anche per le persone che hanno ritmi lenti di lettura o poco tempo a disposizione per questo hobby.
La Vitetta con questo libro si presenta come una cantastorie alternativa, che ai grandi gesti di altri autori preferisce una bottiglia di vodka per riscaldare il corpo, ai grandi viaggi romantici preferisce viaggi psicologici nel descrivere altre forme d’arte: oltre alla scrittura in questo libro c’è anche cinema, pittura. Arte nell’arte.
L’ambientazione è tetra, squallida, fredda. Eppure può esserci gioia, felicità, calore. Come quello di un cuore solo e rassegnato che ritrova la voglia di battere con forza. Questo romanzo è pura malinconia e voglia di vivere”.

(Fabrizio Santuccio)

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– Leggi il parere di Fabrizio su L’oblio della ragione (Edizioni del Poggio)

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Un calcio in bocca fa miracoli

Marco Presta - Un calcio in bocca fa miracoli“Una delle grandi tragedie della nostra epoca consiste nel fatto che tutti sono convinti di avere un’opinione. Qualunque babbeo ti trovi di fronte si sente in dovere di dire la sua sull’economia mondiale, sul Medioriente, sull’ultima scoperta scientifica. Ci vorrebbero delle sanzioni economiche: sei un imbecille, parli del crollo delle Borse, trecento euro di multa. Invece niente. Per questo la televisione è piena di calciatori che commentano la Divina Commedia e di mignotte che si battono per la salvaguardia della natura (tranne quella che hanno tra le gambe, naturalmente)”.

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“Il silenzio è la cosa più straordinaria che esista in natura, lo si può interpretare in chiave filosofica e artistica ma alla fine è costituito semplicemente dall’assenza di rompicoglioni nelle vicinanze”.

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“Le persone che guidano con l’avambraccio fuori dal finestrino. Cosa mi vuoi dimostrare con la fuoriuscita di quell’arto, che sei padrone della situazione? Che ti dobbiamo lasciar perdere, perché ne hai poche e spicce? Ho immaginato varie volte di vedere una di quelle braccia tranciate da un camion lanciato in direzione contraria, così, senza cattiveria, per semplice curiosità, diciamo”.

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“E inutile, non si riesce mai a deludere abbastanza gli altri. Nonostante tutto quello che un povero diavolo può inventarsi per far capire al prossimo di non contare su di lui, ci sarà sempre qualcuno che gli darà fiducia, porcaccia la miseria”.

(Marco Presta)
(da: “Un calcio in bocca fa miracoli”)

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Dallo stesso libro:

Meritocrazia

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Tre fiammiferi

fiammiferoTre fiammiferi accesi
uno per uno nella notte
il primo per vederti tutto il viso
il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
mentre ti stringo tra le braccia

(Jacques Prévert)

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Dello stesso autore:

I ragazzi che si amano
La disperazione è seduta su una panchina
Canzone del sangue
Ospedale silenzio

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Meritocrazia

Marco Presta - Un calcio in bocca fa miracoli“- … non lo so, io credo di essere un uomo aperto, moderno… anche se non sono più un ragazzo…
Se aggiunge «ma dentro mi sento vent’anni» gli dò un cazzotto in bocca. È una delle frasi più insulse che un anziano possa pronunciare. Se a quell’età sei ancora banale e indolente come un ventenne, vuol dire che non t’è servito a niente campare, invecchiare, veder cambiare le cose intorno a te.
– … ecco, il voto, sinceramente, è proprio una cosa che andrebbe abolita… oggi come oggi, a che serve?
– A evitare che un cretino qualunque, un somaro, si diplomi, poi si laurei e infine diventi il cardiochirurgo che un bel giorno ti opererà a cuore aperto, mandandoti al creatore… ecco a cosa serve.
Non ho resistito, mi sono insinuato come un’infiltrazione di muffa nel loro discorso.
– … e che vuol dire ? – balbetta il barista, che non si aspettava un attacco dall’androne del palazzo, come la Francia non se lo aspettava dalle Ardenne. – Il voto mica sempre riconosce il vero valore… e poi gli insegnanti vanno a simpatia… Einstein andava male in matematica, per dire…
Questa l’ho sentita dire un milione di volte. Il giovane Einstein una volta avrà studiato poco per uscire con una ragazza e questo stupido episodio è diventato un alibi per milioni di zucconi in tutto il mondo. In Italia invece, a differenza della Germania ai tempi del giovane Einstein, siamo pieni di geni compresi.
– Per mandare a casa le mezze calzette che trovi in ogni posizione chiave del Paese, serve un sistema basato sulla meritocrazia. Per riconoscere il merito, è necessario un sistema di valutazione. Lo vogliamo chiamare voto, chiamiamolo voto, ma se preferisci Antonietta, chiamiamolo Antonietta. Ci vuole un’Antonietta per stabilire se quello studente, che domani farà parte della classe dirigente, si sta preparando seriamente o se pensa soltanto a trascinare sul sedile posteriore della macchina qualche sgallettata.
– Mi sembra che tu non abbia una grande considerazione dei giovani, – dice l’uomo che ha basato sulla pedagogia tutti i suoi caffè macchiati, – scusami se te lo dico, ma… il tuo modo di pensare mi pare un po’ reazionario…
– Sentimi bene, piccolo Lenin… il voto è la cosa più di sinistra che si possa immaginare… in un sistema onesto, dove le regole del gioco sono rispettate, un buon voto è il solo modo che il figlio dell’operaio ha di scavalcare il figlio del padrone.
– Tanto alla fine il figlio del padrone, anche se è una testa di minchia (il barista sta uscendo al naturale), il posto di lavoro importante se lo becca lui!
– E sai perché? Perché ci hanno convinto che il cinque e l’otto sono la stessa cosa e non bisogna farci caso… che non esistono bei film e film di merda, ma è solo una questione di gusti… che non è poi necessario avere una bella canzone per partecipare al festival, basta essere un personaggio interessante… niente regole… ed è cosi che il figlio del padrone, per continuare con questo linguaggio da osteria di Reggio Emilia negli anni Cinquanta, al figlio dell’operaio glielo metterà sempre in culo, perché in fatto di appoggi e conoscenze non lo frega nessuno… Io invece penso che se sei una testa di legno, pure se papà è un pezzo grosso, non devi fare né il ministro né l’imprenditore, per il bene di tutti… è meglio che fai l’idraulico… o magari il barista”.

(Marco Presta)
(da: “Un calcio in bocca fa miracoli”)

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Dallo stesso libro:

Un calcio in bocca fa miracoli

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Canzone del sangue

Jacques PrévertCi sono grandi chiazze di sangue sul mondo
dove va mai tutto quel sangue sparso
forse è la terra a berlo a sbronzarsene?
strana sbronza davvero
così quieta… monotona…
No, la terra non si sbronza
la terra non va di sgimbescio
spinge innanzi regolarmente le sue quattro stagioni
la pioggia… la neve…
la grandine… il bel tempo…
sbronza non lo è mai
al più si permette ogni tanto
un vulcanuccio da niente
Gira la terra
gira con gli alberi… le case… i giardini…
con le sue grandi chiazze di sangue
e ogni cosa viva gira con lei e sanguina…
Se ne fotte
la terra
gira e ogni cosa viva incomincia ad urlare
le se ne fotte
e gira
non la smette mai di girare
e il sangue non la smette di colare…
Dove mai se ne va tutto quel sangue sparso
il sangue dei delitti… il sangue delle guerre…
il sangue della miseria…
e il sangue degli uomini seviziati in prigione…
il sangue dei bambini seviziati tranquillamente da papà e mammà
e il sangue degli uomini dalla testa che sanguina
nelle celle per i pazzi furiosi…
il sangue dei conciatetti
quando il conciatetti scivola e cade dal tetto
E il sangue che arriva e cola a fiotti
col nuovo nato… col nato nuovo…
e la madre che grida… il bimbo che piange…
il sangue cola… la terra gira
la terra non la smette di girare
il sangue non la smette di colare
Dove mai se ne va tutto quel sangue sparso
il sangue dei manganellati… degli umiliati…
dei suicidi… dei fucilati… dei condannati…
e il sangue di quelli che muoiono così… un incidente
Per strada passa un uomo vivo
con dentro tutto il suo sangue
a un tratto eccolo lì morto tutto il suo sangue è fuori
e gli altri vivi fanno sparire il sangue
e portano via il corpo
ma il sangue è cocciuto
a là dov’era il morto
molto più tardi tutto nero
un po’ di sangue se ne sta lì sparso…
sangue coagulato
ruggine della vita ruggine dei corpi
sangue cagliato come il latte
come il latte quando volge all’acido
quando si volge come la terra
col suo latte… con le sue vacche…
con i suoi vivi… con i suoi morti…
la terra che gira coi suoi alberi… coi vivi… con le case…
la terra che gira coi suoi sposalizi…
con i funerali…
con le sue conchiglie…
con i reggimenti…
le terra che gira e che gira
coi suoi grandi rigagnoli di sangue.

(Jacques Prévert)

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Dello stesso autore:

Ospedale silenzio
La disperazione è seduta su una panchina
I ragazzi che si amano
Tre fiammiferi

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La bellezza

Fedor Dostoevskij - I demoni“E io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno al disopra dell’affrancamento dei contadini, al disopra del nazionalismo, al disopra del socialismo, al disopra della giovane generazione, al disopra della chimica, al disopra di quasi tutto il genere umano, perché sono già il frutto, il vero frutto di tutto il genere umano, e forse il frutto più sublime che mai si possa avere! Sono una forma di bellezza già raggiunta, senza la quale io, forse, non accetterei neanche di vivere… Oh Signore! – e batté le mani in aria – dieci anni fa a Pietroburgo, gridavo da un palco proprio allo stesso modo, proprio le stesse cose con le stesse parole e proprio allo stesso modo quelli non capivano nulla, ridevano e zittivano come ora; gente limitata, che cosa vi manca per poter capire? Ma lo sapete, lo sapete che senza gli inglesi l’umanità può ancora vivere, senza la Germania può vivere, senza i russi può vivere anche troppo bene, senza la scienza può vivere, senza pane può vivere, ma senza la bellezza no, perché allora non avrà assolutamente nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non si reggerà neanche un minuto senza la bellezza, lo sapete, questo, voi che ridete? Si convertirà in trivialità, non inventerete nemmeno un chiodo!”.

(Fedor Dostoevskij)
(da: “I demoni”)

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Dello stesso autore:

L’idiota (recensione)

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Seguendo Chaplin

robert-florey“Spesso la sera, intorno alle undici, quando vado da Henry, il ristorante degli attori a Hollywood diretto dall’ottimo Henry Bergman (che avrete visto in tutti i film di Chaplin), ho l’occasione di incontrare, mentre passeggia da solo o talvolta in compagnia del devoto assistente Harry Crocker, il popolare Charlot, il grande Charles Spencer Chaplin, irriconoscibile sotto il grande informe cappello di feltro. Per proteggersi contro la nebbia della sera – le notti possono essere pericolose in California – si avvolge in un immenso cappotto grigio, i suoi pantaloni, piuttosto larghi, secondo la moda corrente, ne nascondono i piedi minuscoli, calzati negli stivaletti abbottonati con le ghette beige. E così accadde che una notte dello scorso dicembre, uscendo dall’Egyptian di Grauman, mentre percorrevo il breve tragitto che separa il teatro dal nostro ristorante preferito, riconobbi, pochi passi davanti a me, la familiare figuretta di Charlot. Istintivamente rallentai il passo, non posso esprimere la malinconia che mi assalì quando mi resi conto della completa solitudine in cui vive l’uomo più popolare del mondo. Camminava lentamente, rasente le vetrine poco o male illuminate; la nebbia era fitta, e Charlie, le mani nelle tasche, e un regolare, impercettibile movimento del gomito, avanzava senza eco di passi sul selciato; il bavero rialzato, leggero nel grande cappotto, si sarebbe potuto scambiare per un bambino vestito con gli abiti del padre. Quest’uomo, il cui capolavori cinematografici erano apparsi quella notte stessa sugli schermi di tutto il mondo, quest’uomo che quella notte aveva fatto ridere la gente di tutti i continenti, era lì che camminava davanti a me nella nebbia. C’era qualcosa di infinitamente triste nello spettacolo di Charlot, solo nella notte. Un uomo che avrebbe potuto essere conteso dai salotti più eleganti del mondo, camminava silenzioso, solo nell’ombra, le mani in tasca e la falda del cappello abbassata sugli occhi. È vero che la vita degli artisti a Hollywood, soprattutto la sera, quando la giornata lavorativa è finita, non può essere paragonata alla vita di Parigi e di Londra, ma vedere Charlie Chaplin, tutto solo sul boulevard, come una piccola comparsa qualsiasi senza lavoro o un posto dove vivere, mi ha dato una stretta al cuore. All’angolo di Cherokee Street lo attendeva qualcosa di importante, di importante almeno per Charlot… incontrò infatti un cane, un grasso comunissimo bastardo, accucciato in attesa di chissà che. E Charlie si fermò di botto: aveva trovato qualcuno con cui parlare. Cominciò a fare delle domande alla bestia, che probabilmente riconobbe in lui un amico, perché gli porse la zampa. Non potevo udire le parole di Charlie, ma quando ci incontrammo si rivolse a me: «Va da Henry? Andiamo insieme». Due minuti dopo eravamo arrivati al ristorante, ma invece di entrare dalla porta principale sullo Hollywood boulevard, l’attore entrò dalla cucina, perché aveva un ospite con sé: il grasso cane che lo aveva seguito. Charlie ordinò per il suo amico un ricco pranzo al cuoco filippino, e il cane gli porse una volta ancora la zampa. Mentre lasciavamo la cucina ed entravamo nella sala del ristorante Charlie disse: «Quel cane mi conosce, mi aspetta spesso all’angolo di Cherokee, e ho capito che anche questa sera non aveva mangiato… così, vedi, non mi è rimasto altro da fare che invitarlo!». E quel dolce piccolo uomo dal grande cuore si mise a parlare di altre cose”.

(Robert Florey)

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Caccia all’editore – Fase 5

images2-4Eccoci giunti alla Fase 5: la scelta degli editori da contattare
Anche questa volta i miei consigli saranno diversi in base al caso. Ecco i due casi di cui parleremo:

Caso 1: Non avete mai pubblicato

Caso 2: Avete già pubblicato

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Caso 1: Non avete mai pubblicato

Per cominciare, cito ancora una volta il Rifugio degli esordienti:

“Adesso che tutto è pronto, non ci resta che decidere chi contattare e in che modo. Diciamo subito, che è buona norma non trascurare nessuna possibilità: l’unico editore che decidete di non contattare potrebbe essere proprio quello che vi avrebbe pubblicato! Per intenderci, un’azione seria coinvolgerà diverse centinaia di editori!”

Sono perfettamente d’accordo.

“…eliminate quelli che SICURAMENTE non pubblicheranno il vostro libro, e cioè quelli che non valutano inediti, quelli che si occupano di settori letterari estremamente particolari e diversi dal vostro genere, quelli che pubblicano solo riviste o guide turistiche etc. Ne rimarranno molti altri, ma vi assicuriamo che non sono mai abbastanza: ognuno è una possibilità in più! Come i biglietti della lotteria, più ce ne sono più aumentano le probabilità di successo!”

Anche su questo sono d’accordo. Il problema è, naturalmente, come escludere gli editori che non vi interessano, dato che si tratta di centinaia di nomi e che, ovviamente, non potete informarvi approfonditamente su ognuno di loro.

Il Rifugio mette a disposizione un elenco di circa 500 editori, all’interno del quale potete cercare secondo vari criteri, riducendo il numero in modo considerevole. Il problema è che, secondo le mie conoscenze, quell’elenco non viene aggiornato da anni, quindi rischia di farvi perdere tempo.

Che fare, allora? 

Ecco i miei suggerimenti:

Contattate i piccoli editori di questa lista:

http://www.writersdream.org/forum/index.php?app=forums&module=extras&section=topicslist&f=16

Si tratta di una lista di editori senza contributo, ma dato che non si sa mai, tenete presente ciò che vi ho consigliato a proposito della lettera di presentazione e specificate sempre che non siete disposti a pagare per pubblicare.

Dato che la lista in questione contiene anche nomi come Fazi ed Einaudi, il mio consiglio è di ridurla un po’, prendendo in considerazione solo i piccoli editori. Questo perché, come vi dicevo in uno dei precedenti post, contattare i medi editori costa (a causa dell’invio cartaceo del materiale) e difficilmente questi professionisti danno retta a chi non ha mai pubblicato. Almeno, questa è la mia personale esperienza. 

Tolti i nomi noti, potete usare la lista e contattare in blocco tutti gli altri. Preferite, come vi ho suggerito in precedenza, il contatto via email. A chi volesse saperne di più, consiglio la lettura della Fase 4: La lettera di presentazione.

So che molti preferiscono spulciare i siti degli editori e selezionarne 10-20 da contattare, ma io non sono di questo avviso.
Innanzitutto è difficile che molti rispondano, quindi dovete “sparare nel mucchio”; poi anche gli insospettabili (compresi alcuni nomi presenti nella lista che vi ho suggerito poco fa) spesso propongono contratti a pagamento che, mi auguro per voi, rifiuterete a priori. (Probabilmente riuscirete a sottrarvi a molte di queste proposte specificando nella lettera di presentazione di non essere disposti a pagare). Altri vi proporranno strambi contratti (che prossimamente vi insegnerò come valutare) che, mi auguro anche stavolta, rifiuterete. Infine, molti altri risponderanno dopo interminabili mesi, anche anni a volte, il che si rivela spesso inutile, praticamente come se non avessero risposto affatto.

In alcuni casi potrebbe semplificarvi la vita questa lista:

http://www.writersdream.org/editori-di-genere-2/

nella quale troverete gli editori divisi in base al genere che pubblicano.

C’è anche da considerare, e non è cosa da poco, l’aspetto “tempo” di un eventuale studio approfondito delle singole case editrici: se foste ricchi e/o aveste tempo a volontà, probabilmente non vi servirebbero questi consigli, no? Invece avete un lavoro (che non è scrivere, mi pare ovvio), magari una famiglia, di sicuro degli amici, qualche hobby… una vita, insomma! Dovete trovare il tempo per scrivere, probabilmente, figuriamoci pensare di trovare anche una considerevole quantità di ore da dedicare alla visione di centinaia di siti internet di editori! Si tratterebbe di un lavoro immane e sarebbe comunque difficile capire, dai soli siti, il tipo di editore. Soprattutto è difficilissimo capire se si tratti di un editore a pagamento oppure no.

Per concludere questo discorso, vi invito a non farvi scrupoli contattando simultaneamente più editori, a volte anche non sapendo quasi chi siano. I tempi di lettura sono lunghissimi: sei mesi, nove mesi, un anno… se doveste contattare un editore alla volta, pubblichereste (forse) a novant’anni.

Rispondono molto in fretta (giorni o settimane dall’invio) solo gli editori che non leggono ciò che ricevono. Fanno presto a proporre contratti con richieste di contributo! Questo dimostra ciò che ho sempre sostenuto: la maggior parte degli editori a pagamento non legge il materiale e propone la pubblicazione solo per far soldi, senza badare affatto all’eventuale valore dell’opera. D’altra parte, se gli interessasse l’opera più del denaro, tenderebbe a far soldi onestamente, investendo e guadagnando attraverso un lavoro onesto, rispettando l’opera d’ingegno che gli è stata proposta.

Potete anche tentare di scovare in rete altre liste, anche solo scrivendo “lista di editori senza contributo”. Ne troverete tante, più o meno valide. Le due che vi ho consigliato mi sembrano le migliori, comunque.

Caso 2: Avete già pubblicato

Nel caso 2 è tutto più semplice, grazie al cielo. Non che questo renda più facile riuscire, ma perlomeno facilita la creazione di una lista di editori da contattare.

Come abbiamo già detto, gli editori medi e grandi preferiscono l’invio cartaceo delle opere. Dati i costi vi consiglio di formare una lista di 10-15 nomi, non di più.
Vi verranno in mente Mondadori, Feltrinelli e affini, ma non siate precipitosi. Tenete conto che i colossi (Mondadori lo è di certo, Feltrinelli meno, tutti gli altri si distanziano notevolmente da entrambe) hanno canali diversi, attraverso cui reperire le opere. Non ho mai capito se tali canali consistessero in fidati agenti letterari (anche di questa figura parleremo in futuro) che selezionano le opere per conto proprio, raccomandazioni che aprono porte chiuse a tripla mandata, o nomi noti che con una telefonata scavalcano chiunque e annullano ogni iter. Non chiedetemi cosa penso, perché onestamente ho rinunciato a capire, per ora.

Lasciate stare Mondadori e, se proprio volete sapere cosa farei (e ho fatto) io, lasciate stare anche editori sui cui siti potete leggere frasi del genere: “Non si valutano manoscritti non espressamente richiesti”.
Ad una prima lettura, viene spontaneo chiedersi: richiesti da chi a chi; e come? Come puoi richiedermi qualcosa che non ti ho mai proposto?
Alcuni dicono che il senso della frase sia: “Mandaci prima la sinossi o un estratto e, semmai, ti contatteremo noi per avere il resto”. La cosa non mi convince affatto. Se così fosse, e se davvero l’editore fosse disposto a valutare materiale di scrittori poco conosciuti o del tutto ignoti, allora scriverebbe sotto la voce Manoscritti: “Inviare la sinossi e un estratto di tot pagine dell’opera, insieme ai propri dati e un breve curriculum. Non si accettano in lettura opere complete che non siano state espressamente richieste”. Ecco, questo avrebbe senso. Ma comunque, anche qui, non so bene cosa pensare…

Torniamo alla lista.
Prendete in considerazione editori medi come Fazi, Fandango e Piemme. Spulciate la vostra libreria di casa; di sicuro vi verranno molte idee. Consiglio anche di tenere in considerazione editori come Guanda e Intermezzi che, a quanto sembra, hanno particolare interesse nello scoprire scrittori nuovi.
Raccogliete un po’ di nomi e poi visitate i loro siti. Con una ventina di editori, la cosa è più che fattibile, credetemi.
Probabilmente vedrete che alcuni non sono adatti al genere di libro che avete scritto, allora scartateli. Cercate di capire dalle loro pubblicazioni se la vostra opera sarebbe adatta. Se siete in dubbio, contattateli.
Approfittate di questo tour dei siti per trovare in ognuno la voce Manoscritti o Invio Manoscritti, insomma raccogliete informazioni su come ogni editore preferisce essere contattato. Alcuni danno istruzioni dettagliate, altri si limitano a poche righe, ma difficilmente non riuscirete a capire la modalità preferita.
Segnatevi gli indirizzi e prendete nota di tutto. Forse avete un budget per la stampa e la spedizione, specie se il vostro libro è molto lungo, quindi è possibile che dobbiate ridurre il numero di editori a cui inviarlo. Se così fosse, scegliete gli editori che vi sembrano più in sintonia con il vostro lavoro.
Sto dando per scontato che nove editori su dieci (tra i medi) non accettino l’invio digitale, per cui, per risparmiare ulteriormente vi do un altro consiglio: badate alla città in cui l’editore ha la propria sede. Se avete fortuna e vivete a Roma o Milano, molte spedizione potrete evitarle. Fate qualche telefonata e chiedete agli editori della vostra città se è possibile consegnare un manoscritto di persona. In genere dicono sì senza alcuna difficoltà.

Bene, avete la vostra lista, ora non resta che usarla! Il materiale è pronto, c’è solo da stamparlo.
Contate gli editori che vogliono il materiale cartaceo stampate una copia di più. A meno di particolari situazioni, conviene fotocopiare il libro, anziché stamparne ogni volta una nuova copia.
Stampate il manoscritto su normali fogli A4, fotocopiate il numero di copie che vi serve e fatele rilegare da una tipografia o una cartoleria. Va bene una normale ed economica rilegatura ad anelli.
Tutto pronto? Imbustate, scrivete gli indirizzi e inviate! Fatto? Allora non mi resta che augurarvi buona fortuna!

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Leggi gli altri post della Caccia all’editore:

Fase 1: Il manoscritto
Fase 2: La sinossi
Fase 3: Il curriculum
Fase 4: La lettera di presentazione
Caccia all’editore – Un anno dopo
Caccia all’editore – L’insostituibile ruolo dell’editore

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