Fight Club

Chuck Palahniuk - Fight clubChuck Palahniuk ha uno stile davvero particolare. In questo romanzo il linguaggio è reso ipnotico da alcune frasi ripetute come un mantra per portare l’attenzione del lettore su precisi concetti.

Fight Club, il suo libro d’esordio, è un crescendo di stranezze e tiene il lettore attaccato alle pagine. Il mistero, la voglia di scoprire cosa stia accadendo al protagonista, ma soprattutto il desiderio di capire il perché di ciò che accade, porta a divorare le pagine per giungere ad un finale inaspettato e non per tutti soddisfacente. Dal mio canto, non sono certa di aver colto tutti i messaggi né i numerosi sottintesi che facevano capolino tra le righe.

Leggendo alcuni passaggi ho pensato che questo scrittore avesse qualcosa da comunicare, il che non è molto frequente, purtroppo. Molti libri sono vuoti di senso, carabattole usa e getta, ammassi di fogli contenenti storie create a tavolino in onore della moda del momento. Di certo buoni per gonfiare le tasche di editori poco inclini alla diffusione della cultura, questi libri affollano le librerie, le biblioteche, nonché le case di molti di noi. Per fortuna, in mezzo al marasma che ci circonda, di tanto in tanto spuntano scrittori che valicano le mode, ignorano i dati di vendita e se ne infischiano di cosa il mercato voglia.

Fight Club mi è piaciuto, ma non ve lo consiglio per questo. Ve lo consiglio perché fa parte di una letteratura sì moderna, forse nichilista (così dicono), ma certamente pregna di significato.

Il protagonista della storia ha un’età imprecisata, ma capiamo che è giovane. Ha un lavoro come tanti e una casa come tante. I suoi mobili dell’Ikea li ha scelti uno ad uno e ogni oggetto che tiene in casa è figlio di una scelta oculata, ma tutto questo non fa che farlo sentire piccolo, adagiato in una vita borghese priva di emozioni e capace solo di renderlo una ruota nell’ingranaggio mondo.
Poi, un giorno, un amico inventa uno strano club, il Fight Club

Prima regola del Fight Club: non si parla del Fight Club.

Seconda regola del fight Club: non si parla del Fight Club.

Le altre regole hanno decisamente meno importanza rispetto alle prime due, ma ci sono.

E così, una volta alla settimana, il protagonista di questa storia va nel posto designato per ingaggiare uno scontro fisico. È boxe, ma non è boxe. Ci si picchia, al Fight Club, ma non per dimostrarsi forti. Non si combatte per soldi, al Fight Club, né per gloria. Al Fight Club si combatte per sentirsi vivi, per spingersi oltre, per avere coscienza di sé e dei propri limiti e per arrivare in fondo, sempre più in fondo. E per che cosa combatte, il protagonista di questa storia? Per raggiungere il fondo ma anche per distruggere idealmente tutto ciò che non può avere. Una sorta di protesta, di urlo disperato lanciato contro la realtà.

“Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell’Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l’ozono. Aprire le valvole nei serbatoi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avrei mai visto.
Volevo che il mondo intero toccasse il fondo”.

E arriva un momento, nella vita di quest’uomo, in cui neppure il Fight Club è abbastanza. Nasce così il Progetto Caos. Andare contro le regole, creare fastidi, disinformazione, problemi. Perché? Per stravolgere il mondo, per riportare coscienza, per stabilire un nuovo ordine nelle cose. E per il Progetto Caos servono uomini, serve un esercito, insomma.

“«Vedo gli uomini più forti e intelligenti che siano mai vissuti» dice e la sua faccia si staglia sulle stelle nel finestrino, «e questi uomini sono alle pompe di benzina e a servire ai tavoli.»
La curva della sua fronte, l’arcata sopraccigliare, la linea del suo naso, le sue ciglia e le virgole dei suoi occhi, il plastico profilo della sua bocca parlante, tutto questo è delineato in nero contro le stelle.
«Se potessimo mettere questi uomini nei campi di addestramento e finire di educarli.
«Una pistola non fa altro che focalizzare un’esplosione in una sola direzione.
«Avresti una classe di uomini e donne giovani e forti, tutta gente desiderosa di dare la vita per qualcosa. La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno.
«Noi non abbiamo una grande guerra nella nostra generazione, o una grande depressione, e invece sì, abbiamo una grande guerra nello spirito. Abbiamo una grande rivoluzione contro la cultura. La grande depressione è quella delle nostre vite. Abbiamo una depressione spirituale.
«Dobbiamo mostrare la libertà a questi uomini e a queste donne rendendoli schiavi e mostrare loro il coraggio spaventandoli»”.

Il Progetto Caos, insomma, è un passo verso una rivoluzione culturale che questi uomini desiderano con tutti se stessi. Sono pronti a fare molto, per raggiungere lo scopo, e credono fino in fondo nella necessità di riequilibrare il mondo.

“«Napoleone si vantava di poter addestrare uomini a sacrificare la vita per un nastrino.
«Pensa a quando proclamiamo uno sciopero e tutti si rifiutano di lavorare fino a quando non abbiamo distribuito le ricchezze del mondo»”.

Utopia? Probabile. Quello che traspare dalle pagine di Fight Club è il malessere, il malcontento, la rabbia e l’inadeguatezza di una generazione disillusa. Qualcuno definisce questo romanzo nichilista, ma non io. Quando una persona si ribella per cambiare le cose, ha uno scopo. Uno scopo è già di per sé un senso.

___________________________________________

Dello stesso autore:

– I sacrifici umani (estratto da Figth club)

Posted in Estratti e citazioni, Recensioni di Libri | Tagged , , , , | Leave a comment

La prova di un’esistenza

John Steinbeck - Al Dio sconosciuto“Rientrò in casa, accese le lampade e fece fuoco nella stufa. L’orologio caricato da Elisabeth batteva sempre, conservando nella propria molla la pressione della mano di lei, e i calzini di lana che ella aveva appeso ad asciugare sul parafuoco erano ancora umidi. Queste erano parti vitali di Elisabeth e non erano ancora morte. Joseph si fissò, lento, in questa riflessione. La vita non può essere rapidamente recisa. Uno non può essere morto finché non siano morti gli oggetti da lui mutati. Gli effetti che si sono prodotti sono la prova di un’esistenza. Ma se rimane alcunché, anche solo una dolente memoria, una persona non può essere soppressa. E pensava: ‘La morte è un lungo e lento processo per un essere mortale. Noi uccidiamo una vacca ed essa è morta non appena ne abbiamo mangiato la carne, ma la vita di un uomo è come il commuoversi di uno stagno tranquillo, a piccole onde, che si allargano prima di placarsi nell’ultimo riposo’. Si appoggiò alla seggiola e abbassò lo stoppino della lampada finché non ne uscì che una piccola luce azzurra. Restò così, rilassato, cercando di radunare ancora i suoi pensieri, ma questi si erano sparsi in cento direzioni e la sua attenzione si era ormai perduta. E il suo pensiero seguitò in sfumature, in correnti di movimento, in colori, con un ritmo lento e faticoso”.

(John Steinbeck)
(da: “Al Dio sconosciuto”)

__________________________________________

Dello stesso autore:

Furore (recensione ed estratti)
La luna è tramontata (recensione ed estratti)
L’ebbrezza dei venti (estratto da: “La Santa Rossa”)
L’insoddisfazione (estratto da “Quel fantastico giovedì”)

Posted in Estratti e citazioni | Tagged , , , , , , , , , , | Leave a comment

L’ombra dell’anima mia

garcialorcaL’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra dell’anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.

(L’ombra dell’anima mia!)

Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.

L’ombra dell’anima mia!

E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.

Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?

(Federico Gracia Lorca)

____________________________________

Dello stesso autore:

Lamento
Elegia del silenzio
Canzone d’autunno
Indovinello della chitarra
Se le mie mani potessero sfogliare

Posted in Poesie | Tagged , , , , , , | Leave a comment

I giusti

Jorge Luis BorgesUn uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Jorge Luis Borges)

___________________________

Dello stesso autore:

Istanti
A un gatto
Gli scacchi

Posted in Poesie | Tagged , , , , , | Leave a comment

La casa impazzita

Richard Matheson - I migliori racconti“Il tempo gli sembrava un groviglio informe di tentativi falliti, di notti trascorse nell’angoscia; di un segreto, una risposta o una rivelazione che gli venivano perennemente rifiutate. Sospesi sulla sua testa come pezzi di formaggio che dondolavano in una traiettoria assurda sopra la testa di un topo impazzito”.

“Che Dio aiuti tutti noi poveri sventurati che sapremmo creare, ma non riusciamo a trovare il tempo per farlo, e così i nostri cuori muoiono”.

“Con le parole mi sono intessuto il sudario e mi ci seppellirò dentro”.

(Richard Matheson)
(da: “La casa impazzita”)

________________________________________________

Dello stesso autore:

Tre millimetri al giorno (estratti)
La casa d’inferno (recensione)

Posted in Estratti e citazioni | Tagged , , , , , , , , | Leave a comment

Il saltimbanco

Aldo PalazzeschiChi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
follia.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
malinconia.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’ anima mia:
nostalgia.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio core,
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

(Aldo Palazzeschi)

Posted in Poesie | Tagged , , , | Leave a comment

La disperazione è seduta su una panchina

panchinaIn un giardinetto su una panchina
C’è un tale che vi chiama se passate
Ha un paio d’occhialini un vecchio abito grigio
Fuma un piccolo sigaro è seduto
E vi chiama se passate
O più timidamente vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Ma tirar dritto
Fingere di non vederlo
Fingere di non averlo neppure sentito
Passare via frettolosi
Perché se lo guardate
O se gli date retta
Vi fa un suo cenno e niente nessuno
Vi può impedire di sedergli accanto
Allora vi guarda in faccia vi sorride
Facendovi soffrire atrocemente
E lui continua il suo sorriso
E voi stessi sorridete esattamente
Di quel sorriso
Più sorridete e più soffrite
Atrocemente
E più soffrite più sorridete
Irrimediabilmente
Restando fissi là
Come congelati
Sorridendo sulla panchina
Bambini giocano a due passi da voi
Passanti passano
Tranquillamente
Uccelli volano
Volano via da un albero
Si posano su un altro
E voi restate là
Sulla panchina
E già sapete bene
Che non potrete più
Giocare come quei bambini
Sapete che non potrete più
Passare come quei passanti
Tranquillamente
Né che mai più potrete volar via
Lasciando un albero per l’altro
Come quegli uccelli.

(Jacques Prévert)

____________________________________

Dello stesso autore:

Ospedale silenzio
I ragazzi che si amano
Canzone del sangue
Tre fiammiferi

Posted in Poesie | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Il magico mondo dei libri

mondo-dei-libri

Disponibile una nuova recensione de L’oblio della ragione (Edizioni del Poggio).
Per leggerla clicca qui.

Posted in Mestiere esordiente | Tagged , , | 2 Comments

Pappagalli verdi

Gino Strada - Pappagalli verdi“A Sarajevo la chiamano the snipers’road, la strada dei cecchini. La si deve percorrere per raggiungere l’ospedale, lo stesso dove vengono portate, il più delle volte inutilmente, le loro vittime.
L’ultimo arrivato è un bambino biondo, centrato in piena fronte da una pallottola. Il sangue non cola più, impregna i capelli, ormai coagulato e quasi congelato per il gran freddo. Stava giocando sulla neve, a meno di un chilometro dall’ospedale, risaliva un piccolo dosso trascinandosi dietro una tavola di legno e poi giù, strillando di allegria su quella slitta improvvisata.
Un colpo, e il bambino è morto.
In guerra si uccide, perché la guerra la si fa contro qualcuno. Contro il nemico, per quel che rappresenta o per quel che possiede, si usano i cannoni e si bombarda.
Ma quella del cecchino è una guerra strana. Il suo lavoro non produce centinaia di vittime, la sua arma è semplice, un fucile di precisione: un colpo, un morto.
C’è qualcosa, nella guerra del cecchino, che fa più orrore delle bombe.
Attraverso il binocolo del fucile, il bambino biondo lo si può vedere grande grande, come se fosse lì accanto. Lo si può veder giocare, fare smorfie nel rotolarsi sulla neve fresca.
È lui il nemico, anche se la sua sola arma è quel pezzo di legno che usa come slitta. Il binocolo non inquadra eserciti minacciosi che avanzano, solo la faccia di un bambino come fosse in fototessera. Non lo sa, il nemico, di essere osservato, non sa che la sua fronte lentamente si muove fino a occupare il centro della croce del binocolo del cecchino.
E forse sorride, mentre viene premuto il grilletto.
In inglese, the snipe è la beccaccia. E il verbo to snipe significa “sparare da una posizione nascosta”, proprio come si fa con le beccacce. Ma come si fa a uccidere, se la beccaccia ti sta sorridendo?
Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
“Tra vent’anni ne avrebbe avuti ventisei”, è la risposta che l’interprete traduce.
Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L’intervista finisce lì, non c’è altra domanda possibile”.

(Gino Strada)
(da: “Pappagalli verdi”)

Posted in Estratti e citazioni | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Il vincitore di “Scrivi e vinci”, 5° Edizione

winnerCome promesso ecco a voi il racconto completo, formato dal mio incipit e dalla continuazione scritta dal vincitore. Complimenti a questo anonimo che tale vuole rimanere e grazie a tutti i partecipanti. 🙂

Buona lettura!

Il tassista

L’aereo era atterrato con quaranta minuti di ritardo, quello ero stato il guaio. Da lì in poi, tutto era precipitato in un vortice di pericolose coincidenze, fino a portare Monica nel taxi sbagliato al momento sbagliato.
Quarantadue anni e una vita altalenante: metà sconfitte, metà successi, due terzi di disonestà, un terzo di onestà, molta fortuna e poche cose davvero guadagnate. Con una vita così, non avrebbe mai potuto esimersi dall’avere una considerevole quantità di nemici. Fino a quel momento, comunque, nessuno di loro si era rivelato davvero pericoloso e Monica aveva potuto seguire il corso della sua vita senza particolari scossoni.
Salì sul primo taxi che vide maledicendo il tempo e se stessa. Il primo aveva la colpa di essere piovoso, la seconda quella di aver dimenticato l’ombrello, cosa imperdonabile per una viaggiatrice abituale come lei. Cercando di districare con le dita i capelli annodati dalla pioggia e dal vento, sedette sul sedile tirandosi dietro la ventiquattrore e chiuse lo sportello sbattendolo troppo forte.
«Piazza Matteotti» ordinò.
Era l’indirizzo del suo albergo, dove oltre ad aver prenotato una stanza per la notte, aveva fissato l’appuntamento con il cliente.
Era sempre il lavoro a spingerla a viaggiare. Odiava quelle trasferte obbligate, quegli scomodi spostamenti in città che non le piacevano affatto. Voleva solo parlare con il cliente, convincerlo a firmare il contratto e poi dormire qualche ora e ripartire il mattino seguente lasciandosi alle spalle l’ennesimo viaggio. I capelli erano bagnati, annodati e spettinati, il che la faceva innervosire ulteriormente. Era già in ritardo, eppure sarebbe stata costretta a far aspettare ancora il cliente per darsi una sistemata. Non poteva certo presentarsi da lui in quelle condizioni! Smise di tormentarsi i capelli e guardò fuori dal finestrino.
Le città di notte sono tutte più belle, ma ai suoi occhi nulla appariva meno che brutto in quel posto maledetto. Per lei quella era la città più brutta del mondo. Era avvenuto qualcosa, una decina di anni prima, su quelle strade che si dipanavano tra grattacieli e antichi edifici. Monica aveva cercato di rimuovere il ricordo dalla sua mente, ma era riuscita soltanto a farlo scivolare dentro di sé, in un luogo remoto in cui guardava di rado. Pensava poco all’episodio in sé, ma la sensazione di aver fatto qualcosa di irrimediabile e sbagliato rimaneva, pesante e ingombrante come un macigno.
Non le era mai passato per la mente di chiedere scusa o rimediare al torto, il suo egoismo la spingeva soltanto a salvarsi la pelle e ad uscire da una scomoda situazione. Per dieci lunghi anni l’aveva fatta franca, ma ogni cosa è destinata a cambiare, prima o poi.
Anche se non sempre la giustizia è di questo mondo, a volte le coincidenze sembrano rimediare cospirando contro i colpevoli. Ad un tratto Monica si rese conto, guardando fuori dal finestrino, che la strada che il tassista stava percorrendo era quella sbagliata. Una strada isolata che non aveva mai percorso si snodava davanti al taxi e proseguiva nel buio per chissà quanti chilometri. Monica restò per un momento interdetta, poi chiese, stupita:
«Dove stiamo andando?».
Il tassista non rispose e continuò a guidare tranquillo come se niente fosse.
Era buio e Monica non vedeva bene il viso dell’uomo. Si sporse tra i sedili verso di lui per vederlo bene e toccargli una spalla per richiamare la sua attenzione. Forse non aveva sentito la domanda?
In quel momento l’uomo sterzò bruscamente e si fermò sul ciglio di una strada che passava tra il nulla e il niente.
Monica si spaventò, ma non ebbe il tempo di avere alcuna reazione. Il tassista tolse le mani dal volante, si girò verso di lei e disse:
«Non abbiamo un conto in sospeso, io e te?».
Monica restò senza fiato. Possibile che fosse proprio lui? In quel momento tutto ciò che per dieci anni aveva cercato di dimenticare le tornò in mente nei minimi dettagli. Nonostante la grave colpa di cui si era macchiata e per cui avrebbe dovuto rendere conto all’uomo che le stava di fronte e che aveva sperato di non vedere mai più in tutta la sua vita, il pensiero che le attraversò la mente in quel momento fu solo Il cliente andrà via senza aspettarmi. Non firmerà il contratto ed io perderò il lavoro. Solo di questo riusciva a preoccuparsi, eppure in quel momento aveva qualcosa di ben più urgente a cui pensare…

__________________________

«Monica, sweetheart, non avrai creduto di poter scappare per sempre vero?».
Gli anni trascorsi non erano stati sufficienti a fargli perdere il forte accento americano, e neanche la caratteristica arroganza.
«Oooh, look at you! Sei proprio diventata una business woman adesso, e quel vestitino elegante, com’è professionale! Di certo non c’è più posto nella tua nuova vita per i tuoi old friends, immagino che avrai pensato di poterci abbandonare tranquillamente al nostro destino, dopo tutto quello che ci hai fatto… beh, stai per scoprire che non è così!»
Monica aveva avuto un po’ di tempo per riprendersi dallo shock iniziale. Era terrorizzata all’idea di ciò che l’aspettava adesso, sarebbe stata una notte molto lunga. Ma allo stesso tempo il volto familiare di Roger era riuscito a farla sentire di nuovo a casa, come se non fossero passati dieci anni dall’ultima volta.
«Roger, non mi dire che ci sono tutti?»
«Of course darling. E ti aspettano con ansia…»
Ebbe giusto il tempo di pensare: “Oh, Dio mio! Stavolta è finita..” prima che il pugno di Roger la spedisse nel mondo dei sogni.

Dieci anni prima Monica era alla stazione, anche quella sera pioveva e anche quella sera era senza ombrello. Seduta sulla panchina al binario, in attesa del suo treno, sembrava una bambola di stracci abbandonata. Il suo treno aveva quasi un’ora di ritardo, ma lei non era arrabbiata, anzi, sperava che magari le dicessero che il suo treno era stato soppresso, cercava una scusa qualunque che le desse la forza di annullare la partenza, dentro di sé sapeva che non doveva partire, ma non aveva il coraggio di ammetterlo, come dicevamo, 2/3 di lei erano composti da disonestà, dopotutto. Inoltre, doveva guardarsi continuamente le spalle, Roger, Susan, Carlo, o magari Ada, potevano aver sospettato qualcosa, e magari l’avevano seguita per fermarla. Ma doveva assolutamente fuggire da quelle persone, dalla sua vecchia vita, doveva andare via e dimenticare.
Una volta salita sul treno, si convinse che sarebbe stato più facile ricominciare tutto in un’altra città, iniziare un’altra vita nella quale i suoi amici non ci sarebbero stati più, era certa che entro un paio di anni non avrebbe più ricordato neanche i loro nomi. Che ci volete fare, 2/3 di disonestà non sono mica pochi!

Sin da piccola Monica avrebbe voluto fare la regista, passava ore davanti alla televisione a guardare i film, pensava che anche lei avrebbe voluto un giorno riuscire a dare vita ai suoi personaggi, a fargli provare le sensazioni che lei descriveva nei suoi copioni. Ma soprattutto le piaceva l’idea di coinvolgere le persone che avrebbero guardato il film, facendole sentire parte della storia. Quando da piccola diceva di voler fare la regista, riceveva sempre i sorrisi e i complimenti dei genitori, il padre le aveva perfino regalato una telecamera economica e la chiamava: “la mia regista”. Con quella telecamera aveva fatto il suo primo cortometraggio: “belve feroci nella foresta”, che aveva come protagonista l’ignaro gatto di casa ripreso mentre giocava in giardino.
Man mano che Monica cresceva e i suoi propositi di diventare regista rimanevano intatti, l’iniziale entusiasmo dei genitori veniva sostituito da consigli di “smettere di giocare” o “iniziare a pensare al futuro”.
Alla fine, l’insistenza del padre riusci a convincerla ad iscriversi alla facoltà di economia e commercio. Ma non per questo lei mise mai da parte l’idea di fare la regista. Anche se scontrarsi con la realtà non era facile: i suoi copioni venivano sempre rifiutati.
Aveva scritto circa 40 copioni nel periodo dell’università, ma erano 4 quelli a cui era più affezionata, i cui protagonisti le tornavano spesso in mente.
Uno di questi 4 copioni parlava di una ragazza che era riuscita a realizzare il suo sogno, era diventata campionessa olimpica di pattinaggio artistico su ghiaccio. Andava sempre in giro in tuta e col suo zainetto, dove teneva sempre i pattini che avrebbe usato durante gli allenamenti, e il primo paio di pattini che aveva avuto da piccola. Aveva capito cosa voleva fare, fin dal primo momento il cui li aveva presi in mano.
Poi c’era la storia d’amore tra un uomo e la sua chitarra. Il protagonista di questo copione era un musicista, che, sebbene bravissimo, di mestiere faceva il commercialista e suonava solo durante le ferie e nelle serate con gli amici. Non voleva che la sua passione fosse chiamata lavoro, gli piaceva l’idea che fosse una cosa fatta in clandestinità, durante momenti rubati, come una storia passionale con un’amante.
Il copione che più si era divertita a scrivere parlava di una ragazza che stava sempre al pc, era iscritta a tutti i social network e stava sempre a pubblicare i fatti suoi, le sue foto personali e a commentare i fatti degli altri, la cosa particolare era che nonostante l’assenza di vita sociale, visto che passava tutto il tempo al pc praticamente, vestiva sempre in maniera ricercata ed elegantissima.
E infine c’era il tassista. Viveva a Chicago e in tutti gli anni che aveva fatto quel mestiere aveva visto le cose più strane, e il copione consisteva in 5 corti che facevano vedere 5 storie assurde che gli erano capitate negli anni nel suo taxi.

Alla fine la dura realtà ebbe la meglio. Dopo l’ennesima lettera di rifiuto, prese la sua decisione. I 40 copioni formavano una bella pila da vedere ammucchiata nel cortile di casa sua. Li cosparse di benzina e mentre si fumava una sigaretta seduta lì vicino, guardava i suoi sogni andare in fiamme.
Quella sera stessa accettò una proposta di lavoro in una grande città lontana da lì, e il giorno dopo salì sul treno, convinta di dimenticare tutto in un paio d’anni!

Aprì gli occhi, era ancora intontita dal pugno che aveva ricevuto da Roger, ma sentiva chiaramente di essere legata ad una sedia con le mani dietro la schiena. In bocca aveva il sapore del sangue, quel maledetto le aveva spaccato il labbro.
«Bentornata tra di noi darling» – Era la voce di Roger.
Era proprio vero: c’erano tutti! C’era Ada, col suo immancabile zainetto dove teneva i pattini, Susan, elegantissima come sempre che riprendeva la scena con l’ultimo modello di telefonino disponibile, sicuramente il video sarebbe finito online a breve. Carlo, con Jenny, la sua inseparabile Stratocaster che solitamente stringeva con amore e dolcezza, e che ora impugnava minacciosamente verso Monica a mo’ di arma. E infine Roger, appoggiato alla parete, con la barba incolta e la giacca di pelle che fumava con aria distratta la sua sigaretta e guardava Monica con il suo perenne sorriso che stavolta però non trasmetteva allegria.
«Perchè lo hai fatto?» chiese Susan, con le lacrime agli occhi «perchè non hai continuato a raccontare di noi?».
Era tutto così surreale… «Non era abbastanza brava, nessuno avrebbe mai accettato di produrre i miei film. E poi ho trovato un lavoro migliore, adesso guadagno bene e non ho problemi ad arrivare alla fine del mese. Ho smesso di giocare, come diceva mio padre, ed è stata la cosa migliore che potessi fare».
«Tu non dovevi!» sbottò con rabbia Ada, «Io avevo ancora un sacco di medaglie da vincere, la mia carriera era solo all’inizio, si sarebbero emozionati tutti nei cinema quando io avrei cantato l’inno nazionale con la mia bella medaglia d’oro al collo!».
«Già, io avevo preparato una tournee nei club europei con i miei amici durante le ferie ad Agosto» disse Carlo. «Lo progettavo da mesi, sarebbe stato perfetto, io e Jenny avremmo fatto venire i brividi a chiunque ci fosse venuto a sentire».
Susan aggiunse: «Quante storie hai ucciso con la tua decisione 10 anni fa, sei una codarda, CODARDA!!!»
«Honey», Disse la sua anche Roger «ne ho viste di tutti i colori su quel taxi, AVEVO LE MIE STORIE DA RACCONTARE, sei una stupida, solo una piccola stupida!».
Circondata e stordita da tutte queste accuse, a Monica era tornato il mal di testa, era molto confusa. Non avevano il diritto di dirle quelle cose, lei aveva preso la sua decisione tanto tempo fa, e adesso ne era fiera, non aveva rimpianti.
«Voi non esistete, io vi ho eliminato dalla mia via tanto tempo fa e non mi mancate neanche un po’, sono contenta della mia vita, VOI SIETE MORTI!».
«Davvero?» risposero tutti all’unisono. «E allora perchè siamo qui secondo te? Perchè siamo ancora vivi e capaci di tormentarti? Forse perché in fondo non ci hai mai messo da parte, forse ti sarebbe davvero piaciuto realizzare i tuoi sogni rendendoci reali, trasformandoci in dei film anzichè in cenere, e non ne hai avuto il coraggio. Hai creduto di addormentare i rimorsi e i rimpianti uccidendo i tuoi sogni, ma saranno i tuoi sogni ad ucciderti».

Il primo a colpire fu Carlo con sa sua chitarra, la colpì molto forte ad un fianco, facendola impazzire di dolore. Immediatamente dopo, anche tutti gli altri iniziarono a colpirla con rabbia.
Mentre stava per morire, si sentiva letteralmente come se le fosse appena passato un camion addosso, e non ci era andata molto lontano, le venne un ultimo pensiero in mente, la montagna di copioni che bruciavano mentre lei fumava la sigaretta, convinta che i sogni potessero essere addormentati, bruciati e ridotti al silenzio con la stessa facilità con la quale un pezzo di carta prende fuoco. Si era decisamente sbagliata.

Sul giornale del giorno dopo, compariva quest’articolo:

Suicidio all’aeroporto.
Una giovane donna si toglie la vita buttandosi sotto ad un taxi all’uscita dal terminal…

(Chiara Vitetta e Anonimo 1)

Posted in Mestiere esordiente | Tagged , , , | 2 Comments