Chiedi alla polvere

John Fante - Chiedi alla polvere“Prima di morire voglio risentire il profumo dei lillà, laggiù nel Connecticut, e rivedere le timide chiesine della mia infanzia, e gli steccati che ho infranto per fuggire”.

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“Questo non è che l’inizio, ma potrei anche raccontarti la storia di una sera passata sula spiaggia con una principessa bruna, parlarti della sua carne senza significato, dei suoi baci come fiori di cera, privi di profumo, nel giardino della mia passione”.

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“Mi sentii invadere dalla gioia, il cielo blu mi faceva da soffitto e il mondo intero non era che una piccola cosa nel palmo della mia mano”.

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“Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride”.

(John Fante)
(da: “Chiedi alla polvere”)

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Incubo

Stephen King - Mucchio d'ossa“Mi distesi sul nostro letto, incrociai gli avambracci sul volto e piansi tanto da assopirmi come capita ai bambini quando sono infelici. Feci un sogno orribile. In esso mi svegliavo, vedevo il tascabile di La luna e sei soldi ancora sul copriletto accanto a me e decidevo di rimetterlo sotto il letto dove l’avevo trovato. Sapete come sono confusi i sogni, dove la logica è come orologi di Dalì divenuti così flaccidi da poterli appendere come stracci ai rami degli alberi.
Reinfilai la carta da gioco tra le pagine 102 e 103, a un giro d’indice da Buffo ometto, disse Strickland ora e per sempre, e mi girai sul fianco sporgendomi con la testa oltre la sponda del letto con l’intenzione di riporre il libro precisamente dove lo avevo trovato.
Là sotto, tra i riccioli di polvere, era sdraiata Jo. Un lembo di ragnatela che pendeva dal fondo del materasso a molle le accarezzava la guancia come una piuma. I suoi capelli rossi erano opachi, ma i suoi occhi erano scuri e vigili e feroci nel bianco del viso. E quando parlò, capii subito che la morte l’aveva fatta impazzire.
«Dammelo», sibilò. «È il mio acchiappapolvere.» Me lo strappò dalla mano prima che potessi offrirglielo. Per un momento le nostre dita si toccarono e le sue erano fredde come ramoscelli dopo una gelata. Aprì il libro al segno, lasciando svolazzare fuori la carta da gioco e si sistemò Somerset Maugham sul volto: un sudario di parole. Quando s’incrociò le mani sul petto ridiventando immobile, mi accorsi che indossava il vestito blu in cui l’avevo seppellita. Era uscita dalla sua tomba per nascondersi sotto il nostro letto.
Mi svegliai con un grido strozzato e un sussulto doloroso che per poco non mi fece rotolare giù dal letto. Non dormivo da molto, avevo ancora le guance umide di lacrime e avvertivo nelle palpebre quella strana sensazione di tensione che si ha dopo una crisi di pianto. Il sogno era stato così vivido che non potei fare a meno di girarmi sul fianco e sporgere la testa per sbirciare sotto il letto, sicuro di trovarla lì con il libro sulla faccia, sicuro che avrebbe allungato le sue dita gelide per toccarmi”.

(Stephen King)
(da: “Mucchio d’ossa”)

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Dello stesso autore:

The Dome (recensione)
Ossessione (recensione ed estratti)
Buick 8 (estratti)
La metà oscura (recensione ed estratti)
La casa del buio (estratti)
Gli orrori del nucleare (estratti da: “Tommyknockers – Le creature del buio”)
A volte ritornano (recensione ed estratti)
Fantasmi (estratto da: “La sfera del buio”)

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La diva Julia

W. Somerset Maugham - La diva JuliaMi capita spesso di scegliere le mie letture seguendo fili pressoché casuali. Il consiglio di uno sconosciuto su un treno è uno di quei fili, ma anche i libri stessi e ciò che contengono.
Ho riletto di recente, per la terza volta, Mucchio d’ossa di Stephen King, certamente non uno dei suoi libri migliori, ma ricco di una forza rara. Vale la pena vivere anche solo per immergersi in pagine così piene di passione.

In Mucchio d’ossa il protagonista, Mike Noonan, è uno scrittore che si trova alle prese con la morte improvvisa della giovane moglie. Da questo avvenimento in avanti, Mike vivrà una storia pazzesca e dolorosa, costellata di problemi personali e voci dal passato. C’è una scena, in questo libro, che ho sempre trovato da brividi. Mike ha un incubo, durante i primi mesi di elaborazione del lutto. In questa scena, che potete leggere cliccando qui, c’è un libro, La luna e sei soldi, di W.Somerset Maugham.

Maugham ha una sua importanza, in Mucchio d’ossa. Non solo uno dei suoi romanzi è sul comodino della moglie di Mike, ma il ricordo di alcune righe non smette di tormentare il protagonista durante tutta la storia.
Ci si innamora per varie ragioni. Ai lettori sfegatati accade di innamorarsi di chi apprezza e legge con fervore alcuni libri. Decisamente, posso capirlo. Ecco come Mike ci racconta il primo incontro tra lui e Johanna, sua moglie:

“Johanna Arlen era una fiera, piccola studentessa del secondo anno. Io ero all’ultimo anno e mi ero iscritto a quel corso di letteratura inglese contemporanea perché in quell’ultimo semestre avevo del tempo libero da occupare. «Fra cent’anni», aveva affermato lei, «i critici letterari della metà del ventesimo secolo si vergogneranno di aver inneggiato a Lawrence e ignorato Maugham.» La sua tesi era stata accolta da allegre risate di compatimento (tutti sapevano che Donne in amore era uno dei libri più maledettamente belli che siano mai stati scritti), ma io non risi. Io mi innamorai.”

Capirete bene la mia curiosità, a questo punto. Sono andata alla ricerca di La luna e sei soldi e Donne in amore, e non avendoli trovati (non ancora, almeno), mi sono accontentata del libro che vedete qui accanto: La diva Julia.

W.Somerset Maugham è uno scrittore interessante, decisamente da approfondire. La diva Julia è una storia improntata sulla psicologia di un’attrice di teatro amata e apprezzata dal pubblico e dalla critica, la cui vita è colma di applausi, parti da recitare e pose da tenere. Julia non è una donna spontanea e la recitazione fa così tanto parte di lei da non sparire mai dalla sua vita, neanche fuori dalle scene. Recita con il marito, recita con i suoi amanti, recita con l’unico figlio e recita con i domestici. La sostanza di Julia non sappiamo dove sia finita. Come le suggerisce il figlio in una conversazione resa magnificamente e che potete leggere qui sotto, forse Julia non è tutta falsa, perché, le dice il figlio: “fingere ti viene naturale. La finzione è la tua verità. Come la margarina è burro per chi non conosce il burro”.

Julia vive per la recitazione, eppure i dubbi, di fronte alle parole dure e sincere del figlio sorgono anche dentro di lei. Cosa accadrà alla fine? In Julia vincerà la recitazione a tutto tondo di una vita impostata, o la voglia di essere reale e presente anche in una stanza vuota di spettatori? Per scoprirlo dovrete leggere questo bel libro di W.Somerset Maugham.

Nel frattempo, ecco la conversazione tra Julia e suo figlio.

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«Cos’è che vuoi?».
Di nuovo la guardò in quel modo sconcertante. Non si capiva se fosse serio, gli occhi avevano come un luccichio divertito.
«Realtà».
«Cosa vuoi dire?».
«Vedi, sono sempre vissuto in un’atmosfera irreale. Voglio toccare terra. Tu e papà vi trovate benissimo, a respirare quest’aria, è la sola che conoscete e per voi è un’aria celestiale. Io ci soffoco».
Julia ascoltava attentamente, cercando di capire.
«Siamo due attori, e attori di successo. Per questo abbiamo potuto allevarti con tutti i lussi, da quando sei nato. Ti bastano le dita di una mano per contare gli attori che hanno mandato un figlio a Eton».
«Vi sono gratissimo per quello che avete fatto per me».
«Allora di cosa ci rimproveri?».
«Non vi rimprovero. Per me avete fatto tutto quello che potevate. Purtroppo mi avete impedito di credere in qualsiasi cosa».
«Non ci siamo mai intromessi nelle tue idee. So che non siamo gente religiosa, siamo attori, e dopo otto spettacoli alla settimana uno ha bisogno della domenica per sé. Pensavo, naturalmente, che a queste cose provvedesse la scuola».
Roger esitò un poco prima di rispondere. Sembrava costargli uno sforzo continuare.
«Una sera, da ragazzino, avrò avuto quattordici anni, stavo tra le quinte a vederti recitare. Doveva essere una bella scena, tu dicevi le tue battute con tanta sincerità e quello che dicevi era così commovente che mi venne da piangere. Ero tutto sovreccitato, mi sentivo, non so come dire, elevato. Partecipavo alla tua sofferenza, mi sentivo un piccolo eroe; mi pareva che mai più avrei fatto un’azione bassa, meschina. E poi tu sei venuta in fondo alla scena, vicino a dov’ero io, con le lacrime che ti colavano sul viso; e dando la schiena al pubblico hai detto al direttore di scena, con la tua voce normale: cosa diavolo combina l’elettricista? gli avevo detto di togliere la luce blu. E un istante dopo ti sei girata verso il pubblico con un grido di angoscia e hai continuato la scena».
«Tesoro, ma era una recita. Se un’attrice sentisse davvero le emozioni che rappresenta andrebbe in pezzi. Ricordo bene quella scena. Faceva crollare il teatro. Non ho mai avuto tanti applausi in vita mia».
«Fui sciocco, suppongo, a farmi coinvolgere. Credevo che quel che dicevi ti venisse dal cuore. Quando ho visto che era tutto finzione, qualcosa si è rotto. Da allora non ho più creduto in te. Ero stato preso in giro una volta: decisi di non cascarci più».
Julia gli sorrise, il suo sorriso delizioso e disarmante.
«Mi pare, tesoro, che tu dica sciocchezze».
«Naturale. Tu non distingui tra verità e finzione. Non smetti mai di recitare, per te è una seconda natura. Reciti quando ci sono degli ospiti. Reciti con i domestici, reciti con papà, reciti con me. Con me reciti la parte della madre amorosa e indulgente, e celebre. Tu non esisti, sei solo le parti innumerevoli che hai interpretato. Mi sono chiesto spesso se esistesse un “tu” o se tu non fossi altro che un veicolo per tutte queste altre persone che fingevi di essere. Quando ti vedevo entrare in una stanza vuota, certe volte volevo aprire la porta d’improvviso, ma temevo di non trovarci nessuno».
Lo guardò un attimo; rabbrividendo. Perché ciò che diceva le faceva uno strano effetto. L’aveva ascoltato attentamente, perfino con un po’ d’ansia: era così serio, sembrava che sfogasse qualcosa che lo opprimeva da anni. Non lo aveva mai sentito parlare tanto.
«Pensi che io sia tutta falsa?».
«Non proprio. Perché fingere ti viene naturale. La finzione è la tua verità. Come la margarina è burro per chi non conosce il burro».
Julia provò un vago senso di colpa. La regina dell’Amleto: «E lasciate che io vi torca il cuore; perché questo farò, se è di materia penetrabile». Prese a fantasticare.
(«Chissà se sono troppo vecchia per fare Amleto. La Siddons e Sarah Bernhardt l’hanno fatto. Ho gambe più belle di tutti gli uomini che ho visto in quella parte. Chiederò a Charles cosa ne pensa. Certo, c’è quel maledetto verso sciolto. Che stupido, a non scriverlo in prosa. Naturalmente potrei farlo in francese, alla Comédie. Dio, che trovata sarebbe»).
Si vide in farsetto nero e calzebrache di seta. «Ahimè, povero Yorick». Ma rifece mente locale.
«Non dirai che tuo padre non esiste. Diamine, sono vent’anni che recita se stesso. («Michael potrebbe fare il re; non in francese, naturalmente, ma se decidessimo di tentare a Londra…»).
«Povero papà, suppongo che nel suo lavoro sia bravo, ma non è molto intelligente, vero? È troppo occupato a essere il più bell’uomo d’Inghilterra».
«Non mi pare carino che tu parli così di tuo padre».
«Ho detto qualcosa che non sapevi?» chiese Roger, tranquillo.
A Julia veniva da sorridere, ma non permise che l’espressione di dignità addolorata le lasciasse il volto.
«È la nostra debolezza, non la nostra forza, a renderci cari a coloro che ci amano» replicò.
«Questo in che commedia lo dicevi?»
Lei represse un gesto di irritazione. Le parole le erano salite spontaneamente alle labbra, ma dicendole si era accorta che appartenevano a un testo teatrale. Che carognetta! Comunque, venivano a proposito.
«Sei duro» disse con voce lamentosa. Sempre più si sentiva come la madre di Amleto. «Non mi vuoi bene?».
«Te ne vorrei, se ti trovassi. Ma dove sei? Se uno ti spogliasse del tuo esibizionismo e della tua tecnica, se ti sbucciasse come si fa con una cipolla, togliendo un velo dopo l’altro di insincerità e di finzione, di citazioni da vecchie parti e di brandelli di emozioni non tue, arriverebbe finalmente a un’anima?». La guardò con i suoi occhi seri e tristi, e poi accennò un sorriso. «Certo che ti voglio bene».
«Ci credi, che io te ne voglio?».
«A modo tuo».
La faccia di Julia si scompose all’improvviso.
«Sapessi il mio tormento quando eri malato! Non so cosa avrei fatto se morivi!».
«Avresti dato una splendida interpretazione della madre affranta sulla bara del suo unico figlio».
«Molto meno splendida di come sarebbe stata se avessi avuto modo di provarla un po’ di volte» rispose Julia, sarcastica. «Vedi, tu non capisci che recitare non c’entra con la natura; è arte, e l’arte è qualcosa che crei. Il dolore reale è brutto; compito dell’attore è rappresentarlo non solo con verità ma con bellezza. Se morissi davvero come muoio in scena quando capita, credi che mi curerei dei gesti, che siano aggraziati, e che le parole che balbetto siano abbastanza chiare da arrivare fino all’ultima fila del loggione? Se è tutto falso non è più falso di una sonata di Beethoven, e io non sono più falsa del pianista che la suona. È crudele dire che non ti voglio bene. Te ne voglio tantissimo, sei stato la sola cosa della mia vita».
«No. Mi amavi quando ero bambino e potevi farti fotografare con me. Era un bel quadretto e molta buona pubblicità. Ma da allora di me non ti sei data molto pensiero. Più che altro ti annoiavo. Sempre lieta di vedermi, ma eri ben contenta che me ne stessi per i fatti miei e non ti rubassi tempo. Non ti biasimo; non avevi tempo per nessun altro che te stessa».
Julia cominciava a spazientirsi. Roger si avvicinava troppo a fastidiosamente al vero.
«Dimentichi che di fatto i giovani sono un po’ noiosi».
«Scocciatori tremendi, direi» fece lui con un sorriso. «Ma allora perché fingi di non sopportare la mia lontananza? Anche questa è tutta una recita».
«Mi rendi molto infelice. Mi fai sentire come se avessi mancato al mio dovere verso di te».
«Ma no, sei stata un’ottima madre. Hai fatto qualcosa per cui ti sarò sempre grato, mi hai lasciato in pace».
«Non capisco cosa vuoi».
«Te l’ho detto. Realtà».
«E dove pensi di trovarla?».
«Non lo so. Forse non esiste. Ho pensato che forse a Cambridge, conoscendo gente e leggendo libri, potrei scoprire dove cercarla. Se dicono che esiste solo in Dio, sono fritto».
Julia era turbata. Ciò che egli diceva non la penetrava realmente fino all’intelletto, le sue parole erano battute e l’importante non era cosa significassero, ma se «funzionavano»; tuttavia era sensibile all’emozione che percepiva in lui. Certo, aveva solo diciotto anni, non era il caso di prenderlo troppo sul serio, probabilmente ripeteva cose sentite da altri, e c’era dentro parecchia posa. C’era qualcuno che avesse idee proprie, c’era chi non posasse un briciolo? Ma naturalmente poteva darsi che Roger al momento ci credesse veramente, e non sarebbe stato carino riderci sopra.

(W. Somerset Maugham)
(da: “La diva Julia”)

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Dello steso autore:

Acque morte (recensione ed estratti)
Acque morte (2) (estratti)
Schiavo d’amore (estratti)
Leggere (estratto da Honolulu)
La ricompensa dello scrittore (estratto da La luna e sei soldi)

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Pensieri d’inchiostro

pensieri-dinchiostro

Buongiorno naviganti,

oggi vi invito a leggere una nuova recensione de L’oblio della ragione (Edizioni del Poggio). Per leggerla cliccate qui:

Recensione L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia

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Ink dreams – Sogni d’inchiostro

ink-dreamsIl concorso di poesia Ink dreams – Sogni d’inchiostro, indetto dall’Isola della poesia, partirà il 15 settembre 2011 e si concluderà il 15 ottobre 2011. La data di chiusura è prorogabile, a discrezione dell’organizzatore.

Come vi ho anticipato alcuni settimane fa, il concorso è gratuito e ci sono in palio due interessanti premi:

– la pubblicazione della poesia vincitrice sul sito Isola della poesia;
– una copia di Apri gli occhi con autografo e dedica

Per maggiori informazioni, leggete il Regolamento del concorso Ink dreams.

Buona scrittura a tutti!

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Vuoi tentare di vincere anche L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia?

Partecipa a Scrivi e vinci!

La 5° edizione è in corso e si concluderà il 30 settembre 2011.

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“Scrivi e vinci” 5° edizione

scrivi-e-vinciOggi, 31 agosto 2011, inizia la 5° edizione di Scrivi e vinci.
In palio una copia della prima edizione del mio primo libro: L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia (Edizioni del Poggio) e la pubblicazione del racconto vincitore nella pagina Scrivi e vinci. Vi ricordo che questa prima edizione del libro non verrà più stampata (per maggiori informazioni leggi L’oblio della ragione cambia editore) e perciò potrebbe avere un certo valore, tra molti anni.

Come nelle precedenti 4 edizioni di “Scrivi e vinci”, anche questa volta viene proposto un incipit e chiesto ai partecipanti di continuare e concludere la storia.

Di seguito, le regole per partecipare:

1. Le continuazioni dovranno essere inviate entro le 23:00 del 31 ottobre 2011.

2. Si può partecipare anche con più continuazioni.

3. La lunghezza massima della continuazione è di 10000 caratteri (cifra orientativa, spazi inclusi).

4. Il concorso è aperto a tutti, ma dato che il suo scopo è quello di diffondere “L’oblio della ragione”, chi l’ha già vinto durante una delle precedenti edizioni di “Scrivi e vinci” non potrà vincerlo una seconda volta. Potrà comunque partecipare. Le continuazioni migliori saranno segnalate.

5. Le continuazioni possono essere inviate via e-mail all’indirizzo: chiaravitetta1985@gmail.com, oppure pubblicate come commento a questo post.

6. Il vincitore sarà avvisato tramite un’e-mail inviata all’indirizzo che rilascerà al momento dell’inserimento del commento o, per chi invierà la propria continuazione in privato, all’indirizzo che indicherà.

7. Il 3 novembre verrà pubblicato un post con il racconto completo, composto dall’incipit proposto e dalla continuazione migliore tra quelle pervenute. Il racconto sarà successivamente inserito nella pagina dedicata a “Scrivi e Vinci”.

8. Il vincitore si aggiudicherà una copia de: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. Il libro arriverà direttamente a casa del vincitore, con autografo e dedica. Le spese di spedizione saranno a mio carico.

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Essere scrittori in Italia è difficile, e gli scrittori emergenti hanno bisogno di fiducia da parte dei lettori. Partecipare a questo concorso significa impiegare del tempo e fare un po’ di fatica, e questo è un modo come un altro per guadagnarsi un libro. Insomma, è come pagarlo, se ci pensate. Il pagamento che vi chiedo ha più valore del denaro: è il vostro tempo ed è il coraggio di mettersi in gioco. Ricordate che scrivere deve essere per prima cosa un piacere. Divertitevi!

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Il tassista

L’aereo era atterrato con quaranta minuti di ritardo, quello ero stato il guaio. Da lì in poi, tutto era precipitato in un vortice di pericolose coincidenze, fino a portare Monica nel taxi sbagliato al momento sbagliato.
Quarantadue anni e una vita altalenante: metà sconfitte, metà successi, due terzi di disonestà, un terzo di onestà, molta fortuna e poche cose davvero guadagnate. Con una vita così, non avrebbe mai potuto esimersi dall’avere una considerevole quantità di nemici. Fino a quel momento, comunque, nessuno di loro si era rivelato davvero pericoloso e Monica aveva potuto seguire il corso della sua vita senza particolari scossoni.
Salì sul primo taxi che vide maledicendo il tempo e se stessa. Il primo aveva la colpa di essere piovoso, la seconda quella di aver dimenticato l’ombrello, cosa imperdonabile per una viaggiatrice abituale come lei. Cercando di districare con le dita i capelli annodati dalla pioggia e dal vento, sedette sul sedile tirandosi dietro la ventiquattrore e chiuse lo sportello sbattendolo troppo forte.
«Piazza Matteotti» ordinò.
Era l’indirizzo del suo albergo, dove oltre ad aver prenotato una stanza per la notte, aveva fissato l’appuntamento con il cliente.
Era sempre il lavoro a spingerla a viaggiare. Odiava quelle trasferte obbligate, quegli scomodi spostamenti in città che non le piacevano affatto. Voleva solo parlare con il cliente, convincerlo a firmare il contratto e poi dormire qualche ora e ripartire il mattino seguente lasciandosi alle spalle l’ennesimo viaggio. I capelli erano bagnati, annodati e spettinati, il che la faceva innervosire ulteriormente. Era già in ritardo, eppure sarebbe stata costretta a far aspettare ancora il cliente per darsi una sistemata. Non poteva certo presentarsi da lui in quelle condizioni! Smise di tormentarsi i capelli e guardò fuori dal finestrino.
Le città di notte sono tutte più belle, ma ai suoi occhi nulla appariva meno che brutto in quel posto maledetto. Per lei quella era la città più brutta del mondo. Era avvenuto qualcosa, una decina di anni prima, su quelle strade che si dipanavano tra grattacieli e antichi edifici. Monica aveva cercato di rimuovere il ricordo dalla sua mente, ma era riuscita soltanto a farlo scivolare dentro di sé, in un luogo remoto in cui guardava di rado. Pensava poco all’episodio in sé, ma la sensazione di aver fatto qualcosa di irrimediabile e sbagliato rimaneva, pesante e ingombrante come un macigno.
Non le era mai passato per la mente di chiedere scusa o rimediare al torto, il suo egoismo la spingeva soltanto a salvarsi la pelle e ad uscire da una scomoda situazione. Per dieci lunghi anni l’aveva fatta franca, ma ogni cosa è destinata a cambiare, prima o poi.
Anche se non sempre la giustizia è di questo mondo, a volte le coincidenze sembrano rimediare cospirando contro i colpevoli. Ad un tratto Monica si rese conto, guardando fuori dal finestrino, che la strada che il tassista stava percorrendo era quella sbagliata. Una strada isolata che non aveva mai percorso si snodava davanti al taxi e proseguiva nel buio per chissà quanti chilometri. Monica restò per un momento interdetta, poi chiese, stupita:
«Dove stiamo andando?».
Il tassista non rispose e continuò a guidare tranquillo come se niente fosse.
Era buio e Monica non vedeva bene il viso dell’uomo. Si sporse tra i sedili verso di lui per vederlo bene e toccargli una spalla per richiamare la sua attenzione. Forse non aveva sentito la domanda?
In quel momento l’uomo sterzò bruscamente e si fermò sul ciglio di una strada che passava tra il nulla e il niente.
Monica si spaventò, ma non ebbe il tempo di avere alcuna reazione. Il tassista tolse le mani dal volante, si girò verso di lei e disse:
«Non abbiamo un conto in sospeso, io e lei?».
Monica restò senza fiato. Possibile che fosse proprio lui? In quel momento tutto ciò che per dieci anni aveva cercato di dimenticare le tornò in mente nei minimi dettagli. Nonostante la grave colpa di cui si era macchiata e per cui avrebbe dovuto rendere conto all’uomo che le stava di fronte e che aveva sperato di non vedere mai più in tutta la sua vita, il pensiero che le attraversò la mente in quel momento fu solo Il cliente andrà via senza aspettarmi. Non firmerà il contratto ed io perderò il lavoro. Solo di questo riusciva a preoccuparsi, eppure in quel momento aveva qualcosa di ben più urgente a cui pensare.

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Nessuna domanda a cui rispondere in questa edizione del concorso. Semplicemente, continuate la storia e concludetela.  Buona scrittura a tutti!

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Leggi il racconto completo

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Vinci “Apri gli occhi”

Apri gli occhiDa oggi fino alla fine del mese di agosto questo blog non verrà aggiornato causa vacanze.

Vi lascio con un’anticipazione interessante: presto partirà il concorso Ink Dreams – Sogni d’inchiostro, indetto dall’Isola della poesia con la mia collaborazione. Si partecipa con una sola poesia che deve avere come tema i sogni da realizzare. La partecipazione è gratuita e il premio consiste nella pubblicazione sul sito Isola della poesia e in una copia autografata e con dedica del mio secondo libro, “Apri gli occhi”.

Per saperne di più occorre leggere il regolamento. Lo trovate qui: Concorso Ink dreams. Il concorso non è ancora aperto. Nel frattempo potete farvi un’idea delle regole per partecipare e magari dare un’occhiata all’Isola della poesia, un sito davvero ben fatto su cui molti ambiscono di pubblicare le proprie opere poetiche.

Per saperne di più su Apri gli occhi, invece, vi invito a cliccare qui.

Buone vacanze e buona scrittura a tutti! 🙂

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L’avvenire

m-c-escher-mani-che-disegnanoSolleviamo la paglia
Guardiamo la neve
Scriviamo lettere
Aspettiamo ordini

Fumiamo la pipa
Pensando all’amore
I gabbioni son lì
Guardiamo la rosa

La fonte non s’è inaridita
Né la paglia d’oro è sbiadita
Guardiamo l’ape
E non pensiamo al domani

Guardiamoci le mani
Che sono la neve
Sono l’ape e la rosa
Nonché il domani

(Guillarme Apollinaire)

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Si viene per dare (Oltre)

Con questo post si conclude la serie dedicata al libro d’esordio di Alfredo Cosco Si viene per dareAlfredo Cosco - Si viene per dare. Ribadisco quanto sia importante acquistare libri di esordienti e vi consiglio ancora una volta queste pagine piene di passione e idee rivoluzionarie, pagine che portano alla riflessione e cercano di aiutare il lettore ad aprire la mente.
La sesta sezione del libro è denominata “Oltre”. L’autore la introduce così:

Oltre… Trascendenza… Dono… Mistero…
Quale è il suono di un applauso fatto con una mano sola?
Dove sono nascosti i sogni degli uomini?
Dove ti spingi quando tutto scompare?
Quante porte apre il Silenzio?
Una linea corre all’orizzonte…
Un bambino traccia a colori pastello per strada un confine…
Come facevano una volta i bambini, quei giochi con le caselle disegnate e saltavano con un piede e con l’altro. Come fanno ancora i bambini, perché il Gioco non finisce mai.
E tu, vedi quel disegno pastello… una sorta di rettangolo colorato, il confine… e ti dici “perché no?”, posi per terra la ventiquattrore e la giacca, ti togli le scarpe, e ti prendi una bella rincorsa, fino al disegno pastello e poi saltare…
Per andare… Oltre.

Dall’I-king al Satori, dai messaggi degli indiani Hopi al viaggio sciamanico, in “Oltre” avremo modo di accostarci a varie discipline e particolari modi di vivere e vedere il mondo.

Il libro di Alfredo si conclude con tre storie e relative interviste a persone particolari. Si tratta delle vicende umane di tre uomini che secondo l’autore “sono in grado di Dare”. Non citerò nulla da questa settima parte del libro, per questo non pubblicherò un post dedicato proprio a quella sezione. Mi limiterò a dirvi che è interessante osservare come Alfredo Cosco cerchi di entrare in queste tre persone, individui dalle difficili vite, e di come leggendo le sue domande si abbia l’impressione di cogliere un rispetto per l’essere umano e una delicatezza che non impediscono alla sincerità, alla chiarezza e alla curiosità di Alfredo esprimersi in parole. Tre uomini particolari, quelli intervistati da Alfredo. Uno di loro è Carmelo Musumeci, parte dell’ingranaggio delle prigioni, la cui pena non avrà mai fine.
Non dico altro di quest’ultima parte del libro. Spero di aver suscitato la vostra curiosità.

Vi lascio con un estratto da “Oltre”.

METEMPSICOSI

C’è un linguaggio dell’anima che non muore mai.
E nulla accade per caso. Si viene e si va.
Ma non è mai per caso.
E alcune persone ci insegnano e noi insegniamo loro.
In questo vortice immenso, che non ci
abbandona, ma ci prende per mano.
Ciò che è stato costruito in cielo,
e percorre i territori dell’anima, segue i tuoi passi anche in
lontananze siderali.
Mani tese sfiorano i roveti ardenti.
Per accogliere senza giudicare.
Per accogliere senza condizioni.
In fin dei conti è una vita che vale.
L’amore arriva nella stanze coperte,
qualcuno trova i nostri disegni appena pennellati e i sudori raccolti
come pugni disarmati, o guerrieri di sogno, o altre giostre, senza
biglietti da pagare.
C’è qualcosa di eterno nei pomeriggi appena
sbucciati, negli accordi di musica strimpellati sul legno, girando la
pagina, tra il vecchio e il bambino.
Ci sono praterie solcate fin da
quando tutto questo che vedi e senti era polvere e ci saranno ancora
quando il sole sarà solo un lontano mito e una leggenda.
Ma i sogni intagliati sull’anima… quelli no, non moriranno mai.

(Alfredo Cosco) 

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Dallo stesso libro:

Lettera a mio figlio (dalla Parte I: Amore)
Non sei tu a segnare (dalla Parte II: Ispirazione)
Come se (dalla Parte III: Disciplina)
Questo è un uomo (dalla Parte IV: Resistenza umana)
Essi vivono (dalla Parte V: Bellezza)

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Chiedo silenzio

autunnoOra, lasciatemi tranquillo
Ora, abituatevi senza di me.
Io chiuderò gli occhi.
E voglio solo cinque cose,
cinque radici preferite.
Uno è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza vedere che le foglie
volino e tornino alla terra.
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.
La quinta cosa sono i tuoi occhi.
Matilde mia, bene amata,
non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io muto la primavera
perché tu continui a guardarmi.
Amici, questo è ciò che voglio,
È quasi nulla e quasi tutto.

(Pablo Neruda)

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Dello stesso autore:

Questa volta lasciami essere felice
Come dorme un gatto
Il gatto
Ho paura
Ode al gatto

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