“Apri gli occhi” secondo i lettori (4)

Come dico sempre, i pareri dei lettori sono molto importanti. Ne raccolgo ogni giorno di diversi su entrambi i miei libri, ed è sempre bello scoprire quanta voglia abbiano le persone di comunicare le loro sensazioni post-lettura. Anche le critiche sono bene accette, naturalmente. 🙂
Oggi vi propongo una recensione scritta da Luca, il webmaster dell’Isola della poesia, un sito che ormai dovreste conoscere anche voi, viste le tante occasioni che ho colto per parlarvene. 😉

Potete leggere la recensione cliccando sull’immagine qui sotto.

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“Apri gli occhi” su “Il Quotidiano”

Salve naviganti,
dopo la presentazione di Apri gli occhi dell’8maggio 2011, è uscito un articolo su “Il quotidiano” di Catanzaro. Ringrazio Franca Fortunato, che ho conosciuto quella sera e che ha scritto l’articolo.

Per ingrandirlo e leggerlo con comodità basta cliccarci sopra.

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Si viene per dare (Amore)

Alfredo Cosco - Si viene per dareCome promesso, eccomi qui a parlarvi di nuovo del libro “Si viene per dare”, di Alfredo Cosco.
La prima parte è dedicata all’amore, e l’autore la introduce così:

Amore è l’inizio del Viaggio. Senza Amore neanche inizi. Senza Amore non potrai andare fino in fondo. Senza Amore non potrai resistere quando la notte scende e fa freddo, e hai fame e sei solo. E con l’Amore che attraversi il buio, è per Amore che mordi le labbra e vai avanti. E per l’Amore che l’alba ti troverà ancora sveglio. La prima parte di questo libro, non poteva che essere quella sull’Amore. Ma anche nelle altre l’Amore non cessa mai di essere nella sottile matrice, nella filigrana essenziale, nella spinta propulsiva… di quanto è scritto. Tante manifestazioni d’amore scorrono in questa prima parte. Tanti volti del Cuore, ma l’Energia Originaria è la stessa. Essa cambia forma, ma è sempre la stessa Forza sotto mille sembianze. Ci sono saggi che svalutano ogni forma di amore concreto come illusorio. Esisterebbe per loro solo il sentimento di amore puro e le forme concrete di amore sarebbero illusioni. Io credo che quel sentimento puro esista… ma che esistano anche le forme concrete. E che ogni emozione di amore sia splendidamente unica.
Quel volto che hai davanti proprio in questo momento non è solo “un” volto, ma è unico, irriducibile, indistruttibile…

Ho scelto per voi un estratto da questa prima parte del libro: Lettera a mio figlio. Buona lettura!

LETTERA A MIO FIGLIO

Tu figlio di un altro tempo,
che leggerai questa in un tempo in cui io non ci sarò più,
in cui sarò una traccia lasciata nell’aria, uno spirito nel vento…
Tu figlio non ancora concepito,
che leggerai quando forse sarai padre, in tutto un altro tempo.
Chissà come sarà il mondo allora. Sì, perché ci sarà.
Ci sarà sempre il mondo. Ci saranno sempre uomini. Sono stato sempre
un ottimista.
Salutami quel sole che ancora ti accoglie e accolse me e i miei
compagni, me e tutte le stelle che incontrai nel cammino. Me, mentre
amavo, o urlavo o cantavo.
Questa lettera è stata buttata come un turacciolo in una piccola
antica nave. Una notte fonda come le altre.
Quando non ho avuto una notte fonda?
Chissà se ci sono ancora cinema aperti, se ancora i libri sono su
carta. Ma credo di sì. I Libri sono come la ruota, non moriranno mai.
Hai bussato a lungo alla porta. Non ero propriamente ragazzo quando
nascesti. Non era propriamente ragazza neanche lei. Presa per un pelo,
dura da raggiungere.
Ma del resto cosa non è stato duro da raggiungere?
Ci saranno sempre quelli dal cappello al chiodo, finti lavori, finte
famiglie, finti sogni, finti amori. Muori semmai, ma non cercarti una
nicchia.
Meglio avere un coltello tra i denti che essere servi.
Meglio la solitudine che finti amori.
E se cercheranno di spegnere le tue passioni, beh tu suda più forte..
perché per ognuno che si illumina altri troveranno la forza,
In fin dei conti… vedi?…Ti dico un mucchio di banalità… cose
scontate.
Ma ci credo.
E se troverai il dolore, scendici dentro, stringi la mano sui chiodi e
oltrepassalo.
Se c’è qualche mio vecchio libro, o segno nel mondo… a volte
rileggilo, giusto per sfiorare con le dita la carta e vedere ancora se
son rimasti trattenuti un po’ dei mie sogni.
E sapere che un tempo ci siamo stati anche noi.
E ci siamo alzati ridendo sfidando i lupi e i giganti, stringendoci la
mano come cavalieri pazzi,
Che non siamo stati docili, ma le abbiamo date le nostre belle pedate.
Le abbiamo fatte le nostre belle corse.
E ti diranno di riposarti, che c’è tempo… di rilassarti, di non darti
arie, di non prenderti sul serio, di darti una regolata, di
accontentarti. Ma invece ti dico: dacci l’anima, morditi il labbro,
ruba a ogni notte le sue ore. Non prendertela comoda, e sei stanco
buttati acqua freddo sul viso e continua. Hai la responsabilità di un
Sogno. Un Sogno vive in te, o morirà per sempre.
E se tutti ti diranno che quella montagna non la puoi scalare…
scalane tre…
E lascia andare gli amici da saldi. Lealtà assolute… fedeltà
assolute…
Pretendile, meritale, conquistale…
Non so se darai il mio nome a un pesciolino rosso… a ‘sto punto meglio
un criceto, i pesciolini rossi muoiono subito…
Nessuno di noi è mai stato davvero solo. E forse sentirai dire che
tutto è merda, solo roulotte del caso. Spero che tu vivrai quelle
notti, quelle notti in cui saprai che tutto è così Grande che le
parole non basteranno mai a spiegarlo, che c’è di più, immensamente
di più, di quanto potranno mai dire esperti o professori, scienziati o
libri…
In fin dei conti, non so ancora cosa posso averti lasciato. Figurati,
non so neanche il tuo nome. Spero ci sia anche qualcosa però, come un
pugno alzato, o una foto ingiallita, o una collezione segreta, un
orologio a cipolla, o una lettera d’amore sfuggita agli incendi…
sentieri di pietre acciottolate, o colpi appena dipinti lì in fondo,
da portare nell’anima.
Se per ogni cazzata avessi un euro, chissà che pensione benestante
avrei. Ne ho fatte tante. Sicuramente né farò altre.
Cazzata dopo cazzata ho costruito un mio sentiero con le ginocchia, ho
trovato la mia strada in mezzo alle capate ai muri, ho spalato tanta
merda, sai? Ma alla fine la Strada ci prende con sé e si
impadronisce di noi. E forse sarà la follia a salvarti quando avrai
perso ogni ragione.
Posso dirti che ho amato. No, non mi sono tirato indietro. Mai tirato
indietro. Non ho mai fatto compromessi. Se non puoi dare tutto, è
meglio che muori. Sono cattivo? Ma ha senso amare solo quando senti la
tromba e nudo in mezzo ai leoni puoi guardarli negli occhi. Posso
dirti che ho amato con tutti i polmoni… e parlo anche per il tempo
che verrà.
E allora ama senza ritegno. Con tutti i polmoni. Vivrai in piedi…
E morirai in piedi. Mi piace credere di essere morto in piedi,
scalando una bella montagna, magari in qualche impresa impossibile, in
qualche viaggio selvaggio.
No, non ti avevo mai parlato di questa lettera…
Scritta in una notte folle come tante…
In anni incredibili… anni di lotte incredibili e di amici
fantastici.
Una notte in Italia, maggio 2009.
Un ragazzo con idee balzane alla tastiera,
un mondo lontano, balzano e glorioso…

Hasta Siempre Esperanza

(Alfredo Cosco)

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Dallo stesso libro:

Non sei tu a segnare (dalla Parte II: Ispirazione)
Come se (dalla Parte III: Disciplina)
Questo è un uomo (dalla Parte IV: Resistenza umana)
Essi vivono (dalla Parte V: Bellezza)
Metempsicosi (dalla Parte VI: Oltre)

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 4)

libreria-classica-ad-angolo-170754Eccomi di nuovo tra voi, pronta a raccontare un altro episodio della pseudocultura di convenienza.
Il quarto capitolo è quello a cui penso con più tristezza…

Dunque, poco tempo dopo l’episodio raccontato nel Capitolo 3, mi trovo davanti una buona occasione: tramite un amico giornalista che mi ha già aiutato a far conoscere il mio libro, si palesa la possibilità di partecipare ad un programma televisivo che parla di libri. Si tratta naturalmente di una trasmissione in una tv locale, ma è comunque una buona occasione per farsi conoscere.
Questo amico giornalista, che qui chiamerò Carmelo, ha contatti con molti conduttori di programmi televisivi, con altri giornalisti come lui e con la città intera, mi sa.
Di sua spontanea volontà decide che vuole procurarmi questa intervista in tv, così chiama più volte chi si occupa di queste cose per parlare di me. Le telefonate avvengono a volte in mia presenza, e con un certo fastidio noto che le risposte di chi sta dall’altra parte del telefono sono evasive e tendono a rimandare pur di non dire un secco no.
Tutto questo non sembra avere una ragione degna di essere espressa, ma comunque Carmelo insiste. Mi chiedo cosa si debba fare per arrivare a partecipare a questi programmi… Cosa si deve fare o chi si deve essere per arrivare a quel livello lì? Eppure è solo una piccola tv locale, mica canale 5!

Carmelo insiste, insiste e insiste. Passa qualche settimana e lui ancora chiama e insiste. Un giorno, mentre siamo insieme chiama di nuovo. È l’ennesima volta, ma in questo caso ha pianificato qualcosa, perché ha la sua copia del mio libro in tasca e chiama direttamente il conduttore della trasmissione, non più segretarie o aiutanti vari.
Appena chiusa la comunicazione mi dice: «Vieni, andiamo da questo amico». Mi spiega che Giuseppe (nome fittizio) abita lì vicino e che andiamo a parlare con lui per ottenere questa intervista in tv.

Camminiamo per meno di cinque minuti prima di arrivare a casa di Giuseppe. Saliamo le scale e raggiungiamo il piano giusto. L’uomo che ci fa entrare è proprio Giuseppe. Ha modi sbrigativi ed è avaro di sorrisi. Sembra che abbia un po’ di fretta. Non ci stringe la mano, non si sofferma un attimo a salutare Carmelo, ci fa subito entrare in casa facendoci strada verso il suo studio.

Ho il tempo di notare un corridoio buio con mobili pesanti di legno scuro e qualche soprammobile di porcellana su centrini bianchi fatti a mano. In un attimo eccoci nello studio. WOW… è il paradiso! In una stanza molto grande e spaziosa, una scrivania di legno massiccio troneggia davanti alla finestra che si trova sulla parete di destra. Le altre tre pareti sono completamente ingombre di libri stipati stretti stretti in librerie che partono da terra e arrivano al soffitto. Sono centinaia di titoli, la maggior parte dei quali sembrano antichi. Anche la scrivania è ingombra di libri, e poi c’è un computer, carte varie e neanche un centimetro di spazio libero.

Giuseppe arriva dritto dritto alla scrivania e si piazza dietro di essa rimanendo tutto il tempo in piedi.
Ci sono alcune sedie nella stanza, ma anche quelle sono ingombre di libri e fogli svolazzanti, così rimaniamo in piedi anche noi. Giuseppe si giustifica in qualche modo dell’impossibilità di farci sedere, ma a Carmelo importa poco, vuole arrivare subito al punto. Neppure risponde alle scuse per le sedie ingombre, ma dopo un veloce come stai? seguito da pochi altri sbrigativi convenevoli, comincia a parlare di me. Mi presenta ed io allungo a Giuseppe la mano sopra la scrivania dietro cui si trova ancora, rigorosamente in piedi. Mi stringe la mano abbozzando un sorriso.
Carmelo parla del mio libro, degli articoli che mi riguardano pubblicati su vari giornali, poi dice quanto mi crede brava eccetera eccetera. Mi vende bene, insomma. Io ascolto e osservo.
La successiva mossa di Carmelo è di chiedere in modo diretto a Giuseppe se vuole ospitarmi nella trasmissione per presentare il libro.
A questo punto si mostra più affabile e disponibile e sfodera anche un incerto sorriso.
«Certo, come no! Possiamo organizzare per la prossima settimana, dovrei avere un buco libero».
Ottimo, non mi aspettavo questa risposta.
Carmelo aggiunge qualche notizia sul mio libro e spiega come potrebbe essere svolto il discorso in proposito. Non che voglia rubargli il mestiere, non è proprio tipo; vuole solo fargli capire di che libro si tratti, visto che lui l’ha già letto.

In quel momento mi viene in mente una cosa importante, anzi, la cosa più importante di tutte. A me non interessa solo parlare del libro, a me interessa soprattutto spiegare qualcosina su come si pubblica, sull’editoria a pagamento e via dicendo. Lo dico a Giuseppe chiedendogli se sia possibile affrontare anche questo argomento nella trasmissione. Spiego anche che io ho pubblicato senza pagare e che credo sia importantissimo parlare delle difficoltà che riguardano questo aspetto della mia esperienza. Giuseppe abbassa gli occhi, poi dice: «Anch’io ho pubblicato due libri. Due raccolte di poesie». «Ah sì?» rispondo sinceramente interessata. Un collega! «Sì, solo che io ho pagato…». Ahi, non mi è piaciuto affatto il tono di voce… non mi piace neppure l’espressione affranta.
Non dico nulla, Carmelo mi salva cambiando discorso. Chiede conferma dell’intervista dicendo che dovremmo scambiarci i numeri. Giuseppe risponde subito: «Sì, certo». Poi si rivolge direttamente a me: «Dammi il tuo numero che ti chiamo io appena so quando si può fare». Gli detto il numero, che lui segna su un foglietto di carta, e poi gli chiedo se sarà lui ad intervistarmi o a condurre il programma. Dice sì.
A quel punto, Carmelo tira fuori dall’ampia tasca dell’impermeabile la sua copia del mio libro e la porge a Giuseppe. Ecco a cosa gli serviva!
Credevo che almeno lo sforzo di spendere 11 euro e 50 centesimi Giuseppe l’avrebbe fatto! Poi però mi dico: se Carmelo gli ha portato la sua copia, significa che sa come funzionano queste cose… sa che non l’avrebbe comprato in ogni caso. Carmelo gli porge il libro dicendo: «Ti lascio la mia copia, così intanto lo leggi». Ma Giuseppe risponde: «No, non c’è bisogno, poi me lo riassumi tu!»
Vorrei dire qualcosa, ma le parole mi muoiono in gola. Vuole fare una trasmissione per parlare di un libro che neppure ha letto? Vuole il riassunto? Ma stiamo scherzando? Anche Carmelo non dice nulla. Giuseppe ci accompagna alla porta. Prima di uscire mi conferma, senza che io gli abbia chiesto nulla, che mi chiamerà per l’intervista. Ovviamente, non l’ho più sentito.

Scendendo le scale ripenso allo studio pieno di libri…
Penso che forse tutti quei volumi sono un’eredità paterna, eredità che forse non ha portato con sé la passione, ma solo l’oggetto che l’ha mossa. Eredità o no, avrà letto qualcuno di quei libri? Ma no, si sarà fatto fare il riassunto da qualcuno…!

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– Leggi il Capitolo 1
– Leggi il Capitolo 2
– Leggi il Capitolo 3
– Leggi le Conclusioni

Oppure… scarica l’ebook gratuito e leggili tutti comodamente

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Presentazione di “Apri gli occhi”

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Siete tutti invitati, domenica 8 maggio alle ore 21 alla presentazione del mio secondo libro, Apri gli occhi.

L’evento si svolgerà al Caffè delle Arti di Catanzaro, in Via Fontana Vecchia. Sarà una bella occasione per pormi delle domande, acquistare il libro scontato del 20%, avere una bella dedica e un autografo e soprattutto ascoltare un interessante dibattito.

Non si tratterà di una presentazione classica. Due persone saranno con me sul palco, una pro, l’altra contro il mio libro. Un sostenitore ed un oppositore per presentare a tutto tondo Apri gli occhi dando due diversi punti di vista su un’unica opera.

La serata non sarà incentrata solo sul libro, ma rappresenterà una buona occasione per parlare di editoria, delle mie esperienze in proposito, del mio punto di vista e delle difficoltà che ogni scrittore esordiente deve affrontare.

Ecco alcuni elementi che potrebbero farvi decidere se partecipare a questa serata:Apri gli occhi

Una generica presentazione del libro

Le recensioni dei lettori

I primi capitoli

Spero di avervi convinti.

Vi aspetto tra una settimana al Caffè delle Arti di Catanzaro, alle ore 21:00. Non mancate!

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Si viene per dare

Alfredo Cosco - Si viene per dareBuongiorno naviganti,
dopo una lunga assenza eccomi di nuovo tra voi. In genere non scrivo post che parlino di libri di esordienti, e ho due motivi per non farlo. Il primo è che per parlare del libro di un esordiente devo prima di tutto essere certa che la pubblicazione sia senza contributo, il secondo è che il libro deve essermi piaciuto (non sono qui per stroncare scrittori agli inizi). Insomma per Alfredo Cosco farò un’eccezione, ma ne vale la pena. Si viene per dare è il suo primo libro ed è certamente un’opera che merita attenzione. Non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, non è una silloge di poesie. Si viene per dare è una sorta di saggio sulla vita e sul modo di viverla. Il linguaggio è articolato, ma fluido, gli argomenti sono vari e spesso molto diversi tra loro, ma legati da un’idea: si vive (si viene) per dare qualcosa al mondo, per lasciare un segno, per acquisire la consapevolezza di essere vivi e in grado di imprimere sulla terra un’impronta. Tutto questo non si traduce nell’idea limitativa di fare qualcosa di oggettivamente grande (che so, scoprire la cura per il cancro o salvare un’intera popolazione), ma piuttosto di fare qualcosa di grande per se stessi, di vivere l’amore o le passioni in modo pieno e sano, di riuscire ad aiutare le persone nelle piccole cose o sconfiggere con la forza di volontà e la tenacia le difficoltà della vita. Si viene per dare è un inno all’ottimismo consapevole ed equilibrato, è una spinta verso il superamento di quelli che riteniamo, spesso erroneamente, limiti invalicabili, è una porta aperta verso molte possibilità che spesso ci precludiamo. Il libro è diviso in sette parti, così denominate: Amore, Ispirazione, Disciplina, Resistenza umana, Bellezza, Oltre, Tre storie.
Ognuna di queste parti racchiude numerosi racconti di vita e riflessioni. Cercherò, nel corso dei prossimi mesi, di presentarvi ognuna di queste sezioni in un post, spiegandovene il contenuto e l’intenzione e proponendovi poi un estratto di ognuna. Cominceremo tra alcuni giorni con Amore, seguendo l’ordine delle sezioni all’interno del libro.
Vi invito comunque ad acquistarlo, perché in questo modo non solo aiuterete un bravo esordiente ad andare avanti, ma potrete leggere un buon libro che certamente vi arricchirà.
Potete acquistarlo dal sito dell’editore (www.edizionidelpoggio.it) o dai principali siti di vendita di libri online. In alternativa, si può sempre ordinare in libreria.
Se vi interessasse leggere un’intervista fatta ad Alfredo, cliccate qui.

Vi lascio con un primo estratto dal libro: la premessa scritta dall’autore.

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Premessa dell’autore

Non so chi sia tu che adesso sta leggendo queste pagine. Non so proprio quanti anni porti addosso, quanta vita, quante lacrime, quanta gioia, quanto dolore, quante speranze. Vorrei poterti stringere la mano, sentire la tua voce, guardarti in faccia.
Non so chi tu sia, eppure tu e io non siamo due mondi distinti, due parallele che non si incontreranno mai. Facciamo parte di una stessa Strada, di un Cammino che ci mette a dura prova.
Non so chi tu sia, non conosco le tue battaglie… non so se cerchi ancora qualcosa, se senti che c’è qualcosa per cui vivere e per cui rischiare la vita, o se ti sei lasciato prendere dalla corrente anche tu. Se trascini i tuoi giorni, e vai avanti per inerzia. Se ti senti prigioniero di un film che non ti appartiene. Se vivi di riflesso, ingoi dieci rospi al giorno, e ti limiti ad avere vaghe aspirazioni di tanto in tanto, come quei viaggi, che ci si promette un giorno di fare tanto per auto illudersi un po’.
Io non so se tu ti stai accontentando.
Non so se stai lasciando morire la tua scintilla, giorno per giorno. “Seppelliscila!”… dicono… “Spegni quel fuoco! Abbassa la testa! Sono tutte illusioni! Accontentati… accontentati… accontentati…”
Faranno di tutto per spegnertela quella Scintilla.
Questo libro è per te, per quella fiamma che insiste a non volersi spegnere, per quei sogni che non puoi davvero uccidere, per quella rabbia che non sopporta il frustino, per quelle corse che devi ancora fare, per quell’amore che ti sta attendendo.
Io sono su questa Strada polverosa, dura, crudele, sporca, dolce e magnifica… Come lo sei tu. Qualcosa ho raccolto negli anni, qualcosa di bello, qualcosa mi è stato regalato, qualcosa mi è sbattuto addosso, qualcosa mi è costato notti insonni. Ho un po’ di polvere di stelle, un po’ di pietra magiche, un po’ di simboli, musiche e storie…
Qualcosa ho ricevuto, specialmente quando ero ogni giorno sembrava una tagliola e l’oscurità inghiottiva l’anima… qualcosa ho ricevuto…
Ed è bellissimo riuscire a svegliarsi sapendo che c’è un grande grande Sole che ti illumina l’anima, che hai qualcosa per cui combattere, qualcosa in cui credere. Che puoi essere una fiaccola che illumina la notte.
Qualcosa mi ha tenuto in piedi quando i miei giorni scivolavano via…
E vorrei poterla dare a te.
Non come maestro di nulla, ma come compagno di viaggio.
Ricordo una notte, coltri e coltri di buio, la morte rideva,
ricordo che non era rimasto più nulla di vivo, ricordo che il sole era nero
e i pazzi saltimbanchi del Moloch preparavano il banchetto,
e poi fu un momento, solo un momento…
Si può morire per un momento del genere…
Passa ora una canzone… Alive and kicking… Simple Minds… un brano…

Che cosa farai quando l’amore ti distruggerà bruciandoti?
Che cosa farai quando le fiamme saliranno?
Chi verrà e cambierà il corso degli eventi?
Cosa bisogna fare per far sopravvivere un sogno?
Chi ha la facoltà per poter calmare la tempesta interiore?
Chi ti salverà?

Cosa farai quando sarai messo davvero alla prova?
Quanto amore e forza avrai dentro?
Sarai il tuo tempo che rivelerà chi sei.

Non ho molto altro da dire…
So solo che ne sarà valsa la pena, non arrendersi quando tutto sembrava perduto.
So che mi mostrerai tutti i segni delle tue battaglie, come stelle della Costellazione del Cuore.
So che saremo contenti di avere perseverato.

So che alcuni pensano solo a riempirsi la tasca.
Altri si arrampicano su una torre di letame.
Altri ancora credono che si viene per niente.
Mentre… e su questo metto la mano sul fuoco…
Si viene per dare.

(Alfredo Cosco)

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Leggi degli estratti:

Lettera a mio figlio (dalla Parte I: Amore)
Non sei tu a segnare (dalla Parte II: Ispirazione)
Come se (dalla Parte III: Disciplina)
Questo è un uomo (dalla Parte IV: Resistenza umana)
Essi vivono (dalla Parte V: Bellezza)
Metempsicosi (dalla Parte VI: Oltre)

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 3)

biblioteca1Eccoci al terzo capitolo della pseudocultura di convenienza. Pronti?
Bene.

Dopo essere stata nelle librerie, ho pensato di passare alle biblioteche. Se in libreria l’obiettivo è il profitto, in biblioteca dovrebbe essere tutt’altro, no? Sì, in teoria sì, ma l’esperienza insegna che teoria e pratica sono diverse come la realtà dai sogni.
Comunque ho deciso di tentare, ancora convinta che da qualche parte nella mia città la cultura riuscisse ad averla vinta sulla convenienza.

Senza pregiudizi di sorta né aspettative troppo alte sono andata per prima cosa nella biblioteca che frequento. Per intenderci, nella mia città di biblioteche ce ne sono due, e credetemi, sono anche troppe, considerando la quantità di lettori!
Comunque un bel giorno vado in biblioteca portando con me due copie del mio libro, una locandina e una bella pila di segnalibro pubblicitari. Chiedo subito di parlare con il direttore ed entro pochi minuti arriva. Neppure mi invita ad entrare nel suo ufficio o a sedermi da qualche parte, mi chiede direttamente cosa voglio lì dove siamo, vale a dire in mezzo ai piedi, proprio davanti all’ascensore, vicino al bancone dietro cui le ragazze che si occupano dei prestiti sono schierate davanti agli schermi dei loro pc. Sul momento non faccio caso a questa poca considerazione, cerco di concentrarmi su ciò che sto dicendo.

Il direttore della biblioteca è un uomo sulla sessantina, alto e molto magro, con pochi capelli grigi e occhi azzurri che spiccano sul un viso lungo dai lineamenti delicati. Porta degli occhiali con la montatura sottile e ha una vocina piccola piccola e modi lenti. Serafico, questo è il primo aggettivo che mi viene in mente quando lo vedo. Poi penso che altri non è che l’uomo che legge sempre il giornale nella sala di lettura che entrando si trova subito a destra. Lo vedo spesso, ma solo quel giorno scopro che è il direttore.
Mi presento e inizio a palargli del mio libro. Mi ascolta, ma pare abbia fretta e non gliene freghi un tubo. Beh, questa seconda cosa la noto in un secondo momento, a freddo. A caldo cerco di concentrarmi sulle parole da scegliere e sul tono della mia voce. Gli spiego che ho pubblicato senza contributo. Attimo di paura, ripenso al libraio… No no, lui sa cosa significa, almeno!
Dice qualcosa come: «Brava, questo significa molto. È un bel traguardo. Complimenti». Ringrazio, ma non posso fare a meno di pensare che anche il libraio ha detto qualcosa di simile. Sorvolo e continuo a parlare. Mi chiede chi sia l’editore e di cosa parli il libro ed io rispondo con naturalezza dicendogli poi che una copia è per lui, che gliela regalo. Grosso errore: quella copia non verrà letta, non verrà sfogliata, non avrà neppure l’onore di essere lasciata a prendere polvere nella libreria di casa sua…
Ringrazia, prende il libro e se lo rigira tra le mani. Nel frattempo gli chiedo se posso lasciare una locandina, un libro da donare alla biblioteca e dei segnalibro da regalare a chiunque li voglia. Dice sì a tutto, anzi, mi fa attaccare la locandina proprio in quel momento alla bacheca che c’è accanto a noi. Provvedo, poi gli accenno una mia idea: visto che hanno una sala conferenze adatta allo scopo, mi piacerebbe, se fosse possibile, fare una presentazione lì.
«Certo, come no? Fatti dare un modulo da quella ragazza e prenota la sala» risponde. Quasi si entusiasma, lo vedo interessato… troppo interessato, in effetti. Un attimo prima era indifferente e quasi assente, ora è interessato. Qui gatta ci cova. Sorvolo, non è il momento di chiedersi dove sia la fregatura.
Subito penso che una presentazione ha bisogno di un relatore e gli chiedo se sarebbe disposto ad occuparsene. Spero dica di sì, perché ho idea che le altre persone a cui potrei chiederlo non accetterebbero.
Senza neppure pensarci dice no, che lui non si occupa proprio di queste cose. E va bene, troverò un altro relatore, in qualche modo. Non mi fa domande, io non ho altro da dire, così lo saluto e gli dico che per la presentazione prenoterò subito la sala. Va via con il mio libro sotto braccio. Si dirige nella solita sala lettura… scommetto che il giornale è lì che lo aspetta.

La ragazza che il direttore mi ha indicato mi dà un modulo da riempire. Dopo una decina di minuti, a modulo riempito la ragazza mi informa che per la sala sono 100 euro, ma posso pagare dopo, non devo preoccuparmi. Ah, ecco! La cultura, la cultura! Già, la cultura… ecco spiegato l’interesse del direttore.
«Ah sì?» dico senza dissimulare sorpresa e disapprovazione. «Non lo sapevo! Allora non mi interessa, puoi strappare il modulo». E glielo restituisco.
Cavolo, se devo spendere 100 euro per la sala, la presentazione la faccio come e dove dico io, e non in una biblioteca in cui dovrebbe interessare la cultura anziché il profitto!
La ragazza mi guarda stupita, ovviamente non si aspettava affatto la mia reazione. Ci pensa un minuto, poi mi dice: «Aspetta un attimo». E si allontana.

E ora? Aspetto. Torna qualche minuto dopo dicendo: «Il direttore ha detto che va bene così».
«Che vuol dire?» chiedo, basita. «Non devi pagare la sala, va bene così».
Tuttora, a ripensarci, non capisco questa cosa. Comunque dico grazie e vado via.

Tornando qualche giorno dopo mi guardo intorno. Hanno archiviato il mio libro, che ora ha il suo codice ed è al suo posto nello scaffale, ma… un momento! Qui ce ne sono due copie! Ok, un respiro profondo e contare fino a 378993272836418168, poi forse potrò evitare di andare a sbranare il serafico direttore che ha avuto la magnifica pensata di donare la sua copia alla biblioteca.
Non vado via immediatamente perché devo restituire un libro, ma il mio umore è nero pece e quello che sto vedendo non aiuta. La locandina è già stata tolta, tanto per cominciare. E poi…
Accanto al bancone c’è un scaffale abbastanza grande nel quale vengono esposti in bella vista i nuovi acquisti e libri più richiesti. E il mio libro, che oltre ad avere bisogno di visibilità è anche una nuova uscita e un nuovo arrivato nella biblioteca, perché non è lì? Perché sono passati e rimasti per mesi libri di scrittori del luogo e il mio invece non ha neppure sfiorato quello scaffale?
Caspita, mi aiutano proprio! E dire che non gli costerebbe nulla! Ma per quel giorno ne ho avuto abbastanza, così restituisco il libro, saluto ed esco.

Ah, aria fresca non contaminata da pseudocultura di convenienza!

Passano dei giorni ed io rimugino. Cerco anche un relatore per la presentazione, ma le uniche persone adatte dicono no, perché questi eventi secondo loro nella nostra città sono solo parate. Non mi dicono di rinunciare, ma mi informano con delicatezza che a Vibo Valentia alle presentazioni vanno due gatti, neppure quattro. C’è disinteresse, dicono.
Persone sagge, avevano ragione da vendere!
Tra il disinteresse del direttore, l’aiuto assente, il relatore che non si trova, decido di annullare tutto. Ad essere onesta, l’atmosfera poco culturale e la collaborazione pari a zero mi hanno spinta a non tentare nemmeno, specie perché ho deciso di non voler avere a che fare con questa gente. E poi anche l’orgoglio vuole la sua parte, che diamine!

Annullo la presentazione e un giorno, non ricordo neppure se fossi lì proprio per questo o invece per restituire qualche libro, sono costretta a contare di nuovo fino a numeri improbabili.
Certo al direttore non sono rimasta tanto impressa, perché al momento di dire a qualcuno chi sono per rispondere ad una domanda diretta, annaspa alla ricerca del mio nome… lo fulmino con lo sguardo, ma è un fulmine sprecato, perché dalla vergogna guarda a terra e poi mi chiama signorina Villella o qualcosa di simile. Cavolo, gli sono rimasta proprio impressa, eh! Vorrei correggerlo mettendo nella mia voce tutto l’astio di cui sono capace, ma mi esce dalla bocca un tono rassegnato e stanco. Lui si imbarazza ancora di più e poi a testa bassa si allontana.
Dovrebbe vergognarsi di non avermi detto la verità, cioè che se ne infischia di me e del mio libro e che non ha alcuna intenzione di aiutarmi seppure non gli costi assolutamente nulla. Ma cosa mi aspetto da gente del genere, dopotutto?

Vado via sconsolata, sono un sospirare con gambe e braccia che cammina per il mondo.
Eppure, signori miei, non mi fermo.
Rimugino, rimugino, rimugino ancora e i giorni passano. Poi mi dico che non è giusto, che dovrei almeno ricevere lo stesso trattamento degli altri! Lungi da me, ormai, pretendere un trattamento di favore per i miei meriti, non sia mai!

E insomma prendo il coraggio a quattro mani e torno in biblioteca. Stavolta gli dico quello che penso, altroché! prometto a me stessa entrando.
Chiedo di lui e mi indirizzano nel suo ufficio. Ha un ufficio? Ma dai, non vive nella sala di lettura incollato al giornale? Strano!

Sono nervosa, ma mi contengo bene. Risoluta è la parola adatta. Sono risoluta, sì. Entro e mi siedo. Devo dirgli di nuovo chi sono, perché lo vedo dalla faccia che non si ricorda… E va bene, cerchiamo di non pensarci.
Vado subito al punto e gli dico chiaro e tondo che sono rimasta delusa, che mi aspettavo un minimo di collaborazione da lui. Tutto mi aspettavo, meno che la faccia che fa… è calmissimo, accenna un sorrisetto e scuote la testa. «Per esempio?» chiede.
«Avreste potuto lasciare la locandina per qualche giorno in più, mettere il libro nello scaffale delle novità per dargli un po’ di visibilità, parlarne alla gente che frequenta la biblioteca».
«Non è stato messo nello scaffale?» chiede lui, sempre calmissimo. Ha la faccia di chi se ne infischia dell’universo e tutto gli scivola addosso. Gli darei due schiaffi per svegliarlo, ma è la sua mente che sembra dormire, per cui immagino che non servirebbe a nulla.
«No». Il mio tono è stato secco, credo che la rabbia si inizi a sentire.
«Uscendo dica lei stessa alle ragazze di metterlo» dice poi.
Neanche lo sforzo di dire due parole ai tuoi dipendenti vuoi fare, eh? Mi sa che dovesti tornare a leggere il giornale!
Poi, oltre le mie aspettative mi chiede: «E la presentazione quando la fai?».
«Non ho trovato un relatore, quindi l’ho annullata». Non dice niente. Già, perché lui non si occupa di queste cose.
Il discorso in qualche modo finisce sulle fiere del libro e mi dice che loro presenziano ad alcune fiere in qualità di biblioteca regionale. Mi propone di parlare con una signora che se ne occupa e lasciarle delle copie per la fiera.
Sì sì, certo. Oggettivamente la proposta è buona, ma sono così nauseata dai suoi atteggiamenti da avere un immediato e spontaneo rifiuto per qualunque sua proposta. Ringrazio, dico che ci penserò e lo saluto. Esco dal suo ufficio pensando che è stata una perdita di tempo, che non si può cavare sangue da una rapa e che nella mia città anche con le biblioteche ho decisamente chiuso, non ho alcuna voglia di tentare con l’altra.

Prima di tornare a casa e rigirarmi nella mia delusione, dico alle ragazze di mettere il libo in vista. Ordini del direttore, specifico. Rispondono che lo faranno a momenti ed io decido in quell’istante che non tornerò a controllare. Chi se ne frega! Di alcuni tipi di aiuto si può decisamente fare a meno.

L’avventura sarebbe finita qui, almeno per mia volontà, ma un ultimo episodio, del tutto casuale, ha chiuso in bellezza questo terzo capitolo della pseudocultura di convenienza.

Alcuni mesi dopo essere stata nel suo ufficio, accompagno un amico ad una presentazione nella sala conferenze della biblioteca. Non ero mai stata ad una presentazione, ma quella non è la giusta occasione per cominciare… potete leggere la cronaca di quella serata qui: http://oldsite.chiaravitetta.it/2009/03/05/tutto-il-resto-e/

Quello che sto raccontarvi non l’ho scritto in quella cronaca, perché non aveva alcuna attinenza con la presentazione in sé, ed era invece legato a tutto quello che vi ho appena raccontato.

Arrivo un po’ prima dell’inizio della presentazione insieme al mio amico, che conosce sia il direttore della biblioteca che tutte le personalità del luogo, dagli assessori al sindaco. Davanti al tavolo delle conferenze quattro o cinque uomini dai sessanta in su chiacchierano tranquillamente.
Ci avviciniamo perché il mio amico, che qui chiamerò Antonio, vuole salutarli. Non sa che conosco il direttore, ma ho idea che il direttore stesso non sappia di conoscermi… Comunque ci avviciniamo e vengo presentata a tutti.
«Questa giovane è una scrittrice vibonese molto promettente, si chiama Chiara Vitetta».
Do la mano a tutti e quando arriva il momento di stringere quella del direttore lo guardo male. Non so di preciso cosa abbia visto nel mio sguardo, so solo che non l’ho controllato, perché non ne avevo affatto voglia. Anche questa volta ha abbassato lo sguardo ed è sprofondato nell’imbarazzo, poi ha detto con la sua vocina flebile: «Ah, sì, mi pare di ricordare… non sei venuta a portare qui un libro?» Toh, gli pare addirittura di ricordare! In un attimo di sincera cattiveria rispondo: «Sì, gliene ho anche regalata una copia. L’ha letto, no?».
È incredibile, ma tante volte anche se mentire spudoratamente farebbe fare bella figura, le persone non riescono a farlo e si affidano ad una bugia di medie dimensioni. «Sì, mi sembra… gli ho dato un’occhiata, ricordo qualcosa…» L’imbarazzo permane. Mi maledico perché sono troppo buona e cerco sempre di togliere le persone dall’imbarazzo e di metterle a proprio agio, ma in realtà vorrei tendergli un tranello e smascherarlo.
Vorrei chiedergli ad esempio, così, a bruciapelo, quale delle mie storie abbia preferito, se la prima, la seconda o la terza… (le prime edizioni del mio libro ne contengono solo due).
Invece lascio correre, non dico nulla e permetto agli altri presenti di far predominare i loro discorsi. Quale minuto dopo mi allontano e vado a sedermi. Non so come mi sento… né voglio pensarci.

Un quarto d’ora dopo tutti prendono posto. Al centro del tavolo siederà il relatore principale, colui che gestirà la presentazione.
Non sono affatto stupita quando vedo il direttore della biblioteca sedere proprio al posto centrale.
Guarda un po’, non era lui quello che non si occupava di queste cose?

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Le bocche degli uomini

11-daumier-uomo-su-un-asino“Un giorno, Nasreddin Hodja e suo figlio andavano al mercato. Il figlio cavalcava l’asino, e lui, lo accompagnava a piedi. Un passante brontolò: – Ecco la nostra gioventù moderna: lasciarsi portare tranquillamente dall’asino, obbligando il suo vecchio padre, con il suo pesante turbante, a seguirlo a piedi! – Padre , te lo avevo detto! mormorò il figlio. Andiamo, non indugiare e prendi il mio posto. Nasreddin Hodja acconsenti. Essi fecero cosî un pezzo di strada fino a che si sentirono interpellare da un gruppo di paesani: – Ehi Hodja, le tue ossa si sono indurite, sei rotto dal ricordo degli anni, perché costringi quest’adolescente, nel fiore degli anni, a zoppicare leggermente dietro di te A queste parole, Hodja non trovò meglio che far montare suo figlio dietro di lui, sulla groppa dell’asino. Non erano andati molto lontano che alcuni individui gli sbarrarono la strada, gridando: – Che gente spietata Due persone su di un povero asino E dire che é il nostro famoso Hodja che tollera ciò! Se questa non é una vergogna! Questa volta, Nasreddin Hodja, fuori di se, discese subito dal somaro, ed anche suo figlio, e tutti e due proseguirono andando dietro l’asino libero del suo carico. Siccome ogni cosa ha una fine, subirono i rimproveri di alcuni. mascalzoni che încontrarono poco dopo. – Che idiozia! Vedere l’asino sgambettare e caracollare in libertà, mentre i suoi padroni, sfidando la polvere e l’intollerabile calore, fanno la strada a piedi! Non si è mai vista una cosa simile! – Vedi, figlio mio, disse Nasreddin Hodja, al culmine della pazienza, ammiro le persone che si sono liberate delle malelingue! Tu, fai come ti sembra meglio e che la gente dica ciò che più desidera, perché le bocche degli uomini non sono un sacco che si possa chiudere!”.

(Fiaba sufi)

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 2)

twilight
Ero ancora agli inizi, poco dopo aver preso la prima batosta con Gioia, quando mi è caduta addosso la seconda realtà che non mi aspettavo.
Come ero ingenua, a quei tempi! Sono passati alcuni anni, eppure ripensandoci quasi mi fanno tenerezza le sciocche idee che mi ronzavano in testa. Credevo di avere un diritto e di poterlo esercitare, credevo che mi sarebbe stato riconosciuto un merito e di conseguenza che alcune porte si sarebbero aperte al mio passaggio.

Dopo la prima presentazione fallita, ho deciso che era arrivato il momento di far girare un po’ i miei libri.
Uno dei primi passi, in questi casi, è portare le copie nelle librerie.
La distribuzione del mio editore non è capillare, perciò nella mia zona ho deciso di fornire io i libri alle librerie. Sotto consiglio dell’editore sono andata a chiedere se fossero interessati a ritirare i libri dal distributore prendendoli in conto deposito, ma tra i tanti librari con cui ho parlato, nessuno ha voluto seguire questo iter. Comunque quasi tutti si sono resi disponibili a tenere i libri in libreria se li avessi forniti io. Bene…

Primo pensiero: le copie che io ho acquistato dall’editore e che ho intenzione di vendere hanno un costo.
Secondo pensiero: se le vendessi direttamente io guadagnerei il 50% del prezzo di copertina.
Terzo pensiero: per una questione di immagine ma anche di praticità, è bene fornire le copie ai librai.
Quarto pensiero: due rapidi conti. Quando l’autore fornisce personalmente i libri alle librerie, i librai in genere trattengono per sé il 30% del prezzo di copertina mentre l’autore prende il resto. Considerando che nel mio caso il 50% del prezzo di copertina è per me un costo e detraendo anche il 30% che prende il libraio, mi rimane il 20%.
Quinto pensiero: non scrivo per soldi, non pubblico per soldi, non diffondo i miei libri per soldi.
Sesto pensiero: però, cazzo, vorrei anche che i guadagni altrui sul mio lavoro fossero meritati!
E invece… invece il libraio, comodo comodo sulla sua sedia, senza ritirare libri, assumersi un rischio, impegnarsi per vendere, pubblicizzare, né tanto meno sporcarsi le manine aprendo uno scatolone, guadagna il suo buon 30% pulito pulito, in sostanza il 10% più di quanto entra in tasca a me, che ho girato per librerie, quasi pregato librai, fornito i libri con il rischio concreto di vedermeli restituiti in condizioni pietose, ingoiato bocconi amari eccetera eccetera.
Ma va bene, va bene… va bene anche questo.

Una volta concluso questo ragionamento e aver stabilito che salvo rari casi il gioco vale la candela, decido di fornire dieci librerie nell’arco di un centinaio di chilometri. Detto, fatto. Non vi racconterò tutte queste esperienze, prima di tutto perché molte si somigliano, e poi perché ad un certo punto ho imparato a non aspettarmi nulla di buono e ho cambiato approccio. Il mio fegato ne è felice, ve lo assicuro.

In rappresentanza della categoria dei librai, ho scelto di raccontarvi l’esperienza più significativa. È stata anche la prima, ed è di certo servita ad accumulare una bella dose di veleno, ma anche di esperienza.
Pronti? Andiamo!

Un libro che vuole arrivare ai lettori deve essere in libreria, questa è l’idea con la quale un bel giorno di gennaio varco la soglia di una stanzetta piccola piccola con dentro un vecchietto poco promettente. È un bugigattolo di libreria e il tizio che la gestisce è vecchiotto non per l’età (avrà una sessantina d’anni portati male) quanto per lo sguardo. Sembra vecchio dentro, insomma, e decisamente non brilla in intelligenza, questa è la mia impressione.

In passato, prima di questo bugigattolo, poco distante c’era una libreria magnifica, a due piani, con il secondo piano costituito da un soppalco in legno scuro con una balaustra massiccia dalla quale affacciarsi e vedere libri, libri e ancora libri. Entrarci significava immergersi in un altro tempo, in un luogo magico nel quale i raggi del sole della tarda mattina illuminavano il pulviscolo e davano luce ai libri. Era un luogo nato certamente dalla passione per la lettura e dentro si trovava di tutto. Fu lì che comprai molti dei miei primi libri. Quando anni dopo finì l’incanto della libreria da sogno, mi sentii triste e pensai che un pezzo della nostra città era perso per sempre. Da allora, al suo posto c’è un negozio di vestiti di una nota marca. Niente più libri, niente più soppalco di legno né balaustra da cui affacciarsi. Vorrei avere delle foto di quel luogo lontano nel tempo, ma purtroppo non ne ho.

Ma adesso basta con la poesia dei tempi passati, torniamo alla realtà.
Mi aspettavo di trovare un uomo di cultura in quella libreria, perlomeno una persona curiosa, intelligente e capace, e invece il bugigattolo esprime anche la piccolezza del libraio, quella della sua mente da commerciante, commerciante neanche tanto furbo. Se fosse un macellaio, sarebbe vegetariano, mi spiego? Per lui i libri sono prodotti qualsiasi, alla stregua di mobili di legno, ortaggi o bulloni. È una figura triste, quest’uomo, e così mi appare da subito.
Entro accompagnata da qualche copia del mio libro, da una locandina e da alcuni segnalibro pubblicitari. Mi presento e spiego che sono una sua concittadina e che il mio primo libro è stato pubblicato da poco. Tengo subito a spiegargli che la mia è una pubblicazione senza contributo.
Mi guarda senza capire… Senza contributo? sembra dire il suo sguardo. Che cosa dovrebbe significare? Come se avessi a che fare con un bambino stupido, aggiungo: «Non ho pagato per pubblicare!».
Sbalordimento, quasi shock sul suo viso. «Ah sì? E come si fa?».
Con questo racconto ho fatto ridere molta gente, ma vi prego di restare seri, qui la situazione è tragica!

Non mi scompongo, ma resto basita. Cavolo, vendi libri da anni e non sai neppure quale sia il lavoro di un editore? Comunque rispondo: «Significa che un editore ha letto il libro, l’ha trovato valido e ha deciso di investirci dei soldi».
Niente da fare, è scioccato, mi guarda ed è come se non mi credesse. Comincio ad indignarmi: ma pensa davvero che i libri si pubblichino tutti con i soldi dell’autore? Crede davvero che funzioni così? No, non può essere!

«È così che dovrebbe funzionare! È questa la via normale, non pubblicare pagando!» aggiungo. Ma è la sua faccia che mi lascia con un palmo di naso, neanche il suo silenzio!
Poi finalmente risponde: «Ah, allora deve essere davvero brava! Complimenti!».
Non mi aspettavo questa risposta, e sul momento riesco persino a credere che davvero pensi quello che ha detto e che quindi abbia un minimo di interesse per il mio libro. Dice anche che i talenti del luogo andrebbero valorizzati e via via snocciola una serie di concetti ammirevoli ma che suonano finti.
Gli chiedo se vuole ritirare delle copie del mio libro ma dice di no, che le terrebbe lì solo se gliele fornissi io.
E va bene… gliene lascio cinque e gliene regalo una. Errore, grosso errore. Sarà una copia perduta, sprecata, buttata in uno scaffale a fare la muffa e ingiallire senza essere mai sfogliata da anima viva. Non la leggerà mai.
Gli chiedo se può mettere in bella vista la locandina, esporre il libro e magari consigliarlo ai suoi clienti. Potrebbe dire che sono giovane, che sono di Vibo Valentia e chissà che così qualche concittadino non si incuriosisca. Povera illusa! Figuriamoci come ci si può incuriosire dell’ennesimo libo di una scrittrice vibonese!
Eccone un’altra, penseranno tutti, perché data la situazione la pubblicazione di un libro qui non ha alcun valore. Ma a quel tempo tutto questo non mi era affatto chiaro, altrimenti mi sarei evitata il disturbo.

Il libraio mi rassicura (o almeno così crede) dicendo che il mio libro riceverà lo stesso trattamento degli altri autori del luogo: tre giorni sul bancone accanto alla cassa, una settimana in vetrina, poi via nello scaffale più nascosto del bugigattolo (che fosse il più nascosto l’ho scoperto solo in un secondo momento, naturalmente).
Bene bene, lo stesso trattamento degli altri… alla faccia dei bei discorsi! Allora sono brava, allora mi si deve valorizzare, allora merito e bla bla bla… parole, soltanto parole; parole vuote come i suoi occhi privi di curiosità. Non la vede la mia determinazione? E la passione, l’orgoglio, non vede che mi brillano gli occhi quando parlo del mio libro? Ma in fondo cosa posso aspettarmi da lui? Dovrebbe farmi pena e invece mi dà fastidio, ma solo in profondità. In superficie penso che va bene, anche se vorrei ricevere un trattamento diverso da chi ha pagato, o in alternativa che mi dicesse in faccia che non gliene frega nulla del mio libro e delle mie lotte e che per lui sono da considerare alla stessa stregua di chi ha pagato. O comunque il silenzio sarebbe stato meglio delle finte lusinghe. E invece no, mi liscia e sfoggia ipocrisia. Ma io ringrazio, saluto e me ne vado; che altro posso fare?

Per i primi tre giorni il mio libro è stato sul bancone, poi l’ho visto in vetrina per alcuni altri giorni, finché… finché sono ripassata e nella vetrina ho visto ben altro!
Sono entrata alquanto incazzata senza sapere cosa stessi facendo. Dopotutto mi aveva avvertita, no? Avrei ricevuto lo stesso trattamento degli altri! Eppure quella vetrina… quella vetrina diceva tutto.
Una volta dentro gli ho detto che mi aspettavo un trattamento migliore. Che avrebbe potuto tenerlo più tempo in vetrina o sul bancone, ad esempio! Ma non era quello il problema, davvero! Era la vetrina, la vetrina mi tormentava, la vetrina diceva tutto di lui. E poi le sue parole, una frase tra tante rappresentativa di una scena che non vale davvero la pena raccontare nei dettagli:

«Signorina, guardi che lei ha avuto lo stesso trattamento di Umberto Eco!».

E lì avrei voluto prenderlo per il collo.
L’ultimo libro di Umberto Eco era dietro di me, in bella mostra su un ripiano basso in mezzo ad altre novità. Era lì da mesi, secondo la mia memoria.
Ho riso, ma mi sarei messa a piangere dalla rabbia. Con che faccia ha potuto dirlo? Ma cos’altro mi aspettavo, povera ingenua?
Ho mormorato un «sì, certo» sconsolato e gli ho detto che volevo indietro i miei libri. Grazie, me li vendo da sola piuttosto che far guadagnare qualche spicciolo a te!
Li ho portati via e da quel giorno ho gestito le mie aspettative in maniera diversa.

Uscendo dal bugigattolo nel quale non avrei più messo piede, ho pensato ai libri di Umberto Eco messi in bella vista. Anche quando non saranno più nella zona delle novità, ho pensato, saranno nello scaffale relativo al genere letterario o alla nazionalità dell’autore. Il mio libro, invece, finisce dritto nello scaffale degli scrittori vibonesi, vicino alle stampe senza codice ISBN uscite dalla tipografia di turno, vicino alle poesie dialettali pubblicate a pagamento.

L’ultima cosa che faccio prima di tornare spedita a casa è soffermarmi a guardare la vetrina.
Dove prima c’era il mio libro insieme ad altri sei di vario genere, quel giorno c’erano sette e dico sette copie dello stesso libro, una lettura in quel periodo molto in voga e certamente non bisognosa di tale pubblicità. Una non sarebbe bastata, neppure due o tre.
Sette copie dello stesso libro hanno tolto spazio a sette autori che forse di quella pubblicità avrebbero avuto davvero bisogno. Sette, signori e signori, sette!

Se avessi avuto una macchina fotografica con me, avrei fatto una foto a quella vetrina. E invece ho potuto fotografarla solo mentalmente, e l’ho messa accanto alla foto della magnifica libreria del passato.
Sul file archiviato nella mia memoria che contiene quelle foto ho scritto:

“La decadenza della cultura, istantanee del cambiamento”.

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Sensazione

Fernando PessoaI miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
Fremo per la mia allegria.
A volte mi sento invadere da
una vaga, fredda, triste, implacabile
quasi-concupiscente spiritualità.

Mi fa tutt’uno con l’erba.
La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
La brezza che sembra restia a passare
scrolla dalle mie ore rossi petali
e il mio cuore arde senza pioggia.

Poi Dio diventa un mio vizio
e i divini sentimenti un abbraccio
che annega i miei sensi nel suo vino
e non lascia contorni nei miei modi
di vedere Dio fiorire, crescere e splendere.

I miei pensieri e sentimenti si confondono e formano
una vaga e tiepida anima-unità.
Come il mare che prevede una tempesta,
un pigro dolore e un’inquietudine fanno di me
il mormorio di un incalzante stormo.

I miei inariditi pensieri si mescolano e occupano
le loro interpresenze, e usurpano
gli uni il posto degli altri. Non distinguo
nulla in me tranne l’impossibile
amalgama delle molte cose che sono.

Sono un bevitore dei miei pensieri
l’essenza dei miei sentimenti inonda la mia anima…
La mia volontà vi si impregna.
Poi la vita ferma un sogno e fa sfiorire
la bellezza nel dolore dei miei versi.

(Fernando Pessoa)

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Dello stesso autore:

– Autopsicografia
– Abdicazione
Ode alla notte
Il violinista pazzo

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