La pseudocultura di convenienza (Capitolo 1)

regaloBuongiorno uomini e donne della rete,
questo sarà il primo di una serie di post che potrei definire “di vita vissuta”. Su questo sito avete letto dei miei successi, ma anche dei miei momenti velenosi. Ho scritto post come “Altro che Nostradamus” e “Altro che sdoppiarsi”, in cui riversavo molto veleno e distribuivo amarezza, ma sempre rimanendo sul vago. Chissà, forse qualcuno di voi si sarà chiesto cosa si nascondesse dietro quei post tanto amari, cosa li avesse fatti nascere. Beh, da oggi avrete modo di saperlo.

Purtroppo le difficoltà di un aspirante scrittore non finiscono con la pubblicazione senza contributo da molti agognata, né tantomeno con la stampa del libro. La strada è in salita, ma non potete sapere che grado di pendenza abbia né quanto sia lunga. Ho visto di tutto in questi anni, e ho imparato molto. Credo che le mie esperienze possano essere utili a qualcuno, quindi sono qui a raccontarvele così come sono accadute. Forse sentirete l’amarezza attraversare lo schermo e toccarvi, forse il veleno trasuderà dai tasti del vostro pc, forse insomma soffrirete con me e capirete post dopo post quanto si può amare questo mestiere. Racconto dopo racconto, scoprirete quanto la perseveranza serva e si autoalimenti. Finora i miei post amari erano rimasti abbastanza sul vago; da oggi si fa sul serio. Avrete i fatti, nudi e crudi, esposti su queste pagine pubbliche.
Qui avete letto i commenti dei miei lettori, le interviste, le recensioni; avete conosciuto i successi, insomma. Da oggi, in questa serie di post, conoscerete i momenti difficili, quelli in cui è stato necessario ingoiare rospi e imparare anche a farli smettere di gracidare.
Ed ora ecco a voi la prima di una lunga serie di batoste.

Appena pubblicato il mio primo libro (dicembre 2008), mi sono subito data da fare per pubblicizzarlo e venderlo. Ingenuamente ho creduto fosse bene iniziare dalla mia città, dove altrettanto ingenuamente credevo di trovare terreno fertile, se non altro perché profeta in patria (ahi, avrei dovuto stare attenta al detto latino…).
Ignara della mia ingenua follia e ben provvista della tipica “testa dura calabrese”, non ho ascoltato adulti saggi con tanto di esperienza che mi mettevano in guardia da una brutta delusione, ma sono andata dritta dritta a schiantarmi contro il muro della realtà.
La prima delle tante batoste è arrivata subito subito, con le copie del mio libro ancora fresche di stampa. Lo ricordo bene, quel giorno… forse perché, come scrisse Stephen King in Misery:

“Gli scrittori ricordano tutto. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E delle più grandi avrà romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice. L’arte consiste nella perseveranza del ricordo”.

La perseveranza del ricordo… già! E siccome dimenticare diventa presto una parola vuota, perché capisci di non dover dimenticare, anzi, di voler fare tesoro di ogni pugno ricevuto, ad un tratto ti rendi conto che il miglior modo per non avvelenarti l’anima è incanalare la rabbia nella tua arte, mettere le tue angosce in una storia, riversare la rabbia in un post, stramaledire certa gente dalle pagine dei tuoi libri. Capisci, insomma, che la valvola di sfogo migliore è proprio ciò che ti ha portato a prendere in piena faccia la porta che ti hanno sbattuto contro.

Molto comodamente, quasi a domicilio, incontro un giorno una donna che si occupa di organizzare eventi culturali nella mia città. Pare sia il suo mestiere e pare anche che lo faccia bene. Gli eventi che organizza, che spesso hanno a che fare con il mondo dello sport, hanno sempre un grande successo. Personalità eminenti, pubblico pagante alle serate di presentazione dei libri, giornalisti e tv locali pronti a pubblicizzare l’oggetto di turno mettendolo sotto la giusta luce.

La signora, che qui chiamerò Gioia, è uno scricciolo di donna. Sotto il metro e cinquanta, magra, chioma bionda fresca di parrucchiere in qualunque occasione, sorriso perenne limitato alla parte bassa del volto, vocetta vagamente stridula e torrenti di parole che escono dalla piccola bocca coperta di rossetto. Dal vestito al trucco, Gioia è il ritratto dell’apparenza. Apparire sembra la sua ragione d’essere, ma tutto questo lo capisco dopo, a freddo, quando ho smesso di essere eccitata all’idea di una presentazione con tanta gente interessata al mio libro.
Povera illusa!

Gioia è amica di una persona che conosco, persona che ha letto e apprezzato il mio libro e che molto gentilmente l’ha portata da me.
Quando mi stringe la mano sa già cosa ho fatto: sono riuscita dove altri hanno miseramente fallito, vale a dire ho pubblicato un libro con un vero editore, senza sborsare un centesimo, senza rivolgermi ad un tipografo come molti fanno. Sa questo e vede che sono giovane (23 anni), probabilmente coglie la passione e la determinazione nei miei occhi ed è davvero convinta di volermi aiutare. E così, subito subito mi propone di occuparsi dell’organizzazione di una serata di presentazione del mio libro. Bene bene… Partono i grandi discorsi e le gigantesche promesse: dice che chiamerà sindaco, vice sindaco ed assessore alla cultura, che due tv locali saranno presenti, che i giornalisti sono suoi amici e verranno di certo, che la relatrice dovrà essere una sua cara amica che fa spesso queste cose. Annuisco e penso, ingenua fino al midollo ed ignorante come una bestia in fatto di presentazioni, che la prospettiva sia magnifica: pensa quanta gente mi ascolterà!
Dico che l’idea mi piace, che si può fare, che sarebbe bello. Lei incalza parlando di altra gente da invitare, locandine pubblicitarie, giri di amici da trascinare fin lì. Poi, quando già ci siamo scambiate i numeri di telefono per risentirci e fissare la data, come un tifone arriva la realtà:

«Beh, naturalmente al sindaco, che ti farà il piacere di venire, dovrai fare un bel regalo, a parte una copia del libro, naturalmente! Sarebbe bene fare lo stesso anche con l’assessore».

Sorrido, quasi mi scoppia una risata in faccia a questa donna che sorride solo con mezza faccia. E non torno seria, anzi! Con un sorriso che sa molto di amaro le dico: «Ah, se è così non se ne fa niente!».
Non l’avessi mai detto! Scandalo, onta ed ignominia sulla maleducata scrittrice esordiente dalle grandi pretese. Lo stupore assume sul volto di Gioia la forma di una O sulle sue labbra piene di rossetto.
«E che vorresti, non fargli nemmeno un regalo? E ti pare che il sindaco viene per la bella faccia tua? Ha degli impegni, viene per te e non ti pare giusto fargli almeno un regalo per ringraziarlo?».

Sì sì, viene per me, certo. Sarò anche ingenua, a volte, ma fessa proprio no! Come se non sapessi che il sindaco sfrutta queste occasioni per farsi pubblicità, per poter dire di interessarsi alla cultura e apparire come il benefattore di turno. Benefattore dei miei stivali, altroché! E mentre penso tutto questo, rispondo: «Non esiste! A me non piacciono queste cose, a queste condizioni presentazioni non ne faccio!».

Questa davvero non se l’aspettava la piccola Gioia, seguace del dio Apparire: «Fai come vuoi, ma così funzionano queste cose. Se non ti piacciono non farai niente!».

E ne è davvero convinta, tant’é che il suo non è un cattivo augurio, ma un previsione certa. O almeno, così crede…
Non le darò la soddisfazione di contraddirla per sentirmi rispondere che lei è più grande, ha più esperienza e conosce l’ambiente; no, non ci penso neppure, anche perché inzio a capire che l’uomo saggio che mi aveva parlato di un certo tipo di realtà aveva ragione da vendere. Apparenza, parate, favori e regali. Lui sapeva, ma io ho dovuto toccare con mano, sbattere la testa contro questo muro.
«Bene, non farò niente allora!» rispondo.

Per quanto mi sforzi di non essere sgarbata, credo che il mio disappunto sia palese e la mia indignazione metta Gioia a disagio. Le ho tolto il sorriso finto dal volto, il che è un sollievo, cominciava proprio a darmi fastidio.
Cercando di rimettere a posto la situazione, diventata ormai un tantino imbarazzante, la ringrazio comunque della disponibilità e mi sento dire: «Se cambi idea, chiamami. Funzionano così queste cose, te ne accorgerai».
Ringrazio e taccio, perché se dovessi dire quello che penso, la schiaccerei sotto il peso della mia rabbia rendendola ancora più bassa di quanto già non sia.

Il sindaco mi fa un favore? Devo fargli un regalo? Le cose funzionano così? Non farò niente? E per finire: mi accorgerò che le cose funzionano così?
E se così fosse, cara Gioia, credi davvero che tornerò da te a pregarti di permettermi di spargere regali tra sindaco, assessore e affini? Credi davvero che io voglia una presentazione-parata dove gli acquirenti saranno vecchi e odiosi snob che compreranno il libro tra uno sbadiglio e l’altro solo per non fare brutta figura? Pensare al mio libro sugli scaffali delle loro biblioteche dell’apparenza, intento solo a prendere polvere, sfogliato da nessuno e da nessuno letto, mi dà un dolore quasi fisico.

Taccio. Taccio perché sono educata.
Ingoio. Ingoio perché i bocconi amari devono essere spazzati via, e prima si ingoiano, prima il corpo potrà digerirli.
I toni tornano bassi, si chiacchiera ancora del libro e si dicono tante belle parole.
Gioia loda la mia perseveranza e dice che gli esordienti, specie se giovani e meritevoli come me, dovrebbero essere aiutati in concreto. E poi la cultura, la cultura è una cosa importantissima, la cultura è il pane! Bisogna comprare i libri degli esordienti meritevoli, aiutare i giovani, dare più spazio alla cultura.
E siccome Gioia è coerente, pochi minuti dopo va via con il mio libro sotto braccio… ma senza pagarlo. Immagino abbia creduto che il regalo le fosse dovuto.

…E se credete che abbia romanzato questa storia, purtroppo devo deludervi, perché è andata proprio così.
Questo e alcuni altri episodi mi hanno fatto decidere, giorno dopo giorno, di non fare mai presentazioni nella mia città. Questo è un luogo che aiuta molto chi sfrutta le conoscenze e vuol fare regali; aiuta gli amanti delle parate e i lecchini, chi vende aria fritta e chi si nasconde dietro una bella apparenza.
I contenuti, il lavoro duro, la sostanza, il merito e la dignità a Vibo Valentia non stanno di casa.

Bene miei cari visitatori, per oggi credo di aver sputato abbastanza veleno.
Vi aspetto tra alcuni giorni per il secondo capitolo di questa nuova serie di post che non poteva che intotolarsi: “la pseudocultura di convenienza”.

Alla prossima!

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– Leggi il Capitolo 4
– Leggi le Conclusioni

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Il patriottismo

bandiera-italiana“Che un uomo possa trarre piacere dal marciare in formazione sulla scia di una banda basta a farmelo disprezzare. è stato fornito del suo grande cervello per sbaglio; gli sarebbe bastata la spina dorsale. questo bubbone della civilizzazione dovrebbe essere estirpato al più presto. L’eroismo comandato, la violenza senza senso e tutto quel pestilenziale nonsenso che va sotto il nome di patriottismo – quanto lo detesto!”.

(Albert Einstein)

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“Nessuno è patriottico quando si tratta di pagare le tasse”.

(George Orwell)

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“L’idea di patria è quasi morta, grazie a Dio”.

(Gustave Flaubert)

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“Per un vecchio, la patria è dovunque faccia caldo”.

(Maksim Gorkij)

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“Un uomo che si rispetti non ha patria”.

(Emil Cioran)

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“Patria si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a compiere assassini di massa”.

(Friedrich Dürrenmatt)

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“Che cos’è mai il patriottismo, se non la vostra convinzione che un paese sia superiore a tutti gli altri, per il semplice fatto che ci siete nati voi?”.

(George Bernard Shaw)

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“Si crede di morire per la patria, e si muore per i capitalisti”.

(trovato scritto sul muro di una casa al confine franco-tedesco, Prima guerra mondiale)

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Gli orrori del nucleare

Stephen King - Tommyknockers - Le creature del buio“Sapendo di commettere un errore imperdonabile, Gardener si avvicinò. Esibiva sulle labbra un cordiale sorriso da “si sta facendo tardi e tra poco devo andare”, ma le pulsazioni che sentiva alla testa stavano accelerando, concentrandosi sulla sinistra. L’antica collera sfrenata si consolidava in un’onda rossa. Ma lo sai di che cosa stai parlando? era praticamente tutto ciò che il suo cuore riuscisse a gridare. C’erano argomenti del tutto razionali che sapeva intavolare contro le centrali nucleari, ma in frangenti come quello aveva il sopravvento l’inarticolato grido del suo cuore.

Ma lo sai di che cosa stai parlando? Lo sai qual è la posta in gioco? Nessuno di voi ricorda cosa è accaduto due anni fa in Russia? State pur tranquilli che loro non hanno dimenticato. Perché loro non possono. Ancora nel secolo venturo non avranno smesso di seppellire i morti di cancro. Dio dei sette cieli e di una terra sola! Provatevi a ficcarvi una di quelle sbarre di uranio esaurito su per il culo per una mezz’oretta e spiegate poi a tutti quanti quant’è sicura l’energia nucleare quando vi metterete a far stronzi che brillano nel buio! Cristo! Ve ne state qui ad ascoltare quell’uomo parlare come se fosse sano di mente!
(…)
L’esuberanza di Ted l’Energetico si rinvigorì. Dichiarò che era ora di mostrare una volta per tutte agli arabi che l’America e gli americani non avevano bisogno di loro. Disse che anche i più moderni generatori a carbone erano troppo sporchi perché l’EPA li potesse giudicare accettabili. Visto che l’energia solare era un’idea grandiosa… “fin tanto che brilla il sole”. Ci furono altre risa.
(…)
Ted l’Energetico spiegava che in fondo il nucleare era l’ultima alternativa. “E meno male che gli americani stanno mettendo finalmente nella giusta prospettiva la questione Chernobyl”, si rallegrò. “Trentadue morti. È una tragedia, certo, ma solo il mese scorso ci sono stati centonovanta e più morti in seguito a un incidente aereo. Non per questo la gente scende in piazza a gridare che il governo deve chiudere le linee aeree, no? Trentadue morti è un fatto orribile, ma siamo ben lontani da una strage biblica, come vorrebbero farci credere gli antinucleari.” Abbassò un po’ la voce. “Sono dei poveri fanatici come certi santoni che si vedono girare per le strade, ma in un certo senso sono più pericolosi, perché sembrano più razionali. Se però gli dessimo ciò che chiedono, fra un mese o giù di lì ce li ritroveremmo davanti alla porta di casa a frignare perché non possono più usare l’asciugacapelli o perché quando sono andati in cucina a prepararsi un bello spuntino macrobiotico hanno scoperto che il mixer non funzionava più (…)
E un particolare che questi protestatari non ricordano mai di citare durante le loro manifestazioni è che in trent’anni di pacifico sviluppo dell’energia nucleare, non c’è stata una singola vittima dovuta allo sfruttamento dell’energia nucleare in tutti gli stati uniti d’America (…) e ora credo che io e mia moglie…”
“Sapevate che Marie Curie morì di avvelenamento da radiazioni?” Domandò Gardener in tono colloquiale. Si voltarono verso di lui. “Eh già. Di leucemia indotta dall’esposizione diretta ai raggi gamma. Fu la prima vittima della lunga marcia mortale che ha per capolinea la centrale di questo nostro amico. Compì una serie approfondita di ricerche, che registrò tutte quante… i suoi quaderni sono conservati in una cassaforte a Parigi. Una cassaforte rivestita di piombo. I quaderni sono integri, ma troppo radioattivi perché li si possa toccare. Quanto poi a coloro che sono morti nel nostro paese, nessuno può parlare con cognizione di causa, dato che l’AEC e l’EPA mantengono il più stretto segreto (…) Il cinque ottobre 1966 si verificò un fusione nucleare parziale nel reattore autofertilizzante Enrico Fermi nel Michigan.”
“Non successe niente”, ribatté Ted l’Energetico..
“No, infatti”, ammise Gardener. “Forse Dio sa come mai, ma risulta che sia il solo a saperlo. La reazione a catena si interruppe per conto proprio. Nessuno sa per quale motivo. Uno degli ingegneri convocati dalla direzione diede un’occhiata, sorrise e disse: “per un pelo non vi siete persi Detroit”. Poi svenne. (…)
Quando esaminate i dati statistici delle morti per cancro nelle zone circostanti le centrali nucleari sparse per il paese scoprite delle anomalie, tassi di mortalità che non corrispondono a quelli medi. Molto tempo prima di Chernobyl i russi subirono un altro incidente al reattore che si trovava in un posto chiamato Kyshtym, ma a quell’epoca il primo ministro era Kruscev e i sovietici si cucirono le labbra. Pare che accantonassero le barre esaurite in un fossato poco profondo. E perché no? Come avrebbe affermato forse anche Madame Curie, lì per lì era sembrata un’ottima idea. Secondo quel che possiamo ipotizzare, i nuclei si ossidarono, solo che invece di dar luogo a ossido ferroso, ovvero semplice ruggine, come avviene per normali barre d’acciaio, quelle producevano plutonio puro. Era come apprestare un fuoco da bivacco contro un serbatoio di gas liquido, ma non potevano saperlo. Pensavano che andasse bene così. Pensavano.” Senti l’ira che gli faceva vibrare la voce e non poté far niente per fermarla. “Così avevano pensato giocando con la vita di esseri umani… come se si fosse trattato di bambole. E sapete che cosa avvenne? (…)
Piovve. Piovve molto. E la pioggia diede il via a una reazione a catena che provocò un’esplosione. Fu come l’eruzione di un vulcano di fango. Furono evacuati a migliaia. Tutte le donne incinte furono fatte abortire. Non ci fu scelta. L’equivalente russo di un’autostrada che attraversava la zona di Kyshtym rimase chiusa per quasi un anno. Poi cominciò a trapelare la notizia di un gravissimo incidente avvenuto ai confini con la Siberia e i russi si affrettarono a riaprire la strada. Vi installarono però certi cartelli davvero spassosi. Ho visto le foto. Non conosco il russo, ma ho chiesto una traduzione diversa a quattro o cinque persone diverse e tutte concordano. Sembra una di quelle perfide barzellette anticomuniste. Immaginatevi un’autostrada americana, la I-95 o la I-70 e di imbattervi in un cartello che dice: CHIUDERE TUTTI I FINESTRINI, SPEGNERE LE VENTOLE E CONDIZIONATORI D’ARIA E GUIDARE A TAVOLETTA PER I PROSSIMI TRENTA CHILOMETRI (…)
Se costui stesse solo mentendo, forse lascerei correre. Ma lui e tutti quelli come lui sono responsabili di qualcosa di molto più grave. Sono come piazzisti che dichiarano pubblicamente che le sigarette non solo non provocano il cancro ai polmoni, ma sono piene di vitamina C e hanno un potente effetto preventivo contro il raffreddore (…)
Trentadue sono i morti Chernobyl che siamo in grado di verificare. Ma sì, forse sono davvero solo trentadue. Abbiamo fotografie scattate dai medici americani dalle quali sembra di capire che si siano già superate le duecento vittime, ma diciamo pure trentadue. Non modifica ciò che abbiamo appreso dall’esposizione alle radiazioni. I decessi non avvengono tutti immediatamente. ECCO DOVE VENIAMO TRATTI IN INGANNO. I decessi si replicano in tre ondate successive. I primi a morire sono quelli bruciati nell’incidente. Poi tocca alle vittime della leucemia, soprattutto bambini. La terza fase è quella dell’onda più letale, quella dello sviluppo del cancro negli adulti dai quarant’anni in su. Casi di cancro così diffusi che si potrebbe tranquillamente definirla una epidemia. Cancro della pelle, cancro al seno, cancro al fegato, melanoma, cancro delle ossa, per citare i più comuni. Però ci sono anche il cancro intestinale, cancro alla vescica, tumori cerebrali… (…)
Nel 1964 l’AEC commissionò uno studio sulle più gravi conseguenze che si sarebbero potute verificare nel caso dell’esplosione di un reattore americano di dimensioni pari a un quinto di quello di Chernobyl. I risultati furono così orrendi che l’AEC fece scomparire il rapporto. Secondo le proiezioni un incidente del genere in un’area relativamente agricola degli Stati Uniti, e per inciso quella prescelta era in Pennsylvania, dove si trova la Three-Mile Island, avrebbe provocato la morte di quarantacinquemila persona, contaminato il settanta per cento del territorio statale e provocato danni per diciassette milioni di dollari.
Se moltiplichiamo per cinque, otteniamo duecentoventicinquemila morti e danni per ottantacinquemilioni di dollari. Stiamo parlando di quasi un quarto di milione di persone mote prima che si esaurisca la terza ondata, vale a dire verso il 2040… Difficile far salire tutta quella gente su un 767, vero? (…)
A Chernobyl hanno ucciso i bambini. Lo volete capire? Bambini di dieci anni e bambini non ancora nati. Per la maggior parte saranno ancora vivi in questo momento, ma stanno morendo, adesso, mentre noi siamo qui con i nostri bicchieri in mano. Alcuni non sanno ancora leggere. La maggioranza di loro non bacerà mai un coetaneo con passione. In questo preciso istante mentre noi stiamo qui con i nostri bicchieri in mano. Hanno ucciso i loro figli. (…)
Lo sappiamo da Hiroshima e da Nagasaki, dai nostri stessi test nucleari a Trinity e a Bikini. Hanno ucciso i loro stessi figli, ve lo volete mettere nella zucca? Ci sono bambini di nove anni a Pripyat che moriranno defecando i propri intestini! Hanno ucciso i bambini!”
“Sappiamo tutti che il signor Gardener è un ottimo poeta credo”, disse Ted l’Energetico passando un braccio intorno alla moglie e schiacciandosela contro il fianco. Fu come osservare un cowboy che prende un vitello al lazo. “Tuttavia non è molto informato per quel che riguarda l’energia nucleare. Non sappiamo per la verità che cosa possa essere accaduto a Kyshtym e i dati trasmessici dai russi sulle vittime di Chernobyl dicono…”

“Ma la pianti! (…) Sa benissimo di che cosa sto parlando. La Bay State Electric possiede tutte le stime del caso, conservate nei suoi archivi insieme con l’elevata incidenza di casi di cancro nelle zone intorno alle centrali nucleari americane, i dati sull’acqua contaminata dalle scorie nucleari, l’acqua delle falde acquifere profonde, l’acqua in cui la gente lava i suoi vestiti, i suoi piatti e se stessa, l’acqua che beve. Lo sa benissimo. Lo sa lei come lo sanno in tutte le aziende energetiche americane private, municipali, statali e federali.”
(…)
“Oh, abbiamo rapporti di ogni genere” disse Ted. “Per la maggior parte non sono altro che un ammasso di menzogne, tutta propaganda sovietica. Le persone come quest’idiota sono fin troppo felici di ingoiarsi amo, lenza e galleggiante. Per quel che ne sappiamo a Chernobyl può non esserci stato alcun incidente e potrebbe essere invece tutta una montatura per tenerci all’oscuro…>
“Mio Dio, ancora un po’ e verrà a raccontarci che la terra è piatta”, replicò Gardener. “Avete visto le fotografie dei militari in tuta antiradiazioni intorno alla centrale nucleare che c’è a mezz’ora di macchina da Harrisburg? Sapete come hanno cercato di bloccare una delle fughe che si sono verificate lì? Hanno infilato una palla da basket ricoperta di nastro adesivo in una tubatura scoppiata. Per un po’ ha retto, poi la pressione l’ha sputata fuori e la palla ha sfondato il muro di contenimento (…)
“Vi prego”, intervenne, sconcertata, la moglie del decano. “Va bene discutere, ma non è il caso di gridare, per piacere. In fondo siamo esponenti universitari…”
“Sarà meglio invece che qualcuno urli eccome, cazzo!” gridò Gardener (…) “Non si metterebbe a gridare se casa sua stesse andando a fuoco e lei fosse l’unica persona di tutta la famiglia ad essersi svegliata nel cuore della notte? O se ne andrebbe in punta di piedi a bisbigliare, comportandosi da autentica esponente universitaria?”
(…)
“Avete intenzione di avere dei figli?”, domandò alla moglie di Ted l’Energetico. “In tal caso, spero per il vostro bene che lei e suo marito abitiate a distanza di sicurezza dall’installazione. Sapesse i granchi che prendono. Come alla Three-Mile Island. Poco prima che mettessero in funzione quella centrale qualcuno scoprì che gli idraulici avevano chissà come collegato un serbatoio di scorie nucleari radioattive della capacità di dodicimila litri alla rete dell’acqua potabile invece che alle fogne. Per la precisione lo si scoprì una settimana prima che la centrale entrasse in attività. Carino, no? (…)
Coloro che svolsero l’inchiesta scrissero nel loro rapporto che collegare l’impianto di scarico delle scorie radioattive alle tubature dell’acqua potabile era una pratica da ritenersi sconsigliabile. Se il suo maritino la invitasse a visitare lo stabilimento, io farei come dicono di fare in Messico: eviterei di bere l’acqua. E se il suo maritino la invitasse quando è già in attesa, ma facciamo pure quando dovesse avere il minimo sospetto di essere in attesa, gli risponda… gli risponda che ha mal di testa”.
“Finiscila”, gli intimò Ted. Sua moglie si era messa a gemere. (…)
“FINIRLA!” urlò Gardener (…) “Ma sì! Finiamola e lasciamo pure che la casa bruci! Possiamo star certi che i nostri fottuti proprietari passeranno a tempo debito a incassare i risarcimenti delle assicurazioni, dopo che le ceneri si saranno raffreddate e qualcuno sarà venuto a rastrellare via i resti dei cadaveri! FINIRLA! Solo questo si vuole da noi! E se non chiudiamo il becco da soli, arriva magari qualcuno a chiudertelo, come è successo a Karen Silkwood…” (…)
Gardener si chinò sulla moglie di Ted.. “E le tornerebbe utile dare un’occhiata anche ai tassi di mortalità infantile. Sono piuttosto alti nelle zone delle centrali nucleari. Difetti congeniti, come la sindrome di Down, in altre parole mongoloidismo, per esempio. E cecità… (…)
Ted può anche raccontarvi le sue balle sull’eccessivo sensazionalismo con cui si è parlato di quello che è stato in realtà un piccolo incendio e se vi piace, potete anche credergli, ma resta il fatto che ciò che è accaduto alla centrale nucleare di Chernobyl ha espulso nell’atmosfera di questo pianeta più scorie radioattive di tutte le bombe A fatte scoppiare sulla superficie terrestre dai tempi di Trinity (…)
E succederà di nuovo. Forse nello stato di Washington. Ai reattori di Hanford stavano accatastando sbarre di nucleo in fossati non protetti come facevano a Kyshtym. Oppure la California, in occasione del prossimo terremoto di notevole intensità? In Francia? In Polonia? O magari qui nel Massachusets, se costui la spunta e in primavera entrerà in funzione la centrale di Iroquois. Basta che qualcuno abbia la bella pensata di far scattare l’interruttore sbagliato nel momento sbagliato e la prossima volta che i Red Soxs giocheranno a Fenway sarà verso il 2075.” (…)
“Veniamo ora alle barre di uranio al nocciolo. Sapete dove vanno a finire quando non servono più? Le ha forse che raccontato che se le porta via la Fatina delle barre? Non è vero. È vero invece che quelli degli impianti nucleari le imbucano di qua e di là. Ci sono delle gran pile di barre roventi qui, lì e in ogni dove, immerse in pozze di acqua bassa. E non dico roventi in senso metaforico, signora. E roventi resteranno per un bel pezzo. (…)
Lo sapevate che stanno già cominciando a perdere e tracce di alcuni di quei depositi di barre esaurite? Come i bambini che giocano tutto il giorno e vanno a letto stanchi e quando si svegliano il giorno dopo non riescono a ricordare dove hanno lasciato i loro giocattoli. E poi c’è quella roba che fa semplicemente puff. L’ultimo, fantastico ritrovato del bombardiere pazzo. È già scomparso abbastanza plutonio da far saltare la piattaforma orientale degli Stati Uniti”.” (…)

(Stephen King)
(da: “Tommyknockers – Le creature del buio”)

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Dello stesso autore:

Ossessione (breve recensione ed estratti)
A volte ritornano (recensione ed estratti)
The dome (recensione)
La metà oscura (recensione ed estratti)
Buick 8 (estratti)
La casa del buio (estratti)
Incubo (estratto da: “Mucchio d’ossa”)
Fantasmi (estratto da: “La sfera del buio”)

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La terra girò per avvicinarci

eugenio-montejoLa terra girò per avvicinarci
girò su se stessa e dentro di noi
fino ad unirci finalmente in questo sogno,
come fu scritto nel Simposio.
Passarono notti, nevi, solstizi;
passò il tempo in minuti e millenni.
Un carro che andava a Ninive
arrivò a Nebraska.
Un gallo cantò lontano dal mondo.
La terra girò musicalmente
con noi a bordo;
non cessò di girare un solo istante,
come se tanto amore, tanto miracolo
fosse solo un adagio già scritto molto tempo fa
tra le partiture del Simposio.

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LA TIERRA GIRÒ PARA ACERCARNOS

La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,
en la previda a menos mil de nuestros padres.
La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.

(Eugenio Montejo)

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Dello stesso autore:

Fino a quando girerà la terra

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Emily Dickinson (1243)

pagine-al-ventoNon c’è nave che possa come un libro
portarci nelle terre più lontane,
non c’è corsiere pari ad una pagina
di poesia che balza e che s’impenna.
Questo viaggio può farlo il miserabile,
senza l’oppressione del pedaggio:
è assai frugale il carro
che trasporta l’anima dell’uomo.

(Emily Dickinson)

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Della stessa autrice:

543 Emily Dickinson

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Fino a quando girerà la terra

terraLascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro cranei azzurri
sulla rosa dei venti.
Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.
Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l’eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.
Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà.

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MIENTRAS GIRE LA TIERRA

Déjame que te ame mientras gire la tierra
y los astros inclinen sus cráneos azules
sobre la rosa de los vientos.
Flotando, a bordo de este día
en que al azar, por un instante,
despertamos tan cerca.
Pude vivir en otro reino, en otro mundo,
a muchas leguas de tus manos, de tu risa,
en un planeta remoto, inalcanzable.
Pude nacer hace ya siglos
cuando en nada existías
y en mis angustias de horizonte
adivinarte en sueños de futuro,
per mis huesos a esta hora
ya serían árboles o piedras.
No fue ayer ni mañana, en otro tiempo,
en otro espacio,
ni ocurrirá ya nunca,
aunque la eternidad cargue sus dados
a favor de mi suerte.
Déjame que te ame mientras la tierra siga
gravitando al compás de sus astros
y en cada minuto nos asombre
este frágil milagro de estar vivo.
No me abandones hasta que ella se detenga.

(Eugenio Montejo)

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Dello stesso autore:

– La terrà girò per avvicinarci

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Così parlò Zarathustra

Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra“Voi mi dite: – La vita è pesante da portare – Ma a che scopo avreste la mattina il vostro orgoglio e a sera la vostra rassegnazione?
La vita è pesante da portare: ma non fingetevi tanto delicati di fronte a me! siamo tutti quanti forti asini e bestie da soma.
Che cos’abbiamo in comune con i boccioli di rosa che tremano sotto il peso di una goccia di rugiada?
È vero: noi amiamo la vita, non perché siamo abituati a vivere, ma perché siamo abituati ad amare. Nell’amore c’è sempre un po’ di follia. Ma nella follia c’è sempre un po’ di saggezza.
E anche a me, che amo la vita, pare che le farfalle e le bolle di sapone e quanti tra gli uomini sono simili a loro, sappiano più cose della felicità.
Veder svolazzare queste esili folli tenere animule volubili commuove Zarathustra sino alle lacrime e al pianto.
Io crederei solo a un dio capace di danzare”.

“Io vi dico: per poter partorire una stella danzante bisogna avere ancora il caos dentro di sé”.

“Io ho imparato a camminare: da allora mi consento di correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio essere spinto per smuovermi.

Ora sono lieve, ora volo, ora vedo me sotto di me, ora tramite me danza un dio”.

(Friedrich Nietzsche)
(da: “Così parlò Zarathustra”)

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Jean Valjean

Victor Hugo - I miserabili“Jean Valjean non era, l’abbiamo visto, una natura malvagia. Era ancora buono quando arrivò al bagno penale. Là condannò la società e sentì di diventare cattivo, là condannò la Provvidenza e sentì di diventare empio. E qui è difficile non fermarsi a meditare un momento.
La natura umana può forse trasformarsi così radicalmente? L’uomo creato buono da Dio può diventare cattivo per opera dell’uomo? Può il cuore sotto la pressione di una sventura sproporzionata contrarre deformità e mali incurabili, come la colonna vertebrale sotto una volta troppo bassa? Non c’è in ogni anima umana e non c’era in quella di Jean Valjean una scintilla primitiva, un elemento divino, incorrutibile in questo mondo e immortale nell’altro, che può svilupparsi nel bene, crescere, splendere luminosamente, e che nel male non può mai spegnersi del tutto? Questioni gravi e oscure, all’ultima delle quali qualunque fisiologo avrebbe certamente risposto no senza esitare se avesse veduto a Tolone, nelle ore di riposo che per Valjean erano quelle della meditazione, seduto sulla manovella dell’argano, col capo della catena nella tasca perché non strascicasse, quel galeotto cupo, serio, silenzioso e pensieroso, paria della legge che guardava l’uomo con collera, dannato di questa vita che guardava il cielo con severità.
Certo, quel fisiologo osservatore avrebbe giudicato tale miseria irrimediabile, avrebbe compianto forse quel malato colpito dalla legge, ma non avrebbe nemmeno osato tentarne la guarigione, deviando anzi lo sguardo dagli antri tenebrosi che poteva intravedere in quell’anima; e come Dante dalla porta dell’inferno, egli avrebbe cancellato da quell’esistenza la parola che pure il dito di Dio scrisse sulla fronte di ogni uomo: speranza.
Ma era poi così chiaro per Jean Valjean, come noi abbiamo tentato di renderlo ai lettori, lo stato della sua anima? Riusciva Valjean a vedere distintamente, dalla loro formazione via via che si erano venuti sviluppando tutti gli elementi che componevano la sua miseria morale? Quest’uomo rude e illetterato si era potuto rendere conto con esattezza della concatenazione di idee grazie alla quale era a grado a grado salito e disceso fino alle lugubri prospettive che da tanti anni ormai erano l’orizzonte interiore del suo spirito? Aveva coscienza di tutto ciò che era accaduto in lui e di tutto ciò che si muoveva dentro di lui? Non crediamo. C’era troppa ignoranza in Jean Valjean perché, anche dopo tanta sciagura, i suoi concetti non restassero assai vaghi. Certe volte non sapeva neppure bene ciò che voleva. Jean Valjean era nelle tenebre; soffriva nelle tenebre, odiava nelle tenebre: si può dire che odiasse quel che gli stava dinanzi. Viveva abitualmente nell’ombra, brancolando come un cieco o come uno che sogni. Solo di tanto in tanto, da se stesso o dall’esterno, gli veniva una scossa di collera, una recrudescenza di dolore, un pallido lampo che illuminava tutta la sua anima e faceva a un tratto apparire dovunque attorno a lui, in una luce spaventosa, gli orridi precipizi e le tristi prospettive del suo destino.
Passato il lampo, la notte ripiombava. Dov’era allora? Non lo sapeva più.
Le condanne di questa specie, nelle quali domina l’assoluta mancanza di pietà e perciò l’abbrutimento, hanno per conseguenza di trasformare a poco a poco l’uomo in una bestia selvatica. Talora anche in una bestia feroce. A provare questa strana modificazione dell’anima umana causata dalla legge, basterebbero i molteplici e ostinati tentativi di evasione di Jean Valjean, il quale avrebbe rinnovato quei tentativi inutili e folli, ogni volta che gli se ne fosse ripresentata l’occasione, senza mai riflettere un momento al risultato, né alle esperienze fatte. Fuggiva impetuosamente come il lupo che trovi aperta la gabbia. L’istinto gli gridava: Fuggi! La ragione gli avrebbe detto: Rimani! Ma di fronte a una così violenta tentazione, ogni ragionamento spariva e rimaneva solo l’istinto; chi agiva era la bestia. E quando lo avevan ripreso, le nuove punizioni che gli infliggevano servivano soltanto a irritarlo di più”.

(Victor Hugo)
(da: “I miserabili”)

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Dello stesso autore:

Il vescovo di Digne e la ghigliottina (estratto da I miserabili)

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Carnevale vecchio e pazzo

carnevale-veneziaCarnevale vecchio e pazzo
s’è venduto il materasso
per comprare pane e vino
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia a un pallone.
Beve e beve e all’improvviso
gli diventa rosso il viso,
poi gli scoppia anche la pancia
mentre ancora mangia, mangia…
Così muore Carnevale
e gli fanno il funerale,
dalla polvere era nato
ed in polvere è tornato.

(Gabriele D’Annunzio)

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Autopsicografia

Fernando PessoaIl poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

(Fernando Pessoa)

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Dello stesso autore:

Abdicazione
Sensazione
Ode alla notte
Il violinista pazzo

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