Buick 8

buick8“Pensava che io avessi una responsabilità, che quello che stavamo dicendo là fuori non fosse un dono ma un debito che veniva ripagato, e questo mi rendeva ancora più furioso. E quello che mi mandava su tutte le furie più di ogni altra cosa era il fatto che aveva ragione. Avevo voglia di dargli una manata sul mento e sbatterlo giù dalla panca. Credeva di avere un diritto, e io avrei voluto fargliela pagare. In questo senso, suppongo, ciò che proviamo per i giovani non cambia mai molto. Quando non possiamo più compatirli, quando rifiutano la nostra pietà (non indignati bensì spazientiti), proviamo pietà per noi stessi. Vogliamo sapere dove sono andati i nostri affabili piccoletti, i nostri cucciolotti. Non gli abbiamo pagato le lezioni di piano e insegnato come si tirano le palle a effetto? Come osano guardarci negli occhi e fare le loro domande stupide e avventate? Come osano trarre conclusioni? Come osano volere più di quanto noi siamo disposti a dare?”.

“Pensai di dirgli che non sapevo nulla delle ragioni, ma soltanto delle catene… di come si formano, anello dopo anello, dal nulla; di come si intrecciano nel mondo. A volte puoi afferrare una catena e tirarti fuori da un luogo oscuro. Ma il più delle volte, credo, finisci per fartene avvolgere. Se hai fortuna, rimani semplicemente imprigionato. In caso contrario, ti strangolano”.

“Mi scrutò in volto per diversi secondi. In quel mentre l’interesse e la vivace curiosità abbandonarono la sua espressione, e ridiventò ancora una volta il ragazzo che avevo visto così spesso da quando avevo cominciato a venire alla stazione, quello che avevo visto con più chiarezza il giorno che era stato accettato alla Pitt. Il ragazzo seduto sulla panca dei fumatori con il volto rigato di lacrime, desideroso di sapere quello che ogni ragazzo vuole sapere quando qualcuno che ama viene fatto improvvisamente uscire di scena: perché succede, perché è successo a me, c’è una ragione o è tutto soltanto una folle roulette? E se c’è un senso, che cosa me ne faccio? E se non c’è, come lo sopporto?”.

“Non mi sono mai sposato, e quello che so sulla paternità lo si potrebbe trascrivere sulla capocchia di uno spillo lasciando anche lo spazio per il Padrenostro”.

(Stephen King)
(da: “Buick 8″)

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Dello stesso autore:

The Dome (recensione)
Ossessione (breve recensione ed estratti)
La metà oscura (recensione ed estratti)
Incubo (estratto da: “Mucchio d’ossa”)
La casa del buio (estratti)
Gli orrori del nucleare (estratti da: “Tommyknockers – Le creature del buio”)
– Fantasmi (estratto da: “La sfera del buio”)
A volte ritornano (recensione ed estratti)

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“Adelmo Greco” su Hax

hax

Da pochi giorni “Adelmo Greco”, il breve racconto che ho già proposto ai frequentatori di questo sito, è disponibile anche su Hax, la rivista per cui è stato scritto.  C’è la possibilità di leggerlo online, oppure di scaricare il file in pdf.

Una buona occasione per dare un’occhiata ai contenuti della rivista, interessanti per chi si muove nel mondo dell’informatica e nei suoi dintorni.

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Editoria a pagamento? No, grazie!

Chi frequenta questo sito ormai sa bene come e perché sono contro l’editoria a pagamento. Per chi non fosse un frequentatore abituale c’è da dire, in sintesi, che credo non si debba MAI pagare per pubblicare un libro, e che mi batto affinché gli aspiranti scrittori non alimentino i guadagni di editori furbi e poco professionali. Gli editori disonesti si nascondono dietro un dito adducendo innumerevoli stupide scuse per giustificare la richiesta del cosiddetto “contributo”. Non finirò mai di dire che la via NORMALE per pubblicare NON è pagare, ma NON pagare! A questo proposito consiglio a chiunque volesse saperne di più di guardare questo video. Sopratutto consiglio a tutti gli aspiranti scrittori di guardarlo: è utile e ben fatto. Condivido in pieno le idee espresse al suo interno, e mi complimento pubblicamente con il creatore, il webmaster del sito Isola della poesia, di cui ho avuto modo di parlare  qualche tempo fa in questo post.

Guardate, leggete e fate tesoro dei consigli e delle informazioni contenute in questo video.  Buona visione!

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Recensionelibro.it

recensione-libro

Oggi vi segnalo una nuova recensione de: “L’oblio della ragione”, questa volta su Recensionelibro.it Buona lettura! 🙂

rec

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Georges

georges“Amava l’immensità non perché lo facesse pensare a Dio, ma perché dove c’è più spazio, meglio si respira; amava le stelle, non perché le considerasse altrettanti mondi  che girano nello spazio, ma perché trovava piacevole avere sopra la testa un baldacchino blu bordato di diamanti; amava le grandi foreste, non perché i loro recessi sono pieni di voci misteriose e poetiche, ma perché la volta fitta proietta un’ombra che i raggi del sole non arrivano a penetrare”.

“L’oscurità cominciò a calare dapprima nei punti più bassi, salendo come una marea lungo i tronchi d’albero, sulle fiancate delle rupi, sui pendii della montagna, portando con sé il silenzio e scacciando un po’ alla volta le ultime luci del giorno, che si rifugiarono in cima al picco, oscillarono per un attimo come le fiamme di un vulcano, poi a loro volta si estinsero, sommerse da quel mare di tenebre”.

“I cuori feriti sono fatti così: la gratitudine se ne va attraverso la deriva, e il dolore diventa un giudice rigoroso”.

(Alexandre Dumas)
(da: “Georges”)

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Dello stesso autore:

Il conte di Montecristo
I tre moschettieri
Mercedes
Addio Parigi!

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Adelmo Greco

Ho scritto “Adelmo Greco” sotto commissione nel maggio 2009. Mi era stato chiesto di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il mondo dei computer visto che il racconto era destinato ad essere pubblicato su Hax (rivista che si occupa del mondo degli hacker e dei computer sotto vari aspetti). Per problemi di spazio il numero dei caratteri del testo era limitato, per cui oltre all’esperimento di scrivere su commissione (prima volta nella mia vita) mi sono anche cimentata nella scrittura di un racconto veramente molto breve. La sensazione di doversi limitare ad un numero così esiguo di caratteri non era edificante, specie per me che odio la sintesi, ma è stato interessante scoprire cosa veniva fuori. Ho fatto del mio meglio e credo che il risulatto sia buono. Gustatevelo e se ne avete voglia fatemi sapere cosa ne pensate. Buona lettura!

Vivo in un grande condominio in una grande città e lavoro in casa.
Ho poche occasioni di avere a che fare con gli inquilini del palazzo, ma come non notare e conoscere Adelmo Greco? Adelmo è il mio dirimpettaio, ed è matto da legare. È consuetudine vederlo camminare rapido rapido con le chiavi pronte in mano verso la porta di casa: sembra sempre che sia inseguito da qualcuno, e le prime dieci o quindici volte che ti capita a tiro non riesci proprio a fare a meno di guardare alle sue spalle per vedere da cosa scappa. È un ometto con gli occhiali, basso e grassoccio, con pochi capelli e vestiti tutti uguali. Non può essere che porti sempre gli stessi abiti, deve per forza avere un armadio pieno di completi identici. È sempre nervoso come se avesse una bomba a orologeria attaccata al sedere; una bomba innescata, eh! Parla veloce e spesso blatera da solo a bassa voce discorsi sconnessi che riguardano sempre il suo computer. Adelmo vive solo da almeno sei mesi, più o meno da quando la madre è morta per un attacco di cuore, ottantatreenne, lasciando il figlio di sessantun anni solo con la sua vita. Adelmo, però, non ha una vita. Nessuno ha mai bussato alla sua porta a parte fattorini e creditori, nessuno gli chiede neppure lo zucchero in prestito; un po’ perché tutti sanno che è matto da legare, un altro bel po’ perché è altamente probabile che non abbia zucchero in casa. Riceve ogni giorno pasti pronti che gli vengono recapitati da un ragazzo che lavora alla rosticceria sotto casa nostra, e nei giorni di festa suppongo che pranzi e ceni fuori. Non l’ho mai visto arrivare a casa con le buste della spesa o in compagnia, mai visto sorridere, mai notato con vestiti diversi dai soliti. Le uniche cose che porta a casa sono oggetti dalle forme strane infilati in buste con i loghi di vari negozi di informatica. Probabile che il computer sia proprio il suo unico interesse.
Non so se ha un lavoro, e se ce l’ha non so immaginare che lavoro possa essere, ma so che esce tutte le mattine alle 7:30 precise e rincasa con la stessa precisione alle 13:00, poi esce ancora alle 16:00 per tornare alle 18:30 con l’ennesima busta piena. Cosa comprerà di nuovo ogni giorno il mio pazzo dirimpettaio? Non ne ho idea. Dal suo appartamento non proviene nessun rumore, forse è attaccato al suo pc con tanto di cuffie stereofoniche? Probabile. Certo non credo sia così matto da stare seduto e fermo a guardare il muro. Non si sente neppure il mormorio della televisione nonostante le pareti siano sottili. Anche quando passo davanti alla porta sento silenzio, eppure queste porte non isolano affatto. Starà davvero tutto il tempo al pc?
La fissazione di Adelmo per il computer è ormai nota. Gli altri inquilini all’inizio lo stavano anche a sentire quando si fermava sulle scale ad informarli dei suoi nuovi acquisti tecnologici, ma giorno per giorno i suoi discorsi diventavano più folli, il modo di esprimersi ossessivo, le parole si accavallano e non lasciava all’interlocutore di turno neppure lo spazio per dire una parola. Un giorno l’ho incontrato mentre rincasava e si è fermato a parlarmi di un attrezzo di qualche tipo che aveva appena acquistato. Io non capisco niente di computer, so a malapena come accenderli! Me lo ricordo come fosse appena accaduto…
– Salve Adelmo – gli dico appena lo vedo.
– Oh, guarda cosa ho comprato! –
Il suo entusiasmo smonta la mia voglia di liquidarlo e gli chiedo di che si tratta. Mi fa vedere una roba stranissima, una specie di piccola scheda verdastra piena di qualche tipo di circuiti.
– Che è? – Chiedo.
– Potenzio la mia ram! –
Per me questo è arabo, non ho idea di cosa sia quella cosa, so solo che ho visto aggeggi simili dentro i computer. Questo sessantunenne strambo con il suo completo marrone e la sua camicia bianca, con quella sua cravatta a righe che mi fa girare la testa e ruotare gli occhi, comincia a blaterare tutte le assurdità possibili proprio davanti ai miei occhi e nel raggio delle mie orecchie disabituate a tanto parlare. Non posso ripetervi le sue lunghe spiegazioni a proposito dei potenziamenti del suo computer: non saprei come nominare tutti quegli attrezzucoli, ma ricordo bene la sua chiara ossessione che era poi l’unica cosa che lo distoglieva dal distruggere le orecchie e la pazienza altrui, infatti ad un certo punto, all’improvviso, ti mollava.
– Devo andare, adesso devo andare! La posta elettronica devo controllare le mie mail ho un appuntamento in chat ho un blog da controllare ho tanto da fare, tanto da fare… – Diceva infilando le parole una dietro l’altra come perle su un filo di nylon. Le infilava con rapidità e senza dar loro spazio, quasi senza punteggiatura, conferendo alle sue frasi un’aura di ossessiva fretta. Poi a bassa voce e con gli occhi spiritati concludeva: – Il mio computer… il mio computer mi aspetta! –
Matto da legare. Poi in fondo non fa male a nessuno, forse neppure a sé stesso. Chi non ha una dipendenza al giorno d’oggi? Lasciando perdere le droghe, l’alcool e le sigarette (e quindi eliminando forse la metà della popolazione), ognuno si fa a suo modo. Com’era quella canzone di Ligabue? L’ho sentita giusto l’altro giorno:
“…che ognuno a suo modo è un tossico vero
di pere, d’affetto, di sogni, di sesso o di idee…”
Insomma, ognuno ha la sua droga, c’è solo da sperare di avere la fortuna di dipendere da una droga che non ti spappola il fegato o ti annerisce i polmoni; c’è da pregare che sia una droga che non uccide, insomma. Non so quanto sia andata bene ad Adelmo, in fin dei conti. Qua c’è chi dice che da quando la madre è morta lui ha riempito il vuoto e invece di prendersi un cane ha comprato un computer. All’inizio aveva solo un portatile, poi ha aggiunto svariati altri attrezzi… Sono entrato a casa sua un giorno: dovevo dirgli una cosa da parte del padrone di casa e sono rimasto impressionato da quello che ho visto. C’erano tre computer fissi e un portatile tutti in fila su un lungo tavolo. E poi stampanti, scanner, fax e altro ben di Dio e cavi dappertutto e foto e documenti stampati fissati alle pareti con le puntine da disegno e cumuli di mouse e marchingegni vari lungo le pareti, e ancora cavi, cavi, metri e metri di cavi aggrovigliati. Sembrava di essere alla NASA. Quella volta pensai più del solito che era matto e immaginai che il suo covo computerizzato mi avrebbe stritolato con i suoi tentacoli di cavi se avessi osato profanarne la sacralità. Mi sentii sollevato quando mi chiusi alle spalle la porta della mia casa alquanto normale.
Per Adelmo i computer sono una compagnia, la ragione per cui vive forse, addirittura il motivo per cui si alza la mattina magari. Lo so, è pazzesco, ma c’è chi la mattina si alza per accumulare denaro, chi per farsi il maggior numero di donne o trovarsi un marito ricco. C’è chi si alza nel cuore della notte per un panino con la nutella e chi se non legge un libro si sente vuoto e se non suona la sua chitarra si sente morto. A voi come è andata in quanto a dipendenze? Ad Adelmo alla fine dei conti è andata male, credete a me.
Oggi è passata a trovarmi la signora che abita proprio sotto l’appartamento di Adelmo, ed è venuta a raccontarmi cosa è avvenuto il giorno fatidico. Quel giorno ero fuori casa: un amico mi aveva invitato a pranzo. La signora Rigoni, una vispa vecchietta di settantacinque anni con qualche acciacco, si è arrampicata su per le scale (l’ascensore si è rotto di nuovo) con il suo bastone e la sua smorfia di dolore sul viso simpatico, e si è autoinvitata a prendere un tè a casa mia. Mentre mettevo l’acqua a bollire ha iniziato a raccontare:
– Povero Adelmo, poco prima del fatto è arrivato correndo a bussare alla mia porta. Ho sentito i passi nel corridoio. –
L’accaduto lo chiamava “il fatto”, come se avesse timore di chiamare la cosa con il suo nome. In fondo, ma anche in superficie, questa specie di timore ce l’ho anch’io.
– Ha cominciato a dire che stava mandando la posta a qualcuno, che andava tutto bene, ma che poi era saltata la corrente. Era agitato, mi parlava veloce e con gli occhi aperti assai che avevo paura che mi prendeva per il collo e mi ammazzava. Mi pareva pazzo proprio! –
– Non si agiti signora, beva il suo tè – ho detto cercando di calmarla e posando davanti a lei la tazza fumante di tè alla fragola, il suo preferito. Lei non l’ha degnato neppure di uno sguardo e ha continuato a raccontare, sotto shock, cosa era accaduto quel giorno.
– “Il mio computer, il mio computer” ha preso a dire. E si metteva le mani sulla testa e poi muoveva le braccia e si guardava in giro e come se io non c’ero ha gridato: “CHI MI AIUTA? LA CORRENTE, MI SERVE LA CORRENTE!”. Poi è corso per le scale che mi pareva che cadeva e si rompeva il collo. E gridava: “LA POSTA, LA MIA POSTA! LE MEIL LE MEIL!” –
Naturalmente la signora intendeva dire le “e-mail”.
– Poi è finito addosso a Giorgio, il nipote della signora Giunti, che stava salendo le scale. Gli fa disperato con una vocina che la sentivo appena: “La corrente… c’è la corrente da te?”. Giorgio tutto spaventato gli ha detto che mancava in tutta la città e che la sistemavano entro qualche ora. Allora si è messo a gridare come un pazzo: “IL MIO COMPUTEEEEEEEER”. È risalito di corsa e quando mi è passato vicino ho visto che piangeva. Neanche lo riconoscevo se non sapevo che era lui: aveva la faccia diversa, pareva pazzo proprio. –
Io sapevo già come erano andate le cose. Nel palazzo ne parlavano tutti, ma la versione della signora Rigoni era particolarmente toccante. Provai pena per il mio povero vicino folle.
– Poi se n’è tornato in casa e c’è stato silenzio. Non abbiamo chiamato nessuno perché pareva che si era calmato. La corrente è mancata per tutto il giorno e la notte, altro che qualche ora! La mattina dopo sono arrivati i poliziotti a casa del signor Adelmo. Penso che li ha chiamati quella signora nuova di questo piano che ha sentito rumori strani, mi ha detto. Quando hanno aperto la porta io ero nel corridoio e ho visto dentro… pendeva dalla trave sul soffitto il povero signor Adelmo. Con un cavo del computer si è impiccato! –

(Chiara Vitetta)

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Il popolo dell’autunno

il popolo dell'autunno“Immagino che una notte, centinaia di migliaia di anni or sono, in una caverna, accanto a un fuoco, uno di quegli uomini irsuti si svegliò per guardare la sua donna e i suoi figli, e temette che potessero morire, sparire per sempre. E tese la mano nella notte verso la donna che un giorno sarebbe morta, verso i figli che l’avrebbero seguita. E per poco, il mattino seguente, li trattò un po’ meglio, perché capiva che, come lui, recavano in sé il seme della notte. Sentiva quel seme come limo nel suo sangue, scindersi e riprodursi in attesa del giorno in cui avrebbe consegnato il suo corpo alle tenebre. E così quell’uomo, per primo, seppe ciò che ora noi sappiamo: il nostro tempo è breve, l’eternità è lunga. E con questa consapevolezza vennero la pietà e la misericordia, e così imparammo a risparmiare gli altri per i benefici più complessi e più misteriosi dell’amore”.

(Ray Bradbury)
(da: “Il popolo dell’autunno”)

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Altre citazioni dallo stesso libro:

Il popolo dell’autunno (2)

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Vita nuova

vita nuovaStavo dinanzi al mare arido e le onde
Con gli spruzzi sul viso nei capelli
Mi colpivano. Lunghi fuochi rossi
Ardevano nel cielo, urlava il vento,

Verso terra stridevano i gabbiani.
«Perché» gridai «la mia vita è di dolore,
E come il mare i miei campi turbinosi
Non producono alcun frutto?»

Erano lacere, squartate le mie reti.
Tuttavia, come un ultimo dado le gettai
Nel mare, e attesi.

Non la fine apparve, lo splendore
Dalle acque nere del passato
Emerse in membra candide!

(Oscar Wilde)
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Dello stesso autore:

– Se non avessimo amato
– L’arte
– L’arte (2)

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Le più belle poesie

alda-meriniLe più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello di Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.

(Alda Merini)
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Della stessa autrice:

– I poeti lavorano di notte
– Il dottore
– La mia poesia
– Le parole di Aronne

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Bruciata viva

Bruciata vivaCi sono dei libri che sono semplicemente necessari, libri che dovremmo tutti leggere e che sono la guida indispensabile per renderci parte viva e integrante di questo pazzo mondo. Uno di questo libri è Bruciata viva, di Suad, una donna cisgiordana che negli anni settanta venne bruciata viva dal cognato perché era rimasta incinta prima del matrimonio.

Suad è sopravvissuta e attualmente vive in Europa, nascosta dai suoi familiari che la credono morta. I fatti narrati in questa angosciante testimonianza di vita sono un prezioso pezzo di storia e permettono al lettore di rendersi conto di fatti orrendi ma reali, che si verificano ancora oggi in molte parti del mondo. Noi, nati in realtà serene e protette, liberi da traumi orrendi e ricordi da rimuovere per sopravvivere, forse attraverso questo libro possiamo capire quanto siamo stati fortunati, quanto le nostre esistenze siano privilegiate, per qualche strano caso del destino.

Suad, donna forte e intelligente, racconta al mondo le più orrende pieghe della sua vita in queste preziose pagine. Lei sa bene che nascere donna nel suo paese è una disgrazia, sa di valere meno delle capre e delle pecore che accudisce, sa che le cinghiate di suo padre trovano sempre una ragione per raggiungere la sua schiena, che l’umiliazione è il suo pane quotidiano, che avrà un briciolo di risicata libertà solo quando passerà di proprietà, cioè quando suo padre la venderà ad un uomo affinché ne diventi la moglie.

Poche volte ho pianto leggendo un libro, poche volte non ho potuto staccare gli occhi nemmeno un momento e ho letto ininterrottamente dalla prima all’ultima pagina; poche volte, ma questa è una delle poche. La salvezza di questa donna, portata via dal suo paese quasi in fin di vita da un’organizzazione umanitaria svizzera, è stata possibile grazie ad un’altra donna, un’europea presente in Cisgiordania per salvare bambini orfani, malati e con handicap.

Questa storia è sì la storia di Suad, mai stata bambina, picchiata un giorno sì e l’altro pure, terrorizzata dal padre e dalla morte, schiavizzata e trattata peggio di un animale; ma è anche la storia di una rinascita, di una vita ricostruita giorno per giorno, con forza e determinazione, ma spesso con la fragilità inevitabile di un essere umano che per anni non ha saputo neanche cosa fossero i diritti umani e che il valore di una donna fosse equivalente a quello di un uomo.

Leggete, e ditemi se mi sono sbagliata.

Buona lettura!

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