Premio donna dell’anno 2013

premio_1Il Premio donna dell’anno 2013, organizzato da Il musagete, Istituto Culturale della Calabria, si è concluso sabato 28 settembre 2013 nell’hotel Corallo, a Villapiana Lido, con la premiazione della vincitrice.

Durante questa settima edizione del Premio, creato con l’intento di premiare donne che si sono particolarmente distinte in diversi ambiti nel panorama calabrese, ho ricevuto la nomination per la letteratura.

La serata di premiazione si è rivelata piacevole ed interessante. Priva di pomposità ed eccessivi formalismi, ha immediatamente rivelato una cultura reale ed un’attenzione sincera per piccole e grandi eccellenze calabresi.

Per ogni categoria è stata scelta, tra tante, una sola donna.

Queste le sette prescelte: Caterina Ceraudo (Gastronomia), Palma De Leo (Sport), Anna Lauria (Cultura e territorio), Angela Librandi (Imprenditoria), Francesca Micciulli (Arte contemporanea), Dora Ricca (Teatro) e Chiara Vitetta (Letteratura).
La nomination vinta da ognuna di queste donne ha permesso loro di concorrere al Premio donna dell’anno 2013.

Le sette nominate sono state innanzitutto premiate per la vittoria della nomination nella propria categoria con una targa. Di ognuna di loro è stato letto ad alta voce un curriculum vitae, poi Oreste Bellini, presidente dell’associazione Il Musagete, ha condotto delle brevi ed intelligenti interviste di fronte ad un pubblico attento e interessato.

Sono stati anche assegnati quattro premi speciali: Caterina Grandinetti (Imprenditoria); Francesca Prestia (Musica popolare); Matilde Spadafora (Solidarietà) e Annamaria Terremoto (Giornalismo).

Dopo l’assegnazione dei premi speciali, Oreste Bellini ha letto la motivazione della scelta della vincitrice e pronunciato con mia grande sorpresa proprio il mio nome.

“Perché ha saputo incarnare le qualità della donna calabrese moderna: sensibilità, determinazione, solitudine come risorsa di riflessione e di maturazione; non in uno sterile isolamento ma come aria da attraversare per una migliore ed autentica vita di relazione è stata proclamata donna dell’anno 2013 Chiara Vitetta”.

È il primo premio per la letteratura che ricevo, perciò mi è sembrato doveroso concludere la serata ricordando il momento in cui, tanti anni fa, ho deciso che avrei fatto la scrittrice.
Ero un’adolescente e divoravo i libri di Stephen King. Le sue parole erano pane, i suoi consigli perle preziose. Una frase in particolare ha colpito la mia attenzione e svegliato in me il preciso intento di diventare ciò che oggi sono. Da allora non ho mai dimenticato quelle parole:

“Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi”.

(Stephen King) (da: “On writing”)

Grazie ad Oreste Bellini, presidente dell’associazione; a Bonifacio Vincenzi, presidente di Giuria e a Roberto Rizzuto, sindaco di Villapiana Lido.

Grazie anche ai membri della giuria e a tutti coloro che hanno creduto in questa vittoria, primi fra tutti Maurizio e Viola, i sostenitori di sempre.

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Nomination al Premio donna dell’anno 2013

Locandina-Donna-dellAnno-2013-2013In occasione del settembre culturale il Musagete, Istituto Culturale della Calabria, ha organizzato la settima edizione del Premio donna dell’anno, con l’intento di premiare donne che si sono particolarmente distinte in diversi ambiti nel panorama calabrese.

Tra le donne che hanno ricevuto la nomination al premio ne sono state scelte sette, una per ogni categoria: letteratura, poesia, teatro, sport, imprenditoria etc.

Per la letteratura ho avuto l’onore di essere scelta io, perciò mi troverò con piacere tra le sette donne che concorreranno al premio.

Questi i nomi delle altre sei partecipanti: Caterina Ceraudo, Palma De Leo, Anna Lauria, Angela Librandi, Francesca Micciulli, Dora Ricca.

La giuria, dopo aver esaminato i curriculum e intervistato le candidate, sceglierà la donna che, tra le sette prescelte, si aggiudicherà il Premio donna dell’anno 2013.

La serata di premiazione si svolgerà a Villapiana Lido sabato 28 settembre alle 20:30 nella sala conferenze dell’Hotel Corallo.

La manifestazione è aperta al pubblico, perciò siete tutti invitati.

Vi aspetto!

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– Aggiornamento: Premio donna dell’anno 2013 a Chiara Vitetta

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Due recensioni

Due nuove recensioni dei miei libri scritte da Giorgia e Andrea per il sito Youbookers.it

Buona lettura!

Leggi le recensioni

Youbookers

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La musica dei sogni

41D2Bl6gh4L._AA258_PIkin4,BottomRight,-32,22_AA280_SH20_OU29_La musica dei sogni è un romanzo del 2013 di Roberta Tiberia. Si tratta di un’autopubblicazione, ma non per questo di un libro scadente, tutt’altro. Dato che ogni regola ha la sua eccezione, com’era prevedibile è arrivato il momento che io ne infranga una delle mie e recensisca un libro autoprodotto. L’unica ragione per cui lo faccio è la sola che conti: La musica dei sogni è un buon libro.

Non voglio intrattenervi con le solite lamentele sull’editoria e le sue problematiche, mi limiterò a ricordarvi che siamo messi così male da spingere tanti bravi scrittori a smettere di tentare di pubblicare o ad autoprodursi e nel frattempo siamo sommersi da libri spazzatura e rischiamo di perderci tante buone storie.

I protagonisti de La musica dei sogni sono due: una giovane donna (Irene) ed un pianoforte. Che uno strumento musicale diventi un personaggio è alquanto strano, eppure la voce e l’anima date a questo pianoforte costituiscono uno dei punti forti del libro.
È proprio la voce del piano a darci il benvenuto tra le pagine del libro di Roberta, in un incipit assolutamente riuscito:

“Sono un pianoforte.
Le circostanze della vita mi hanno costretto ad un atroce destino: non essere suonato. Carlo era le mie mani, i miei dieci polpastrelli agilissimi. Invece ora è un’ombra senza voce e senza sostanza apparente. Un’anima dormiente. Di lui ormai non resta che l’involucro esterno.
Spento, purtroppo.
Vorrei tanto far rialzare le sue mani e poggiarle su di me. Se avessi due braccia – due dannate braccia – lo abbraccerei e lo stringerei; se avessi corde vocali umane gli sussurrerei che non è solo. Ma non posso.
Così me ne sto qui, dimenticato in una stanza grigia e aspetto.
Aspetto di salvare Carlo.
Aspetto di essere salvato”.

Nella stanza silenziosa dove il pianoforte aspetta di essere salvato, Carlo è immobile e spento. Il suo corpo è sopravvissuto ad un grave incidente: non ha alcune ferita; la sua mente, al contrario, sta soccombendo sotto il peso di uno shock terribile. La sua compagna, che per settimane ha tentato di riportarlo alla vita svegliando i suoi sensi in ogni modo, si è arresa di fronte all’insopportabile immobilità. Carlo è rimasto solo, circondato dall’assenza di note, dall’oppressivo, ingombrante silenzio.

Altrove, intanto, Irene non vive più. Vive nel passato; nel presente ha un’unica occupazione: tentare di distruggersi. La sua mente, come quella di Carlo, è preda di un terribile shock:

“Io ho ucciso. Sono immeritevole delle ore del tempo e dei marciapiedi calpestati. Eppure vivo perché sono immeritevole perfino della morte.
Mi chiamo Irene e ho ventisette anni; anni di cui mi restano solo i ricordi. Mi chiamo Irene e sono come morta. Vivo di ricordi, non nel presente”.

La vita di Irene scivola via, spinta dal fluire di uno schiacciante senso di colpa. Prima sfugge al lavoro, poi alla madre e alle amiche, persino a Marco, il compagno della sua vita. Sfugge persino al sole, della cui luce non si sente degna:

“Non dormo mai di notte. Mi addormento soltanto dopo che sia trascorso un tempo considerevole dal sorgere del sole. Non tollero la vista della prima luce, troppo bella, troppo vitale. Non me la merito e poi non saprei che farmene. Di mattina vanno tutti di corsa, eppure sanno benissimo dove stanno andando, chi e cosa stanno cercando e che cosa li aspetta.
Io no: per questo ho scelto di starmene a letto proprio quando gli altri si alzano e iniziano a dare un senso al nuovo giorno.
La notte, invece, resto sveglia, veglio, sopravvivo, penso, ricordo. Di notte mi sento meno in colpa perché non sto rubando nulla a nessuno. Dorme la città, dormono i suoi abitanti, le luci, i colori, gli odori.
Non sottraggo nulla al mondo, di notte”.

Neanche il sangue può lavare la colpa, né il cibo riempire il vuoto o scacciare il disagio. Irene sopravvive grazie al dolce ricordo di nonno Titti e di un padre affettuoso ma pressoché assente, pieno di colpe e mancanze. Irene ricorda, ricorda… ma tra i ricordi del passato continua ad insinuarsi il presente, gelido e infido. Ed Irene dovrà affrontarlo, infine, per smettere di distruggersi, per fare ammenda, per riequilibrare un presente che traballa e rischia di frantumarsi ai suoi piedi.

Cosa ha fatto questa donna di tanto terribile? Ha davvero ucciso? E perché l’ha fatto? E Carlo, quale terribile trauma deve superare? Tra le note di Billie Holiday, le poesie di Fernando Pessoa e un pianoforte nostalgico che brama di essere suonato, le vite di Carlo e Irene si intrecciano e sembrano danzare sulle note di Carelessly.
E ci sembra di sentire la voce di Billie che graffia le pareti della notte:

“How carelessly / You gave me your heart / And carelessly I broke it, sweetheart / I took each tender kiss you gave to me / Every kiss made you a slave to me…”.

Non vi serve sapere altro, su La musica dei sogni, se non che Roberta Tiberia ha l’unica cosa che chi intende scrivere non può imparare: lo stile.

Per ora La musica dei sogni è disponibile solo in ebook, ma entro qualche settimana sarà possibile acquistare anche la versione cartacea.

Buona lettura!

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– Scopri altri progetti di Roberta Tiberia: Marianne e il mondo capoverso

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“Sprecare è un verbo che mi spaventa. L’immagine che mi trasmette è quella di un fiume zeppo di succulenti pesci che scorre davanti ad un uomo affamato ma privo d’iniziativa.
Carlo è quell’uomo alla deriva.
Io il pesce che vuole essere preso”.

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“È una sensazione strana sentirsi morti quando si è ancora vivi”.

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“Un pianoforte che smette di suonare è come un prato ingiallito, arido e povero.
Un uomo che smette di vivere è lo stesso”.

(Roberta Tiberia)
(da: La musica dei sogni)

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Il violinista pazzo

ViolinoNon fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.

Egli apparve all’improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all’improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.

La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.

In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.

Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.

La sposa felice capì
d’essere malmaritata,
L’appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,

la fanciulla e il ragazzo furono felici
d’aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.

In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell’anima gemella,
quella parte che ci completa,

l’ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.

Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.

Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell’ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda –
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere –
la melodia del violinista pazzo.

(Fernando Pessoa)

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Dello stesso autore:

Abdicazione
Autopsicografia
Sensazione
Ode alla notte

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Ode alla notte

notte stellataVieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.

Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.

Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.

Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.

Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.

Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.

Vieni, dal fondo
dell’orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.

Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.

Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.

Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.

E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto…

Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi… Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.

Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

(Fernando Pessoa)

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Dello stesso autore:

Abdicazione
Autopsicografia
Sensazione
Il violinista pazzo

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Sito in ferie

Questo sito tornerà attivo l’1 settembre 2013. Buone vacanze!

leonessa a riposo

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Cordoglio

EC372_-_Novelle_per_un_anno_-_Pirandello.225x225-75“La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle, sul mare, avvolgeva il loro cordoglio, che si effondeva nella notte e palpitava con quelle stelle e s’abbatteva lento, lieve, monotono con quelle ondate su la spiaggia silenziosa. Le stelle, anch’esse, lanciando quei loro guizzi di luce negli abissi dello spazio, chiedevano perché; lo chiedeva il mare con quelle stracche ondate, e anche le piccole conchiglie lasciate qua e là su la rena.
Ma a poco a poco la tenebra cominciò a diradarsi, cominciò ad aprirsi sul mare un primo frigido pallore d’alba. Allora, quanto c’era di vaporoso, d’arcano, quasi di vellutato nel cordoglio di quei due rimasti appoggiati ai fianchi della lancia capovolta su la sabbia, si restrinse, si precisò con nuda durezza, come i lineamenti dei loro volti nella incerta squallida prima luce del giorno”.

(Luigi Pirandello)
(da: “Notte”)

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Dello stesso autore:

Non si sa come (estratto)
Ogni forma è una morte (estratto da: La carriola)
Da sé (recensione ed estratti)
La veste lunga (recensione ed estratti)
L’uomo e la legge (estratto da: La notte)
Tullio Buti (estratto dalla novella Il lume dell’altra casa)

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Hannibal Lecter

Hannibal-lecter“Il dottor Lecter, che aveva assassinato nove persone, teneva le dita congiunte davanti al naso e la osservava. Dietro i suoi occhi c’era una notte eterna”.

(Thomas Harris)
(da: “Il silenzio degli innocenti”)

“Il dottor Lecter si divertiva: aveva straordinarie risorse interiori, ed era in grado di intrattenere piacevolmente se stesso per anni interi. I suoi pensieri non erano vincolati dalla paura o dalla bontà più di quanto i pensieri di Milton fossero stati vincolati dalla fisica. La sua mente era libera.
Il suo mondo interiore aveva colori e odori intensi, e non molti suoni. Anzi, doveva sforzarsi un po’ per sentire la voce del defunto Benjamin Raspail”.

(Thomas Harris)
(da: “Il silenzio degli innocenti”)

“Il mostro è seduto nella biblioteca buia, con la mente che dipinge a colori sull’oscurità, mentre nella sua testa risuona un motivo medievale”.

(Thomas Harris)
(da: “Hannibal”)

“Per lui, la nomina a curatore della biblioteca Capponi è preziosa per molte ragioni.
Dopo gli anni di claustrofobica prigionia, gli spazi e l’altezza delle stanze del palazzo sono molto importanti. Ancor più importante, la sintonia che sente con l’edificio. È l’unica costruzione privata nella quale abbia messo piede che per dimensioni e particolari si avvicini al palazzo della memoria che si è costruito fin dalla giovinezza”.

(Thomas Harris)
(da: “Hannibal”)

“Per lui, l’aria era dipinta di profumi distinguibili e vividi come colori, che poteva sovrapporre e scindere come se stesse dipingendo ad acquerello. Qui non c’era niente della galera. Qui l’aria era musica. Qui era un concerto di pallide stille di incenso che aspettavano di essere estratte, e bergamotto, legno di sandalo, cannella e mimosa, sopra le note di fondo della vera ambra grigia, dello zibetto, dell’estratto di castoro e dell’essenza di muschio.
A volte, il dottor Lecter coltivava l’illusione di poter sentire gli odori attraverso le mani, le braccia e le guance, di poterli annusare con la faccia e con il cuore. Di esserne addirittura soffuso.
Per varie ragioni, l’odorato sollecita la memoria più di qualunque altro senso.
Qui, nella Farmacia, il dottor Lecter fu colpito da frammenti e lampi di ricordi, mentre se ne stava sotto la luce diffusa dalle grandi lampade art déco, annusando, annusando. Qui non c’era niente della galera”.

(Thomas Harris)
(da: “Hannibal”)

“A imitazione di Giotto, anche il dottor Lecter ha affrescato i muri della propria mente”.

(Thomas Harris)
(da: “Hannibal”)

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Il colore venuto dallo spazio

Lovecraft-The-Color-out-of-SpaceIl colore venuto dallo spazio (1927) è di certo uno dei migliori racconti horror che siano mai stati scritti.

L’autore, Howard Phillips Lovecraft, non ha assolutamente bisogno di presentazioni. Bastano poche righe di uno qualunque dei suoi racconti per svelare al lettore la sua abnorme, ammirevole capacità descrittiva, le doti ammaliatrici della sua scrittura, i tempi perfetti della sua narrazione.

Particolarmente bravo nel creare atmosfere cupe ed inquietanti, non difetta affatto in fantasia. La sua grande produzione si snoda tra racconti più o meno belli, ma comunque qualitativamente sempre eccellenti. Anche se a volte si dimostra prolisso, come nel famoso Le montagne della follia, arricchendo la narrazione con descrizioni chilometriche e complesse, resta comunque un grande scrittore, creatore di moltissimi racconti eccellenti.

A parte Il colore venuto dallo spazio, consiglio Il modello di Pickman, Aria fredda, L’illustrazione nella casa, Colui che sussurrava nelle tenebre, Herbert West – Rianimatore, Nel deposito mortuario e La dichiarazione di Radolph Carter.

In una lettera ad un amico, Lovecraft definisce Il colore venuto dallo spazio come “uno studio d’atmosfera” che, prosegue: “racconta di un oggetto che cade dal cielo fra le colline a occidente di Arkham”.

Un giorno qualsiasi, tra le colline di Arkham, un meteorite precipita dal cielo e va a schiantarsi nella proprietà di Nahum Gardner e della sua famiglia. Un gruppo di scienziati, chiamati a fare delle ricerche sul meteorite, ne prelevano un pezzetto alla volta per studiarne la composizione, ma si trovano subito davanti ad un mistero insolubile: la roccia proveniente dallo spazio non somiglia a nessun materiale esistente. Gli scienziati si arrendono presto, anche perché il meteorite si riduce pian piano da sé fino a scomparire…

“…una volta scomparso non lasciò dietro di sé alcun residuo e col tempo gli scienziati cominciarono quasi a dubitare di aver visto coi propri occhi quel misterioso vestigio delle insondabili profondità dello spazio: solitario, fantastico messaggero giunto da altri universi e da altri regni della materia, dell’energia e dell’essere”.

Presto nella fattoria di Nahum si manifesta uno strano fenomeno. I frutti piantati dalla famiglia Gardner crescono rigogliosi: grandi, sani, bellissimi a vedersi. Il rovescio della medaglia, però, non si fa attendere: i frutti e le verdure sono sì meravigliosi a vedersi, ma pessimi al palato; immangiabili, invendibili. Ma non finisce qui… l’acqua del pozzo ha uno strano sapore e gli alberi e i cespugli che crescono sul terreno che circonda la casa emettono, nel buio della notte, una strana, inquietante luminescenza.
Il paese, di fronte alle stranezze che accadono alla fattoria Gardner, emargina la famiglia, che si ritrova sola, disperata e isolata, in un orrore che cresce di giorno in giorno.

La forza di questa storia, a parte nello stile dell’autore, sta nell’atmosfera, in questo colore (venuto dallo spazio) che pulsa nel buio intorno alla casa, che chiama dal fondo del pozzo; che rende nervosi gli animali e li spinge a fuggire dalla fattoria; e sta nella triste resa dei Gardner, avviluppati nel terrore, incantati dalla voce di quel colore, che chiama, chiama, chiama…

Cosa accadrà ai Gardner, lo lascio scoprire a voi.

Il colore venuto dallo spazio è una perla della letteratura, magnifico sotto ogni punto di vista. Anche chi non ama il genere dovrebbe leggerlo, perché, come tutte le opere degne di essere considerate “classici”, il suo valore va al di là dell’argomento trattato e del genere letterario di appartenenza.

Ed ora, godetevi un piccolo estratto:

“Verso sera Ammi riuscì ad andarsene, perché nemmeno l’amicizia avrebbe potuto convincerlo a restare alla fattoria quando la vegetazione cominciava a illuminarsi e i rami degli alberi si mettevano a danzare, ci fosse o no il vento. Era una vera fortuna che Ammi non avesse più che tanta fantasia; anche così la sua mente mostrava segni di cedimento, me se fosse stato in grado di riflettere e collegare tra loro i portenti che lo circondavano, sarebbe impazzito completamente”.

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