Caccia all’editore – L’insostituibile ruolo dell’editore

MINOLTA DIGITAL CAMERASalve colleghi scrittori,
la caccia è sempre aperta, ma di tanto in tanto, tra una proposta inviata ed un’altra, sarebbe bene trovare anche il tempo per soffermarsi a riflettere.

Di sicuro tutti voi, prima o dopo, vi siete posti la fatidica domanda: “Ma non potrei bypassare gli editori e autoprodurre il mio libro?”. Sì, certo che potreste. Potreste fare tante cose, compresa la follia di gettarvi sotto un autobus, ma questo non significa che sia la cosa migliore da fare.

Non solo da scrittrice, ma anche da lettrice mi permetto di sconsigliarvi questa strada. La ragione è semplice: nessun autore è in grado di giudicarsi da solo. Un conto è essere sicuri di sé, tutt’altro è arrogarsi il diritto di giudicare il proprio lavoro al punto da affermarne la validità con un’autopubblicazione.

Come ho già detto, anch’io ci ho pensato; e perché no? Valutare ogni possibilità non può certo far male! Ma continuavo a rimanere perplessa. C’era qualcosa, nel sottofondo dei miei pensieri, che si ostinava a farmi apparire sbagliata questa direzione.

Le motivazioni erano (e sono) essenzialmente due: il rispetto per i miei lettori e quello per me stessa.

– Il rispetto per i lettori

I lettori hanno il sacrosanto diritto di non essere sommersi da libri che non siano stati valutati da un esperto che possa essere sufficientemente obiettivo nel giudicare un libro. Immaginate cosa succederebbe se tutti si autoproducessero… verremmo sommersi da libri-spazzatura e scovare i buoni libri nel mucchio diventerebbe talmente difficile da spingerci a cercare qualcuno di cui fidarsi.
Di chi vi fidate, di solito, quando comprate un libro? Del consiglio degli amici? E quegli amici, di chi si sono fidati, prima? A monte, qualcuno forse ha deciso di non sparare nel mucchio, data la scarsa qualità del mucchio, e di affidarsi (e fidarsi) di un editore capace, che ha fatto bene il suo lavoro principale: la selezione delle opere.
Se tra i libri autoprodotti ne leggeste a caso dieci, sono sicura che non tentereste l’undicesimo. La percentuale di autori capaci di autogiudicarsi è scarsa o più che scarsa; è normale. Di solito o ci si butta troppo giù, o ci si innalza eccessivamente. Chi è capace di giudicare obiettivamente se stesso?

– Il rispetto per se stessi

Il rispetto che l’autore deve a se stesso implica, secondo la mia visione, di pretendere un giudizio equo, disinteressato ed obiettivo, che non può che venire da un estraneo che capisca qualcosa di libri. In altre parole, da un buon editore.

Tutto questo discorso, è chiaro, si basa su un concetto fondamentale: non siamo in grado di giudicare noi stessi. Potreste dirmi: e se invece lo fossimo? Ed è qui che anch’io mi sono arenata, qualche volta, valutando l’autopubblicazione.
Il mio dilemma si è sciolto qualche mese fa, quando mi sono ritrovata alle prese con Futura, uno dei libri che ho scritto, ma che non è mai stato pubblicato.

A molti scrittori capita, rileggendo qualcosa che hanno scritto molto tempo prima, di inorridire, di vergognarsi, di deprimersi. Anche a me, naturalmente. Alcune storie che ho scritto in passato le trovo ingenue, acerbe, non abbastanza buone. Ecco perché non le ho mai pubblicate. Altre, tra cui i due libri che ho pubblicato, le trovo buone anche a distanza di anni. Vedo qualche difetto che prima non notavo, scovo qualche ingenuità che non commetterei una seconda volta, con il senno di oggi, ma le trovo ancora buone.

Quando decidiamo di imbarcarci nella difficile e faticosa ricerca di un editore, di sicuro lo facciamo convinti del nostro piccolo capolavoro. Pensiamo che chi lo leggerà non potrà che restarne rapito. Su, non fate i modesti; scommetto che ho ragione.
Poi riceviamo i rifiuti o i silenzi degli editori, come è successo a me, di nuovo, con Futura, inviato agli editori lo scorso anno. E ci chiediamo: da cosa è dipeso, il fallimento? Non lo sapremo mai, possiamo solo fare congetture. Potremmo pensare che gli editori non leggono ciò che ricevono, o che cercano roba più commerciale del nostro originale e ricercato romanzo; che vogliono nomi noti, non sconosciuti come noi; oppure… oppure potremmo fare un bagno di umiltà e uscire dalla vasca con l’idea che forse, e dico forse, il nostro libro non è poi tanto capolavoro.

Rileggo sempre i miei libri a distanza di alcuni mesi dalla fine dell’ultima stesura, e a volte sono dolori. Futura l’ho riletto ad un anno dall’invio e, credetemi, ci sono voluti mesi, dopo la rilettura, per trovare il coraggio di ricominciare la ricerca di un editore per l’ultimo romanzo che ho scritto.

Come è andata? Male, molto male. L’ho trovato pessimo. Era lo specchio di un brutto periodo di vita, il contenitore di un’accozzaglia di idee incerte, lo sfogo interminabile di molte insoddisfazioni. Non era letteratura, era uno sfogo, poco più che un diario travestito da romanzo.

Potete immaginare come mi sono sentita?

E allora, mi sono detta, potrò mai davvero giudicare i miei libri mantenendo il rispetto per i miei lettori? I miei lettori non lo meritano, un libro brutto come Futura.
Ed io, come scrittrice, merito di sicuro un parere più valido del mio; un parere obiettivo e distaccato che venga da un esperto.

E così ho sciolto il mio dilemma, stabilendo una volta per tutte quella che per me è adesso una verità ovvia: il ruolo dell’editore è indispensabile e insostituibile. Sempre.

E allora, pensando al nostro orgoglio di scrittore ferito, come possiamo andare ancora avanti; come possiamo non arrenderci? Come credere ancora che ciò che produciamo sia degno, pensando che dopo alcuni mesi ciò che prima ci apparso come un capolavoro può sembrarci, rileggendolo, un pessimo libro? Beh, a questa domanda ognuno dovrà trovare la propria risposta. Io posso darvi la mia, null’altro.

Posso perché amo questo mestiere, perché dà un senso e una misura alla mia vita, perché mi rende felice. E perché “Non c’è vita/che almeno per un attimo/non sia immortale”. Scrivere è la mia immortalità. Per cosa lottare, se non per tutto questo?

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Leggi gli altri post della Caccia all’editore:

– Caccia all’editore
Fase 1: Il manoscritto
Fase 2: La sinossi
Fase 3: Il curriculum
Fase 4: La lettera di presentazione
Fase 5: La scelta degli editori da contattare
Caccia all’editore – Un anno dopo

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L’Heautontimorumenos

charles baudelaireA J.G.F.

Ti colpirò, senza odio e senza collera,
come un beccaio, come Mosè il sasso;
e perché possa al fine dissetare
il mio Sahara, le acque del dolore
zampillare farò dalla tua palpebra.

Rigonfio di speranza il desiderio
andrà sulle tue lacrime salate
come un vascello che si spinge al largo;
nel cuore inebriato dei tuoi singhiozzi,
che mi son cari, echeggeranno quasi
un tamburo che batte la sua carica.

Non sono forse un falso accordo nella
divina sinfonia, grazie all’edace
Ironia che mi scuote e mi morde?
Tutto il mio sangue, tutto, è questo nero
veleno; ed io non sono che lo specchio
in cui si guarda la strega.

Coltello e piaga, schiaffo e guancia, membra
e ruota sono, vittima e carnefice;
sono il vampiro del mio cuore, un grande
infelice, di quelli a un riso eterno
dannati, e che non possono più sorridere

(Charles Baudelaire)

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Dello stesso autore:

La botte dell’odio
– Le chat
– La pipa
– I gufi
– Epigrafe per un libro condannato
La musica

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Caccia all’editore – Un anno dopo

lista-editoriCarissimi aspiranti scrittori,
è arrivato il momento di tirare qualche somma.

La caccia all’editore è sempre aperta, anche se è sempre difficile catturare una preda, piccola o grande che sia.

Proprio nel periodo in cui vi ho proposto quei sei post zeppi di consigli su come proporre voi stessi e il vostro libro agli editori (li trovate qui), ho fatto anch’io la mia ricerca e contattato gli editori scelti. Da allora è trascorso più di un anno, ed il libro che ho proposto, Futura, è rimasto in un cassetto.

La mia lista contava tredici nomi, un misto di editori di media grandezza ed importanza. Ho seguito tutta la trafila: sfoltire lunghe liste, spulciare siti internet, preparare il materiale e via dicendo.

Oggi, ad un anno di distanza, posso tirare le somme e andare avanti. Pronti per le cifre? Bene.
Dei tredici contattati, solo tre hanno risposto. Due via email, uno via posta ordinaria. Esito: negativo, ma senza spiegazioni del perché.

Questa è la strada di molti di noi: tentare e ricevere no, insistere, ricominciare, tentare ancora.
La cosa peggiore rimane sempre la mancanza di risposte, perché spinge a chiedersi: il libro lo hanno letto, o giace dimenticato in una pila di suoi simili in qualche stanza sperduta?

La domanda è lecita, ma non trova risposta, perché molti editori non si fanno vivi qualora l’esito fosse negativo. E gli anni passano…

Questa, signori miei, è la dura realtà dei fatti: attese, attese… lunghe, interminabili attese, e nessuna certezza. È un mestiere difficile, fatevene una ragione.

Allora che facciamo dopo aver atteso un anno senza ottenere nulla più che altra esperienza? È semplice ma deprimente: ricominciamo da capo. Affiniamo il metodo di preparazione del materiale, troviamo altri editori o riproviamo con gli stessi proponendo un nuovo libro, che si spera abbiamo scritto nell’anno di attesa. Mica siamo stati con le mani in mano un anno intero!

E allora eccomi qua, alla ricerca come voi, nello stesso periodo dell’anno in cui nel 2012 ho cercato un editore per Futura.
La mia scelta, alla luce di un anno di nuove informazioni ottenute a spizzichi e bocconi e con fatica, è di proporre un altro libro e di aggiustare il tiro. Ho scelto quindici editori tra piccoli e medi, sfoltendo una lista di quasi trecento nomi e arrivando, nell’arco di qualche settimana, a mettere su un elenco di nomi interessanti, almeno secondo i miei personali criteri di valutazione. Per la cronaca, solo un editore si ripete in entrambe le liste.

Ora non rimane che inviare il materiale e attendere, attendere, attendere. Dato che l’attesa è parte di questo lavoro, vi consiglio di non stare con le mani in mano, perché passeranno mesi, molti mesi. Nell’attesa, cercate di vivere. E di scrivere, magari. Se le cose non dovessero andare come sperate, tra un anno potrete aver bisogno di un nuovo manoscritto da proporre.

Pare che la speranza sia sempre l’ultima a morire, ma attenti, perché non è immortale. Nutrite la vostra speranza e nutrite il vostro amore per la scrittura. Non fatevi abbattere da niente e nessuno, non permettete agli eventi di distruggere la vostra passione. Abbiate fede nei vostri sogni.

Tenete duro. Io sono con voi.

Vi aspetto nelle prossime settimane con nuovi post della serie Caccia all’editore.

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Gli altri post della Caccia all’editore:

Caccia all’editore
Fase 1: Il manoscritto
Fase 2: La sinossi
Fase 3: Il curriculum
Fase 4: La lettera di presentazione
Fase 5: La scelta degli editori da contattare
Caccia all’editore – L’insostituibile ruolo dell’editore

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Segundo: Tango perpendicular

3396590008_8c53410aab_zÈ nel pavimento lavato dove brillano
I pesci d’oro delle scarpe nuove
È nel Cupido dal dente cariato
Che fa sedere le coppie, aspettando la mancia
Nella pallida guancia e nella spilla sul collo
È nel bicchiere di Tempranillo
Dove lui desidera lei, attraverso un rosso inferno
È nella segatura ben sparsa,
Perché nessuna lacrima vada persa
È nel primo sopraggiungere del tango
Nella notte curiosa dietro la porta chiusa
Ma… se non ti tengo tra le mie braccia
Tutto questo è una cartolina banale
Per uno specchio di barbiere
Per un ricordo che fa ancora male.

È nella dama piccola che si appoggia
Al cavaliere come al parapetto di un balcone
E avanza con lo stivale sottile
Tra nuvole di neon e fumo
Del suo music-hall personale
È nel sorriso dello scemo che non può ballare
Ma dentro di sé conquista e seduce
La bionda triste, col marito al fianco
Che parla di sacchi di caffè, e non ama il tango
È nel gesto di Carlos che spalanca
Il bandoneon, come Mosè che apre il mare
È nel frusciare di una gonna, nell’attimo di silenzio
È nell’odore di rosa, calzini ed assenzio
Ma… se non ti bacio come si baciano i ragazzi
Tutto questo è nostalgia per un mare dipinto
Per un marinaio senza più nave
Per un capitano senza un filo di vento

È nella tosse roca del ballerino migliore
Che indossa la morte, come un abito ben fatto
E nella vecchia coppia che danza
“Engañadora” per la millesima volta
È nella vecchia ferita da coltello
Il giorno che qualcuno difese qualcuna
Nelle risate troppo forti e smargiasse
Nelle farfalle suicide sulle lampade rosse
È nella grazia e nell’arroganza
Di questo contrappunto, che ci trascina
Nei campi di luna, oltre la porta
Ma… se non mi sei vicina, amore
Tutto questo è una canzone vecchia
Dentro una valigia di ricordi smarriti
Di tanghi usati, in vecchi spartiti.

(Stefano Benni)
(da: “Le Beatrici”)

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Dello stesso autore:

Primero: Tango del vestito rosso
Mademoiselle Lycanthrope
Volano

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Primero: Tango del vestito rosso

Jack VettrianoHai qualcosa di me in te che brucia
E non puoi nascondere in parole d’occasione
Un tratto, un gesto, una ferita, un pianto
Un filo rotto, una nota, una scusa
La nostra milonga dietro una finestra chiusa

Hai un po’ del mio sangue sul tuo vestito
Una foto in tasca, un coltello, un treno
Una bugia pronta, un bicchiere di veleno
Ogni volta che hai cercato di dimenticarmi

Stanotte ti prego: svegliati, apri la mano
Nel buio raccogli un pugno d’aria
Stringilo come fosse l’ultimo fiato
Chiudi gli occhi, apri il pugno, là io sono
Un tratto, un gesto, una ferita, fumo
Un vecchio tango, un po’ del mio profumo

Hai qualcosa di me in te che danza
Bandoneon, sala vuota, lontananza
In ogni passo in ogni inchino io sono
Un bacio sincero, un bacio disonesto
Bugie: muoio per te, vivo per questo

E so che tu non mi hai dimenticato
E che dimenticarti io non posso
Ombra, spilla sul tuo vestito rosso
Anche se non balleremo più insieme
Così finì uno scandalo in una città perbene.

(Stefano Benni)
(da: “Le Beatrici”)

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Dello stesso autore:

Segundo: Tango perpendicular
Mademoiselle Lycanthrope
Volano

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Volano

volareC’è una città c’è un palazzo all’ultimo piano c’è una luce azzurra fioca sottomarina e c’è una piccola stanza.
C’è un vecchio che guarda la televisione.
Lo hanno lasciato lì dicendo “dai nonno che noi usciamo, ma non lamentarti: la televisione ti fa compagnia”.
Ma il vecchio non si sente in compagnia.
Guarda la televisione facce di gomma criminali vanitosi gente che non ha niente da insegnare.
Preferirebbe qualcuno che gli parlasse o gli suonasse qualcosa.
Allora il vecchio va alla finestra e vede che nella finestra di fronte, in una stanza uguale in un palazzo quasi uguale all’ultimo piano, c’è una vecchia coi capelli d’argento come lui che guarda la televisione.
Guarda facce di gomma criminali vanitosi gente che non ha niente da insegnare.
E anche la vecchia si alza dalla poltrona va alla finestra e vede tante finestre con la luce azzurra fioca sottomarina.
E dentro tanti vecchi e vecchie lasciati lì soli dicendo:
“Be’, non lamentatevi, tanto c’è la televisione che vi tiene compagnia”.
E c’è anche un bambino davanti alla televisione, da solo.
E il bambino va alla finestra e vede tutti quei vecchi alla finestra e la luna e tutti si guardano e nessuno dice niente, bisognerebbe urlare da finestra a finestra ma non sta bene.
Allora improvvisamente il primo vecchio del primo palazzo sale sul davanzale della finestra.
È in pigiama, fa freddo ma non gliene importa.
Sale un po’ a fatica, sta in bilico e si sporge, guarda la strada sotto dall’ultimo piano.
E tutti i vecchi e le vecchie e il bambino lo guardano e stanno col fiato sospeso.
Gli unici che non se ne accorgono sono le facce di gomma i criminali vanitosi quelli che non hanno niente da insegnare.
E il vecchio sta in piedi sul davanzale della finestra sospeso nel buio e sembra che ascolti qualcosa.
In effetti c’è un piano che suona lontano dall’altra parte della città.
Una musica che il vecchio ballava nei giorni in cui non si sentiva solo, anzi non era solo e non avrebbe mai pensato di poter essere un giorno così solo.
E nessuno allora gli diceva: “Be’, di cosa ti lamenti tanto hai la televisione che ti fa compagnia”.
E il vecchio ascolta quel piano lontano, un filo fragile di melodia, e annusa l’aria per capire da che parte viene la musica.
E dondola avanti e indietro e tutti capiscono che sta per buttarsi giù.
E trattengono il fiato e hanno paura.
E il vecchio si butta e precipita ultimo piano nono piano ottavo settimo piano sesto quinto quarto ma ecco che di colpo spalanca due grandi ali nere da uccello.
E si arresta in aria e le sbatte e prende quota e vola in alto tra i palazzi.
E la vecchia coi capelli d’argento dice be’ se ci riesce lui ci riesco anch’io.
E si butta e sbatte due ali nere da cornacchia e va dietro al vecchio.
E anche un vecchio con la barba bianca salta giù e apre due ali da gabbiano, strilla, picchia nel muro dei palazzi, perde penne e la dentiera ma vola anche lui.
E anche il bambino allora si butta ma ha delle ali piccolissime, non sa usarle, sta precipitando e…
… arriva il vecchio e al volo lo prende in spalla e lo porta via verso quel piano che suona lontano.
E diventano piccoli piccoli mentre scompaiono nella luce della luna.
E lasciano soli quelli che avevano detto di non lamentarsi perché si sentivano soli.
E le facce di gomma e i criminali vanitosi e quelli che non hanno niente da insegnare.
Quelli che non ascoltano un piano lontano di notte, e non credono che i vecchi possano avere le ali, né che uno possa sentirsi solo davanti a una televisione.
Quelli che forse non salteranno mai giù da un ultimo piano.
Ma se lo faranno… nessuno volerà a salvarli.

(Stefano Benni)
(da: “Le Beatrici”)

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Dello stesso autore:

Mademoiselle Lycanthrope
Primero: Tango del vestito rosso
Segundo: Tango perpendicular

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“L’oblio della ragione”, la video recensione

Questa mi mancava, sappiatelo. Ho scoperto quasi per caso, mentre contattavo utenti su Anobii per promuovere un’iniziativa riguardante Apri gli occhi, che un mio lettore ha pubblicato una video recensione in cui parla del mio primo libro, L’oblio della ragione.

Il video risale all’estate scorsa. Immaginate la mia sorpresa nel venire a sapere che mi era sfuggita una cosa del genere!

Ti dai da fare, ti struggi e ti distruggi, ti adoperi in tutti i modi per pubblicizzare, diffondere, vendere e raccogliere pareri sinceri sui tuoi libri, e sembra che nulla serva. E poi… poi ecco che un giorno, quando ti sei scoraggiato e hai deciso di prenderti una pausa, sbuca dal nulla un lettore soddisfatto che magari ti fa addirittura pubblicità con una video recensione su youtube. Beh, è un segno del destino! 😉

Da quanto ho pubblicato il mio primo libro, mi capita di continuo. Nei momenti di attività e sicurezza, tutto tace. Appena il dubbio e la stanchezza mi assalgono, ecco che arriva una recensione, una proposta, un segno di stima. Qualcuno vuole dirmi qualcosa, mi sa.

Grazie Andrea, sappi che se non mi arrendo è anche merito tuo. La tua parte l’hai fatta bene, non c’è che dire. 🙂

Ed ora godetevi la video recensione di Andrea.

Acquista L’oblio della ragione a 2,99€

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Apri gli occhi – Il booktrailer

“Il booktrailer è un videoclip, uno spot, un trailer realizzato per pubblicizzare un libro. Attraverso l’utilizzo di suoni, parole e soprattutto immagini sintetizza il contenuto del libro stesso, cercando di ricrearne l’atmosfera. Di fronte al problema della diminuzione dei lettori, il booktrailer, il cui veicolo principale di distribuzione è la rete, si prefigge lo scopo di divulgare i libri, utilizzando un linguaggio simile a quello del trailer cinematografico, per avvicinare un pubblico più vasto” (fonte: wikipedia).

Dopo la recente uscita della versione digitale di Apri gli occhi, non potevo che presentarvi il booktrailer, degno successore di un modernismo che appare necessario, dati i tempi. L’ho ideato e realizzato personalmente, cercando di mantenere lo spirito del libro e di illustrare con poche, semplici immagini questa storia sui sogni e le difficoltà che li accompagnano.

Buona visione!

Vi ricordo che il libro è in vendita in versione digitale a 2,99 € sui seguenti siti:

Smashwords
Amazon
Bookrepublic
Feltrinelli
Libreria Rizzoli
Ebook.it
Barnesandnoble

I primi capitoli sono disponibili gratuitamente in epub e in pdf cliccando sui link sottostanti:

Scarica i primi capitoli in epub

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È anche possibile leggere le recensioni dei lettori:

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Mademoiselle Lycanthrope

Super-Luna

Una donna, illuminata da un raggio di luna.

Io sto alla finestra e la aspetto.
A volte c’è la nebbia e devo scrutare in quel grigio senza distanze, mi sembra di vederla e invece è solo un fantasma, un riflesso del mio desiderio.
A volte vedo nuvole dense e io ho paura che lei si impigli in quella foresta di vapori e tuoni, e non riesca a raggiungermi.
A volte d’estate sento già dal mattino la sua voce luminosa che mi chiama.
E d’inverno non resisto, quando è notte corro nella neve, le vado incontro, so che è là, oltre le cime aguzze degli alberi.
Ma anche se sono dentro una stanza, mi basta una finestra socchiusa, un tremore latteo sul pavimento, un filo di luce dalla porta e io so che è arrivata.
E la mia vita povera come quella di tutti, all’improvviso si incendia di dolorosa meravigliosa passione…
E il mio cuore batte forte perché lei è tornata.
LA LUNA.

Sì, le prime volte non ero felice.
I vestiti ad esempio non avevo capito come fare, si laceravano, si stracciavano e io non ero ricca, non potevo comprarne di nuovi ogni volta, e mia madre si arrabbiava. Sì, mia madre è stata il primo problema, non poteva capire subito che era la mamma di UNA… già è difficile essere la mamma di UN… di UNA anche di più. Cosa fai con questi vestiti sfondati, le maniche stracciate, ma dove vai, ma qual è l’uomo che ti riduce così? Mamma, non posso dirtelo, sono caduta… un incidente, oh mamma lasciami stare.
Ma non ci ha messo molto a capire. Perché il sangue è sangue.
Una lacrima, una sola, e poi le ha nascoste. E rammendava i vestiti, li aggiustava con pazienza, e una volta ho visto che aveva lasciato sul fondo della gonna un’apertura apposta per la… insomma, aveva capito tutto la mamma.
E non era facile da accettare.
La prima volta quando succede non lo sapete dominare, avete paura, si grida, ci si dimena, si sbava, no, urlavo, non sono io quella. Mi sono vista allo specchio, ho avuto orrore. Le mani diventano… minacciose, certo, anche una mano di donna piccola e gentile può premere un grilletto, ma delle mani così feroci, così inadatte a gesti teneri… poi si impara… E… anche i denti, la prima volta non è facile accettarli. Poi si impara a fare tutto con maggiore calma, con un’ironia un po’ amara, diciamo pure… con eleganza.
Il naso ad esempio ci si abitua, è sempre un po’ umido ma l’olfatto aumenta, è un potere inebriante, e i denti insomma… basta lavarli sempre e smussarli con una limetta e poi tenere la bocca chiusa, si assume un’espressione seria, un po’ altera, professorale.
Il pelo… cresce dappertutto, è ispido e pungente, non è certo visone o chinchilla, ma… ha delle belle sfumature… e poi ho imparato che ci sono dei balsami per renderlo lucente… si impara a pettinarlo, ha un suo fascino. Le orecchie… basta farsi crescere i capelli, coprono tutto.
Il vero problema è la coda. Nei primi tempi è una nemica, cammini e ci inciampi, sei in pubblico e ti accorgi che sporge da sotto il mantello, se la tieni dietro sembra un fagotto informe, davanti sembri incinta, allora si impara a tenerla lungo la gamba, a sinistra o a destra, lo si dice al sarto.
Certo, esistono sartorie apposta per noi.
Non necessariamente sono lican… sono come noi, a volte si fanno i fatti loro, gli piace fare un lavoro fuori dalla routine.
Il mio dice: è una grande soddisfazione vestire una creatura come lei… così dice. Una volta ci ha anche provato. Certo, c’è chi ti rifiuta. I medici, guai a farti visitare. Ma cosa sono questi graffi… e che strane pupille! E poi la gente, basta che veda la nostra ombra, che senta il nostro respiro, ed ecco la polizia alle calcagna, le guardie giurate, le ronde, gli inservienti dei circhi… e i giornali… i loro titoli… diventiamo yeti, pantere, alieni… albanesi quando va bene… e parte la caccia… come se fossimo… delinquenti… solo perché ogni plenilunio…
[ride] Lo so cosa pensate: adesso ci rifila la storia della licantropa buona che non uccide nessuno. No… non nego la mia natura.
Ma ho delle regole. Come voi umani mi mangio la parte del mondo che mi spetta. Voi non mangiate gli uccellini o i gatti ma schiantate centinaia di esseri, è la regola. Io non sbrano bambini, è la prima regola del buon licantropo… e neanche gli anziani, e non perché la carne è coriacea ma perché… è troppo facile prenderli… e le donne no, solidarietà femminile… anche se certe ministre… E allora? Io mangio manager sui quarant’anni, preferibilmente filogovernativi. Prima di mangiarli parlo un po’ con loro. Cosa ne pensano di chi non produce, dei deboli, dei diversi… del loro zoo di animali inferiori.
Appena esce la luna divento agitata e mi dicono: ma cos’hai, c’hai le tue cose? Sei in quei giorni?, sì, dico, anzi sono in quella notte.
Chissà cosa mi farai, allora…
[ringhiando] Neanche lo immagini…
Di cosa sanno? Di tacchino affumicato alcuni… altri di pollo… altri di pesce, ecco, tipo sushi. Non ci credete? Va bene, sono una bugiarda, vi ho mentito. Non saprete mai di cosa mi cibo. A meno che non ci incontriamo…
Avete più paura di me che di un soldato armato di tutto punto? Vi fa specie perché sono una donna? Solo gli uomini possono fare i mannari?
Io non obbedisco a nessuno.
Io non uccido in nome di nessun Dio.
Io sono una ballerina.
Voi non sapete come i nostri movimenti animaleschi, sghembi, rapidi, possono diventare una danza. Ah… sento che sta per arrivare. [guarda in alto]
LA LUNE LA LUNE NE GARDE AUCUNE RANCUNE…
Che brivido nelle mie ossa.
Lo so cosa volete sapere. La mia vita… sentimentale.
Be’, è complicata. La vostra è semplice?
Animalesca? Be’, non vado ad annusare gli uomini da dietro, se è questo che volete sapere.
Cerco l’amore. Come tutti, da Cenerentola a Godzilla.
Certo, bisogna trovare uno che ami il genere.
Una volta becco un punk satanista cattivo coi piercing. Ai primi peli che mi son spuntati se l’è fatta addosso.
La seconda volta… era una bella notte di primavera. Nel bosco c’era odore di legna umida e resina. E tra i rami una luce, fuoco di camino. Veniva da una casetta coi nani di gesso in giardino, e il dondolo sotto il pergolato di glicini. Che stordimento i glicini, per il mio naso. E lui è uscito, un agreste contadinello con gli occhi neri. Con tutta la malinconia della sua giovinezza un po’ solitaria. E io timida lo spiavo tra albero e albero.
E lui deve avermi sentito perché mi ha chiamato.
LUPA? SEI UNA LUPA?
Sono scappata, ho avuto timidezza, anzi, paura, paura di non essere abbastanza bella o brutta o sorprendente, e quella voce curiosa LUPA LUPA, sono scappata.
La sera dopo mi sono avvicinata e il dondolo cigolava forte e non c’erano solo i suoi piedi a sporgere ma anche dei piedini di donna e li ho visti, insieme.
E i miei denti hanno fatto rumore di sciabola e le mie unghie sono uscite come pugnali e ho ululato e…
Non potevo… non potevo.
La gelosia è per i lupi, la vendetta per gli uomini.
L’ha sposata, è ingrassato e la picchia una volta alla settimana. E il mostro ero io.

No, non è facile la mia vita. L’altra notte avevo calcolato male le fasi lunari, ero in piazza tranquilla a una serata per pecore, una serata un po’ pallosa, sapete quegli eventi che le amministrazioni regalano alle loro pecore votanti, ed erano tutte un po’ sbronze e si spintonavano e belavano. Sul palco c’era un comico-pecora che diceva battutacce e giù risate pecorili e dopo c’era un cantautore pecora nera, e io ero lì in mezzo a tutti, sapeste che odori meravigliosi di ascelle e carne frolla e la pecora nera grida: su sorelle e fratelli, accendete l’accendino che siamo in diretta, fatto? Benissimo adesso dedichiamo un pensiero all’Africa, fatto? Benissimo e adesso mandate un messaggio col telefonino a una pecora che amate, fatto? Benissimo e adesso guardate la luna e cantate con me. Ho guardato anch’io accidenti era luna piena, permesso permesso… ho sentito la bufera nel sangue e permesso, ho fretta, fate passare. E due o tre caproni mi dicevano ma dove vai sfigata, ehi bella gnocca dove scappi, scusate non sto bene e ho cominciato a tremare, guarda là è drogata e mi spuntavano i peli cazzo ma di cosa ti sei fatta? E ho cercato di nascondermi ma c’avevo i caproni dietro che mi seguivano e mi prendevano in giro perché camminavo storta e dicevano: ma dai che ti facciamo stare bene, ma cosa sei bianca, nera? Sei una nera di merda? Dai che ti facciamo godere, un altro dai che la riempiamo di botte. Mi sono voltata e ho detto: vi piace l’odore del sangue?
Anche a me. [ringhia]
Sono scappate le pecore e io ho ululato e ha ululato anche la sirena della polizia, mi sono nascosta dietro a un cassonetto della spazzatura che vergogna e la luna sopra di me come una febbre e verso la mattina un vecchio magro, spiritato, mi ha visto, ha chiesto: le serve qualcosa, sta male? Grazie ho detto, passerà.
Sì, passerà, mi ha detto il vecchio, anch’io sono come lei. Anche lei? Sì, da tanti anni. Ho preso tante botte, sono scappato tante volte. Ci farà il callo, bisogna abituarsi, ci si abitua. Era un vecchio con uno sguardo buono. Le sopracciglia bianche. Viene il giorno, mi ha detto, che non si uccide più. Si lascia che siano gli altri a uccidere.
Non capivo.
Ora lo so.
E così sto alla finestra e aspetto.
Mi sento un po’ sola chiusa qui.
Ma un giorno magari mi metterò un mantello di raso nero e una rosa di seta e scarpe con la fibbia di Fauré.
Oui, je suis Mademoiselle Lycanthrope.
Volete camminare con me signore, per le vie della Parigi notturna? È una notte di luna quasi piena e noi quasi ci ameremo.
Nessun urlo o ululato o macchia di sangue per strada.
Solo una vaga malinconia.
La luna la luna, è una severa maestra.
Anche stasera non uccidiamo. Balliamo.
Domani forse, qualcuno ci ucciderà.

(Stefano Benni)
(da: “Le beatrici”)

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Dello stesso autore:

Volano
Primero: Tango del vestito rosso
Segundo: Tango perpendicular

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Epitaffio

stele commemorativaNon chiedere, passante, ciò che fummo,
che siamo meno che nebbia e parole,
abbiamo grumi di terra per lacrime
che trasudano in fili di vapore.
Germinino acini di rancore
dal grembo sfatto della memoria
in un rigoglio acerbo
sui vostri campi e sulle vostre case:
sola ci scalda questa coltre nera
nel gelo marcio delle nostre notti:
l’ira insonne che vi divori il cuore,
o vivi: questo è l’unico tepore,
questa per noi la pace, questa sola
la giustizia dei martiri.

(Luca Grasselli)

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