La pseudocultura di convenienza – Capitolo inaspettato

Chiara Vitetta - La pseudocultura di convenienzaSarebbe bello sapere, una volta tanto, che ciò che appare e ciò che è, ma credo che ognuno di noi dovrebbe rassegnarsi, una volta per tutte, e accettare che non è bene fidarsi delle apparenze.

Da anni sono a disposizione di aspiranti scrittori che sono alla ricerca di consigli o pareri. Ovviamente sono la prima a seguire le direttive che mi permetto di dare agli altri. Una di queste è, quando si tratta di concorsi letterari, quella di stare attenti prima di tutto ad una cosa: che il concorso non richieda una quota di partecipazione.

Le rare volte che decido di considerare un concorso, spulcio per bene il bando e se non è richiesta una quota di partecipazione e le regole non sono troppo rigide, partecipo. Di recente, dietro consiglio di qualcuno, ho partecipato proprio ad un concorso di poesia. Il bando, molto semplice, non aveva regole rigide. I premi erano interessanti e non veniva richiesto materiale inedito. Beh, si tenta; perché no? Tuttavia… non è la prima volta che una volpe si nasconde dietro un pollaio, pronta a sbranare il gruppo di innocue galline che beccano serenamente il proprio mangime. Certo non è lusinghiero paragonare scrittori e aspiranti tali ad un gruppetto di galline, ma siccome ci trattano da stupidi, la similitudine ci sta tutta. Posso anticiparvi che quelli come me, che hanno la loro triste esperienza dell’ambiente, sul più bello si trasformeranno in orsi pronti ad azzannare la volpe che ha osato mettere le zampa nel pollaio.

Siccome, come dicevo prima, ciò che appare è diverso da ciò che è, effettivamente a volte possiamo sembrare galline, perciò ecco la volpe pronta ad attaccare. Se siete facili alla depressione, smettete di leggere adesso, perché sto per proporvi un inaspettato, nuovo capitolo de: La pseudocultura di convenienza.

Sono le 12 di una mattina come le altre e sto leggendo un buon libro quando il cellulare squilla, inaspettato. Chiamata anonima. Chi sarà? È nientemeno che una delle persone che si occupano del concorso a cui ho partecipato. La chiameremo con un nome fittizio: Samantha.

Samantha ha una voce amichevole e un tono mellifluo, e dopo essersi accertata di parlare proprio con l’autrice della poesia che le è tanto piaciuta, snocciola un complimento dopo l’altro come se sgranasse un rosario immaginario. Oh, grazie Samantha, che bello sapere che hai apprezzato la mia poesia! Ringrazio e attendo di conoscere la ragione della telefonata. I complimenti sono intervallati da qualche domanda. Ma lei quanti anni ha? È da molto che scrive? E dalle mie risposte, che richiamando le mie pubblicazioni non possono che toccare l’argomento “Editoria a pagamento? Ma anche no!”, qualcosa comincia a puzzare. Sento odor di disaccordo, ma forse è solo una mia impressione… Samantha mi chiede se ho pubblicato con il Gruppo Albatros… Non sia mai! Dice di aver fatto qualche ricerca su internet, ma probabilmente ha frainteso i risultati di google, visto che mi collega alla terribile casa editrice a cui ho fatto tanta cattiva pubblicità. Leggi bene, Samantha, leggi bene.

Passato lo scoglio Gruppo Albatros, la conversazione continua e prima che la puzza diventi troppo forte, chiedo quale sia la ragione della chiamata. Samantha mi spiega, articolando bene la lezione attraverso una precisa scaletta e accompagnando ogni frase con uno studiato commento, che la casa editrice che ha indetto il concorso sceglie, tra i partecipanti, i poeti migliori, per poi includere le loro opere in una collana di poeti contemporanei. Ma grazie, che onore! Mi chiedo dove sia la fregatura, perché tutto questo è molto bello, ma altrettanto improbabile. Ci deve essere qualcosa sotto.

Samantha spiega: verrà pubblicata un’antologia di poesie che costerà un botto, verrà pubblicato anche l’ebook, che costerà uno sproposito. In un angolo della mia mente scatta una domanda spontanea: ma con prezzi del genere, pensate davvero che la situazione tragica in cui versa la poesia possa migliorare?

Samantha continua: i libri verranno pubblicizzati su un certo canale televisivo, gli autori avranno un loro spazio sul sito della casa editrice. Sì sì, veniamo al dunque: quanto volete? Ma non lo chiedo, aspetto solo che arrivi la botta. Sono pronta, non cado dalla sedia.

“L’unica cosa che chiediamo agli autori è l’acquisto di tot copie ad un prezzo scontato. Noi non chiediamo contributi (si collega al discorso che le ho fatto sul Gruppo Albatros). Poi sappiamo che questo tot di copie se ne va subito, l’autore non avrà problemi a venderle tra fidanzati, amanti, amici e parenti”. Vorrei dirle che in genere l’autore ha piacere di regalare le copie a queste persone, vorrei dirle che il prezzo per ogni libro è più che esorbitante, è criminale! Vorrei dirle che oh, grazie, io autrice di un tot di poesie contenute nella raccolta ho diritto ad uno sconto del 10% su quella cifra folle! Ma grazie, ma come siete gentili, voi! Tutto questo lo penso nel giro di qualche istante, ma sono troppo sconvolta per commentare. La sua chiamata mi ha colta alla sprovvista, poi ha tentato di lusingarmi con i complimenti a cui, sulle prime, ho anche creduto, poi ha gettato la bomba. Non sono molto lucida, sul momento. Le dico: ok, grazie, mi ripete per favore il suo nome? E mi manda il materiale via e mail? Lasci che legga tutto con calma, le farò avere la mia risposta in giornata. Lei acconsente e ci salutiamo.

Poco dopo ricevo l’email. Quello che mi ha inviato non è nulla più di quello che mi ha detto al telefono, ma non so, forse perché adesso ho la mente fredda o forse perché verba volant eccetera eccetera, ora so molto bene con cosa ho a che fare. L’avessi avuto ben chiaro prima, le avrei detto a voce quello che invece le ho scritto nell’email. Non oso pensare a come sarebbe finita.

È stata un’email difficile da scrivere, e forse anche inutile. Beh, togliamo il forse, su, siamo realisti. La sua risposta mi dà la certezza di quanto sia stata inutile. Avrei voluto calcare la mano, spiegare per bene ogni concetto che ho espresso, dirle quanto mi nausei il suo modo di “lavorare”, ma non serve, lo so. Così mi trattengo, ed ecco cosa viene fuori:

Salve Samatha,
come le ho accennato al telefono, mi ha colto alla sprovvista, per cui ora, a mente fredda, posso rispondere con cognizione di causa ad ogni cosa.

Secondo i miei criteri di valutazione, anche la vostra proposta rientra nella tipologia “a pagamento”. Stabilire che un buon autore, di cui avete apprezzato le opere, debba pagare per l’acquisto di sei copie, è, secondo il mio modesto parere, chiedere un contributo.
Non starò qui a discutere sulla quantità di denaro, anche se devo dirle che xx euro per x copie è davvero una cifra esorbitante. Inoltre, se non ho capito male, vorreste vendere l’ebook a x euro o giù di lì. Quando al telefono le ho detto: “Penso che cose di questo genere dovrebbero costare poco”, è perché avevo capito male. Credevo parlasse di un ebook con un costo di qualche euro… non trovo corretto vendere un libro digitale così tanto.

Se davvero si apprezza il lavoro di uno scrittore, si deve investire su di lui e se lo si rispetta come persona, allora si deve evitare di elogiarlo tentando di far leva sul suo ego per poi proporgli, spacciandolo per un buon affare, un accordo di pubblicazione a pagamento. Queste sono bassezze davvero inaccettabili.

Non so se di norma queste vostre proposte trovino terreno fertile, ma temo proprio di sì, e la cosa mi dispiace molto.
Questa volta, comunque, vi è andata male. Non sono nata ieri, e mi muovo in questo ambiente da quanto basta per riconoscere certe manovre.

E per quanto i complimenti sul mio lavoro possano farmi piacere, non mi rendono cieca né sorda. Non ricordo più quando ho imparato che un complimento seguito da una richiesta di denaro o di favori, non è un complimento sincero; ma non dimentico la lezione.

Vorrei dire molto di più, ma sono certa che non servirebbe a nulla.

Buona giornata

Chiara Vitetta

La sua risposta? Non ditemi che non ve l’aspettate! Se sapete qualcosa di questo ambientaccio, l’avrete già indovinata. Dato che ritengo sia il caso di rispettare la privacy della signorina Samantha, non farò un copia e incolla della sua risposta, ma ne riassumerò il contenuto.

Samantha prende atto delle mie considerazioni, ma le considera prive di fondamento… la casa editrice per cui lavora, dà risalto a chi lo merita. Il concorso è a partecipazione gratuita, e anche le pubblicazioni. Loro non possono permettersi di andare avanti senza la collaborazione degli autori. Che intenda una collaborazione economica, non lo specifica, perché è troppo impegnata a nascondersi dietro un dito.

Poi… poi viene il pezzo forte. Siete pronti?

Secondo Samatha, quello che io dico sarebbe perfetto in un mondo ideale in cui gli editori non rischiano di chiudere ogni giorno e possono permettersi di investire sugli autori senza chiedere contributi. Poi conclude: “Non sa quanto ci piacerebbe”…

Mentre il sangue mi si fa amaro, scuoto la testa e rido, anche. Un riso amaro come fiele. Quante volte ho sentito frasi del genere?
Non si capisce perché le case editrici debbano fare differenza, rispetto alle altre aziende, azzerando il rischio d’impresa. Ma questo è un altro discorso (per saperne di più, leggi L’impresa eccezionale). A queste persone bisognerebbe dare un buon consiglio… sì, datevi all’ippica.

Nonostante la proposta rifiutata, il concorso va avanti comunque, ma qualcosa mi dice che non vincerò! E anche se fosse, non è detto che io voglia figurare tra gli autori di gente che “lavora” in questa maniera.

Tutto questo è molto deprimente, non ci sono dubbi, ma ho qualche parola da dire a tutti i colleghi scrittori o aspiranti scrittori che stanno leggendo. Non scoraggiatevi. La qualità paga, la caparbietà paga, il tempo ci darà ragione e le parole ci salveranno.

Anche se le Samantha di questo mondo sono in quantità molto superiore rispetto alle Chiara, ognuna di noi vale molte di loro. Non smettete di combattere. Mai. E non vi vendete. Siate fieri del vostro lavoro e siate devoti solo alle parole, che sono acqua di fonte. Allora bevete per dimenticare. Bevete e dissetatevi.

“Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi”.

(Stephen King)
(da: “On writing”)

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La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Ramson Riggs - La casa per bambini speciali di Miss PeregrineChe l’originalità non sia un fattore importante nella valutazione di un libro, per me è ormai assodato. Magnifici romanzi sono stati imbastiti su semplici trame e in quei casi nessuno ha avuto granché da ridire. Perché? Perché erano magnifici. Il conte di Montecristo solo la storia di una vendetta? Romeo e Giulietta solo una storia d’amore? E Narciso e Boccadoro solo la storia di un’amicizia? No di certo. Si tratta di libri pieni di vita, di passione, popolati da personaggi di cui ci si innamora con facilità. Nessuno di questi libri è “solo” qualcosa e le storie di fondo sono, come nei migliori libri, solo pretesti, scuse per raccontare ed esprimersi.

Eppure… eppure ci sono molti, troppi libri che posso essere ridotti solo a due righe di trama. Perché? Semplice: perché non possiedono nulla di più. Vale per i libri da edicola, quei thriller tutti uguali stampati in edizione economica, per gli Harmony, e per i fenomeni di moda alla Twilight o, peggio, alla Cinquanta sfumature; vale insomma per i libri scritti a tavolino. In genere si tratta di storie prive di ogni valore letterario. Seguono le mode, inseguono il denaro, perseguono fini lontani dalla letteratura. Di conseguenza sono quasi sempre storie vuote, morte. Non c’è sentimento, non c’è passione, non c’è amore per le parole.

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine (2011), di Ransom Riggs, è proprio un esempio di libro di questo genere. È insulso e vuoto; è soltanto la solita storia di un ragazzino che scopre un mondo celato, pieno di magie e stranezze.
Dal protagonista alle comparse, ogni personaggio di questo libro è privo di vita. Al lettore non importa nulla se il protagonista vive o muore. Non si viene coinvolti nella storia, non ci si riesce ad emozionare. È una storia grigia con personaggi grigi, ambientata in luoghi grigi… e non ha neppure una sfumatura. Una volta finita la lettura, non si ha voglia né di continuare (pare che questo libro, opera d’esordio di Ransom Riggs, sarà il primo di una serie), né si sente la mancanza di qualcuno dei personaggi della storia. Anche la scrittura è insulsa, semplice ed innocua, con nessuna caratteristica che definisca e renda riconoscibile lo stile dello scrittore che, come potrete giustamente supporre, non ha uno stile proprio.

C’è da chiedersi se Tim Burton, che ha acquistato i diritti sul libro allo scopo di girare un film omonimo, che uscirà nel 2013, riuscirà a dar vita a questi fantocci di pezza privi di personalità e a dare alla storia una parvenza di colore. Staremo a vedere!

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Quando gli innamorati si parlano

tristano-e-isotta-dalc3ac1Quando gli innamorati si parlano
attraverso gli alberi
e attraverso mille strade infelici,
quando abbracciano l’edera
come se fosse un canto,
quanto trovano la grazia
nelle spighe scomposte
e degli alti rigogli,
quando gli amanti gemono
sono signori della terra
e sono vicini a Dio
come i santi più ebbri.

Quando gli innamorati parlano di morte
parlano di vita in eterno
in un colloquio di un fine esperanto
noto soltanto a Lui.
Il loro linguaggio è dissacratore,
ma chiama la grazia infinita
di un grande perdono.

(Alda Merini)

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Della stessa autrice:

– Le più belle poesie
– Il dottore
– La mia poesia
– Le parole di Aronne
I poeti lavorano di notte

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Qualche goccia del tuo sangue

Theodore Sturgeon - Qualche goccia del tuo sangueQualche goccia del tuo sangue è un libro di Theodore Sturgeon pubblicato del 1961. Sturgeon era uno scrittore di fantascienza, famoso, tra le altre cose, per aver realizzato le sceneggiature di alcuni episodi di Star Trek e Ai confini della realtà.

Qualche goccia del tuo sangue fa eccezione, spiccando tra la sua produzione letteraria come unico horror. Inoltre, diversamente dagli altri suoi libri, è strutturato quasi completamente come romanzo epistolare. Si compone soprattutto di lettere scambiate tra due psichiatri militari che hanno in cura un soldato che ha aggredito un superiore.

All’uomo viene chiesto, per cominciare, di raccontare per iscritto la propria vita tenendo presenti i momenti più importanti e scrivendo in terza persona, come se stesse raccontando la vita di qualcun altro. Il paziente si dà un nome diverso dal proprio e si getta nell’impresa, mettendo insieme alcune pagine, che lo scrittore ci permette di leggere, che consentono di scorgere una vita pressoché normale.

A lettura finita, gli psichiatri mettono a confronto le proprie opinioni. Il primo, Al, crede che George non abbia nulla che non vada e dovrebbe essere dimesso; il secondo, Phil, vede degli interessanti vuoti nel racconto e pensa che sia importante approfondire. Ha anche la sensazione precisa, qualcosa che forse ha a che fare con l’intuito, forse con l’esperienza, che ci sia qualcosa di molto pericoloso, in quel giovane soldato.

George è un ragazzo silenzioso e pacifico con una vita triste alle spalle. Un padre violento, una madre malata che attribuisce apertamente al figlio la colpa del proprio dolore, niente fratelli, nessun amico; una vita misera, tra povertà e smarrimento. Ama la caccia da quando era bambino, e solo per alcuni periodi della sua vita non sente il bisogno di andare nei boschi alla ricerca di animali da braccare. Eppure non è l’uccisione, il suo scopo. George non uccide per il piacere di farlo. Allora perché lo fa? E sono sempre e soltanto gli animali, le sue prede?

Phil, convinto del lato oscuro di George, convince Al dell’importanza di un approfondimento. Non vuole mandare nel mondo un uomo potenzialmente pericoloso. Inizia così a sottoporre George a diversi test psicologici dai quali emergono, pezzo dopo pezzo, le stranezze del ragazzo. Il racconto della sua vita, che secondo Al non rivela anomalie, agli occhi di Phil appare pieno di vuoti. E così, dai test all’ipnosi, Phil cerca di riempire quei buchi, di capire chi sia davvero George. Il ragazzo, dapprima reticente a svelare alcuni segreti, si rivela facile da ipnotizzare e sollevato all’idea di togliersi un enorme peso dalle spalle: il peso del proprio segreto.

Con un’ammirevole mestria, Sturgeon va al di là del genere, si concentra sui personaggi e sulla loro psicologia, svela l’umanità, ha uno sguardo di dolcezza verso i diversi, i disadattati. E ci porta verso un finale ad effetto, molto ben congegnato, che appare perfettamente in linea con il resto del libro; una lettura che vale ogni minuto del tempo che le si dedica.

Vi lascio con un estratto che rende perfettamente lo spirito del libro e la delicatezza con cui Sturgeon tratta gli esseri umani “diversi”. È il frammento di una lettera scritta a Phil da un’infermiera mandata a fare delle ricerche sul passato di George per accertarsi della veridicità delle sue confessioni. Durante questo viaggio, la donna va a far visita ad Anna, la ragazza con cui George ha avuto la sua unica relazione amorosa.

“Con aria gentile e distaccata sono riuscita a farla parlare e a farle scaricare quello che per lei deve essere stato l’insostenibile peso della colpa e dello scandalo facendole confessare quello che gli aveva permesso di fare. E quando finalmente è riuscita a balbettare quello che secondo lei poteva solo attirare sulla sua persona vergogna e dannazione, la povera creatura ha chiuso gli occhi e se ne è rimasta impalata ad aspettare, credo, che io le sputassi in faccia e che Dio la colpisse a morte.
Allora, con tutto il garbo di cui sono capace, con parole semplici e chiare, le ho dato quello che chiamo il “Sollievo del rapporto Kinsey”, quel dono inestimabile offerto da quel medico immortale a milioni di individui inutilmente preoccupati, e che consiste nel sapere che da un punto di vista statistico, qualunque sia il nostro comporta mento… non siamo mai soli. E Anna, come molte altre persone che non leggono, non si informano, non sanno, in pratica non pensano, credeva davvero che ciò che era successo tra lei e il suo paziente, era unico e irripetibile e, agli occhi del Cielo, tremendo come una macchia di sangue su una tovaglia candida”.

(Theodore Sturgeon)
(da: “Qualche goccia del tuo sangue”)

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L’oblio della ragione (MGE) secondo i lettori (3)

loblio-della-ragione-meligrana-editoreAnche la recensione più breve ha il diritto di essere diffusa, così oggi vi propongo il parere di Ernesto Giuseppe Ammerata, un aspirante scrittore che ha acquistato e letto la nuova versione de L’oblio della ragione.

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“Una lettura appassionante, l’oblio della ragione è un libro da leggere tutto d’un fiato.
La scorrevolezza del testo rende questo libro di facile lettura, ogni racconto è intriso da elementi di quotidianità che rendono i personaggi protagonisti vicini a noi.
Proprio questa vicinanza lascia al lettore l’idea che ognuno di quei personaggi può essere un suo vicino di casa, un familiare, lui stesso.
La mente umana è un organo complesso, basta poco per inceppare i suoi ingranaggi e le nostre vite avvolte nella normalità possono improvvisamente prendere una direzione diversa, proiettandoci in un mondo che fino a pochi istanti prima pensavamo appartenere solo agli altri.
L’oblio della ragione, tramite i suoi personaggi e le storie che questi affrontano, ci fa comprendere la precarietà della vita”.

Ernesto G. Ammerata

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La casa degli invasati

Shirley Jackson - La casa degli invasatiLa casa degli invasati, o L’incubo di Hill House, pubblicato nel 1959, è il romanzo più famoso di Shirley Jackson. Viene considerato uno dei capolavori della letteratura horror, paragonato a Giro di vite, di Henry James.

Hill House, una strana casa isolata e praticamente disabitata da anni, è il luogo infestato nel quale quattro strani personaggi vanno a trascorrere alcuni giorni allo scopo di condurre delle ricerche su entità sconosciute.

Un incipit particolarmente ben riuscito dà il benvenuto al lettore con queste parole:

“Nessun organismo vivente potrebbe conservare a lungo la sanità mentale in condizioni di realtà assoluta. Alcuni suppongono che persino le allodole e le cavallette sognano. Hill House, insana, se ne stava sullo sfondo delle sue colline racchiudendo dentro di sé l’oscurità; era rimasta così per ottant’anni e avrebbe potuto restarci per altri ottanta. Dentro, le pareti erano ancora dritte, i mattoni ben connessi fra loro, i pavimenti erano solidi, le porte giudiziosamente chiuse. Il silenzio gravava perenne sul legno e sulle pietre di Hill House e qualunque cosa vagasse sin lì vi andava sola”.

Hill House è una casa grande e piena di strani oggetti, strutturata in maniera bizzarra. Al suo interno non è morto nessuno né è stato commesso un orrendo delitto; però ha una struttura particolare, con angoli e pareti inclinate in modo strano.

“Non c’è occhio umano che possa sceverare l’infelice coincidenza di linea e di luogo che suggerisce il male di fronte a una casa, eppure in qualche modo un contatto particolare, un angolo male inserito, qualche casuale incontro del tetto col cielo trasformavano Hill House in un luogo di disperazione più spaventoso perché la facciata pareva desta, le finestre vuote parevano occhi che spiassero con un certo cipiglio che veniva dal cornicione simile a una fronte aggrottata”.

Si direbbe che un libro che cominci con queste descrizioni e che porti con sé la fama di un capolavoro horror, dovrebbe essere una bella lettura, e invece è, a mio parere, alquanto deludente.
I quattro personaggi protagonisti non hanno spessore né realismo, altrettanto i dialoghi e i rapporti che intercorrono tra i personaggi. Alcune comparse appaiono estremizzate e caricaturate, distanti dalla realtà anche più dei protagonisti.

Non sembra succedere nulla di grave, ad Hill House, solo qualche rumore strano, qualche scritta sulle pareti… sarà la casa, i fantasmi che la abitano, o sarà uno dei quattro ospiti, a provocare strani eventi? Scordatevi una risposta secca che tolga ogni dubbio. I libri di questo genere sono, per definizione, misteriosi. Deve piacere il genere, tutto qui. Stiamo parlando di un tipo di letteratura particolare, contraddistinta da un mistero che non si svela e dalla lentezza, dal tormento dei personaggi, da un luogo infestato. Se non vi piacciono questi elementi, il mio consiglio è di evitare libri come La casa degli invasati, Giro di vite e, visto che ci siamo, I misteri di Udolpho, di Ann Radcliffe, che seppure faccia parte della letteratura gotica, somiglia molto ai libri appena nominati, e non è un caso se viene citato proprio in Giro di vite.

Per quanto mi riguarda, credo che, come scrisse Emily Dickinson, “Non c’è bisogno di essere una stanza, per sentirsi infestati dai fantasmi”. Preferisco storie differenti, in cui i protagonisti, possibilmente realistici e quindi credibili, siano il vero fulcro della storia. E se c’è un mistero, voglio vederlo svelato, grazie.

“Non c’è bisogno di essere una stanza per sentirsi infestati dai fantasmi, non c’è bisogno di essere una casa. La mente ha corridoi molto più vasti di uno spazio materiale ed è assai più sicuro un incontro a mezzanotte con un fantasma esterno piuttosto che incontrare disarmati il proprio io in un posto desolato”.

(Emily Dickinson)

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Premio letterario “La giara”

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Cari affezionati lettori di questo blog,
come ricorderete, alcuni mesi fa vi ho proposto alcuni consigli riguardo la Caccia all’editore. Considerando che molti di coloro che seguono questo blog, scrivono, mi sembrava il minimo.

In occasione di quei post, ho affrontato diversi argomenti, dalla preparazione del materiale da inviare, alla “raccolta” dei nomi degli editori da contattare. Una possibilità di cui non ho ancora parlato (ma provvederò presto) è costituita dai concorsi letterari. Oggi ve ne segnalo uno che mi è sembrato interessante: il Premio Letterario “La giara”.

Il concorso è indetto dalla Rai e mette in palio la pubblicazione e la distribuzione del romanzo da parte di Rai Eri, la partecipazione a una serie di importanti trasmissioni televisive Rai per la promozione del libro e un’opzione per l’eventuale trasposizione cinematografica o televisiva. La partecipazione è gratuita e il concorso scade il 30 novembre 2012. Si può partecipare soltanto con un romanzo, non con raccolte di racconti.

Per saperne di più, leggete con cura il bando.

Leggi il bando del PREMIO LETTERARIO LA GIARA

Buona fortuna a tutti i partecipanti! 🙂

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Aracne

aracne_dore2“Bella, fiera, saggia, la dea Minerva amava i tumulti delle battaglie, dove i volti degli eroi sembravano trasfigurati da una luce gloriosa. Ma Minerva era donna e amava anche, e non meno, le tranquille gioie della pace. Le sue instancabili dita sapevano tessere meravigliosamente bene e sapevano creare ricami preziosi arazzi di mirabile fattura. Nessuna dea, nessuna Ninfa, nessun mortale potevano starle a paragone e le donne di Grecia si vantavano di essere abili a ricamare perfettamente, perché lo avevano appreso dall’arte incomparabile della dea guerriera. Ma nella Lidia abitava una fanciulla orgogliosa, Aracne, la quale non voleva saperne di dovere la propria bravura agli insegnamenti divini. Tesseva, cuciva, e ricamava così bene che, per ammirare le sue tele smaglianti, le Ninfe scendevano dai verdeggianti recessi dei boschi e, curvandosi stupite sul telaio di Aracne, le chiedevano: “Ti ha insegnato la saggia Minerva a tessere così, o Aracne dalle dita divine?” “Nessuno mi ha insegnato.” rispondeva la fanciulla. “Io ricamo col mio cuore e con l’abile pazienza delle mie dita”. Minerva seppe dalle Ninfe pettegole la risposta orgogliosa della fanciulla di Lidia e scese sulla terra sotto forma di una vecchia rugosa.”Toc toc!…” fece la Dea picchiando alla porta della fanciulla. “Hai un tozzo di pane per questa vecchina stanca?” “Entra pure nonnina” rispose Aracne, che stava come al solito tessendo al telaio. “Che tele meravigliose!” esclamò la vecchietta accostandosi. “E che merletti fini e leggeri!” Solo la guerriera figlia di Giove, la saggia Minerva, potrebbe farne di così belli”. “Vorrei che venisse qui a misurarsi con me! Credo che vincerei la dea che si crede invincibile!”. disse Aracne. “Tu credi? Ascolta la saggezza dei miei capelli bianchi, Aracne; non essere così orgogliosa e non sfidare gli dei, potresti pentirtene!” “E perché? Né dea né donna può superare la mia abilità sul telaio! Perché pentirmene?” ribatté sicura la fanciulla, accarezzando le sete smaglianti che le servivano a ricamare.
“E allora accetto la sfida!” gridò indispettita la dea. E nello stesso attimo le sue rughe cave scomparvero, i capelli bianchi si accesero di bagliori dorati, la schiena curva si raddrizzò. Dinanzi agli occhi stupiti di Aracne, il corpo della dea si erse, splendido di bellezza, e un lampo di minaccia folgorò la tessitrice tremante.”Siediti, cominciamo la gara!” impose la dea. E le due fanciulle ciascuna dinanzi ad un telaio si misero al lavoro. Per giorni e notti silenziose, instancabili, rimasero chine sugli arazzi da ricamare. Aracne, istoriò gli episodi più belli della vita dei Numi e Minerva la magnificenza dell’Olimpo. Alla fine i due lavori avevano raggiunto una tale bellezza da sembrare viventi scene da sogno; sugli sfondi vellutati delle sete le figure e gli alberi e i fiori balzavano stupendamente in rilievo e nessuno avrebbe potuto dire se la palma spettasse alla dea o alla fanciulla di Lidia. Ciascuna tela aveva una propria magnificenza.
Minerva, irritata, strappò in cento pezzi il lungo lavoro di Aracne, gridando: “Orgogliosa donna, tu devi morire, poiché hai sfidato oltraggiosamente una dea!”. Ma poi, impietosita dalle lacrime della fanciulla, che, dopo aver visto il suo paziente ricamo di tante notti finire in brandelli, attendeva terrorizzata la morte aggiunse:”Invece di darti la morte, voglio essere generosa con te, tu vivrai, ma la tua vita sarà eternamente appesa ad un filo!” La toccò sulle spalle con la lancia dorata e la tessitrice si fece piccola piccola, il corpo le si aggrinzì, il capo divenne un peloso batuffolino nero, le gambe snelle si trasformarono in tante zampette sottili. La fanciulla era diventata un grosso ragno nero! E da quel giorno, eternamente, tessé le sue tele sottili negli angoli tranquilli, le tese tra i rami e i cespugli, ove l’ombra cupa dei boschi le circondava di umidi vapori, le tese ove il Sole, sfolgorando lieto sul mondo, le faceva scintillare di riflessi cangianti”.

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Parabola

mela1Il bimbo guarda fra le dieci dita
la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia – tanto è lucida e perfetta –
a dar coi denti quella gran ferita.

Ma dato il morso primo ecco s’affretta:
e quel che morde par cosa scipita
per l’occhio intento al morso che l’aspetta…
E già la mela è per metà finita.

Il bimbo morde ancora – e ad ogni morso
sempre è lo sguardo che precede il dente –
fin che s’arresta al torso che già tocca.

«Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!»
Pensa il bambino… Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.

(Guido Gozzano)

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Dello stesso autore:

La differenza
L’altro

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La gioia di scrivere

Wislawa Szymborska - La gioia di scrivereDove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

(Wislawa Szymborska)

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Della stessa autrice:

Sulla morte, senza esagerare
Possibilità

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