Un inatteso testimone

lucertola“C’era una volta un uomo molto ricco che guadagnava assai dando in prestito il suo denaro. Tra i debitori di Cio Tach – così si chiamava l’usuraio – c’era pure il padre di Lim Pin, che nonostante avesse ottenuto in prestito 50 monete d’argento, non riusciva a superare la grande difficoltà in cui si dibatteva.
Più volte Cio Tach si era recato presso il debitore per avere i soldi degli interessi maturati, ma ogni volta la risposta era: «Per favore, puoi tornare tra qualche giorno? Oggi purtroppo non sono in grado di restituirti neppure una sapeca».
Una mattina l’usuraio si presentò alla casa di Lim Pin, ma vi trovò solo il ragazzino che stava giocando.
– Dove sono i tuoi genitori? – chiese Cio Tach.
Lim Pin taceva, continuando il suo gioco. L’uomo arrabbiato sbottò:
– I tuoi genitori non vogliono pagarmi, ecco perché se ne sono andati. Non è forse vero? –
Il bambino osservò:
– Mio papà è andato a sradicare piante vive e a tagliare piante morte. Mia mamma è andata a vendere vento e a comprare stecchetti. –
L’usuraio con capiva, e più volte chiese spiegazioni. Ma il bambino semplicemente sorrideva e non rispondeva affatto.
Il signor Cio, più che mai incuriosito, continuò:
– Dimmi quello che i tuoi genitori stanno facendo, ed io ti prometto che il denaro che tuo padre deve restituirmi sarà tuo. –
Lim Pin saggiamente osservò:
– Se tu davvero intendi promettere questo, debbo trovare qualcuno che in seguito possa testimoniare della tua promessa. Solo allora ti spiegherò. –
L’usuraio pensava di poter facilmente ingannare il bambino. Così, indicando una piccola lucertola, disse:
– Vedi quella lucertola? Lei potrà testimoniare della mia promessa. Ed ora, da bravo, spiegami ciò che intendevi dire. –
– Mio padre sta raccogliendo le piantine di riso dal vivaio per trapiantarle nella risaia; poi taglierà gli steli nei campi dove il riso è già maturo. Mia madre invece sta vendendo ventagli e comprando stecchetti per costruirne di nuovi. –
L’usuraio, assai colpito dall’intelligenza del fanciullo, se ne tornò a casa meditabondo.
Qualche giorno dopo si rifece vivo per chiedere il suo denaro, ma come al solito, il padre del bambino ripeté che avrebbe pagato più tardi. Lim Pin assisteva alla scena e volle intervenire:
– Papà, tu non devi pagare più niente. Il signor Cio ha infatti giurato che quel denaro era mio. –
L’usuraio diede al bimbo un’occhiataccia severa:
– Piccolo impostore! Quando mai ho fatto un giuramento del genere? –
– Quando sei venuto qualche giorno fa. C’era addirittura una testimone a sentire. –
L’usuraio montò in collera:
– Bene – disse – riferirò il bel tutto al giudice e vedremo come andrà a finire! –
Il padre si mostrava preoccupato. Chiese al figlio:
– Hai detto che c’era una testimone? E chi è? –
– Non preoccuparti, babbo – rispose. – So bene quello che dovrò fare. –
In seguito il magistrato del distretto fece chiamare il debitore. In tribunale l’usuraio parlò per primo e raccontò la sua storia. Poi fu la volta del padre di Lim Pin a spiegare come veramente erano andate le cose.
Ma il signor Cio insistette:
– Il bambino è un impertinente bugiardo. Io non ho mai promesso che quel denaro sarebbe diventato suo. Ma poi chi è questa testimone? Per favore, Vostro Onore, fate chiamare il bambino. –
Lim Pin fu portato in tribunale, dove, di fronte al giudice, ripeté quanto suo padre aveva già raccontato.
Il magistrato allora chiede al bambino:
– Quando mister Cio fece la sua promessa, era forse presente un testimone? –
– Sì, Vostro Onore – affermò il ragazzo con sicurezza. E puntando il dito verso una lucertola che stava correndo lungo una trave, aggiunse:
– Era una lucertola come quella. Anzi, questo signore disse che la lucertola poteva fare da testimone. –
Intanto il signor Cio intervenne:
– Quando giurai, la lucertola non camminava su una trave, era ferma su una sedia. –
Il giudice scoppiò a ridere e concluse:
– Bene, non c’è da aggiungere altro. È chiaro, signor Cio, che quando giuraste di lasciare quel denaro al ragazzo, voi indicaste come testimone la lucertola, convinto di poterlo ingannare. Ma lui si è mostrato più astuto di voi. –
Così l’usuraio non riebbe il suo denaro, e la gente del villaggio si convinse che il ragazzino figlio di Li Song era dotato davvero d’una intelligenza straordinaria”.

(Fiaba vietnamita)

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Il vero amore

leonard-cohenIl vero amore non lascia tracce

Come la bruma non lascia sfregi
Sul verde cupo della collina
Così il mio corpo non lascia sfregi
Su di te e non lo farà mai

Oltre le finestre nel buio
I bambini vengono, i bambini vanno
Come frecce senza bersaglio
Come manette fatte di neve

Il vero amore non lascia tracce
Se tu e io siamo una cosa sola
Si perde nei nostri abbracci
Come stelle contro il sole
Come una foglia cadente può restare
Un momento nell’aria
Così come la tua testa sul mio petto
Così la mia mano sui tuoi capelli

E molte notti resistono
Senza una luna, senza una stella
Così resisteremo noi
Quando uno dei due sarà via, lontano

(Leonard Cohen)

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Dello stesso autore:

Un aquilone è una vittima

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Justine – Le disavventure della virtù

Donatien de Sade - Justine, le disavventure della virtùJustine – Le disavventure della virtù, è un libro del 1791 di Donatien Alphonse Francois de Sade, meglio noto come il Marchese de Sade.

Scrivere questo post è abbastanza difficile. Mi chiedo se debba limitarmi ad una recensione di quest’opera o porre a me e a voi una serie di quesiti che sorgono spontanei leggendo questo libro e soffermandosi a riflettere sul suo contenuto.

De Sade era un personaggio controverso, strano e complesso. Trascorse molti anni della sua vita in carcere per libertinaggio, ma anche per avvelenamento e sodomia. Pare che tutti i suoi libri siano molto espliciti e spinti, pieni di particolari e carichi di sadismo. Tra l’altro il termine “sadismo” deriva proprio dal suo nome.

De Sade era un libertino convinto, e i suoi modi non si riflettevano solo sulla sessualità, ma anche sulle pagine dei suoi libri. La sua libertà di pensiero e di modi si può cogliere benissimo in Justine – Le disavventure della virtù, in cui la protagonista, Justine, subisce qualunque cosa per tutta la durata della storia. Al lettore non viene risparmiato nulla, seppure i toni siano, per assurdo, lontanissimi dalla volgarità, il che dimostra che tutto si può dire, purché si sappia come farlo e, aggiungo (ma questo è solo un mio parere), purché il messaggio di fondo risulti degno.

Secondo la critica, il linguaggio esplicito che si ritrova nelle opere di de Sade ha una finalità precisa: mettere sotto accusa i valori ipocriti e la corruzione morale dell’élite del suo tempo. Se si avessero dubbi in proposito, basterebbe stare bene attenti a cosa si può leggere in Justine, dove ad un certo punto la protagonista chiede al suo ascoltatore se debba continuare a narrare le spiacevoli vicende della sua vita contaminandone la fantasia con infami racconti. Questa la risposta di chi sta cogliendo le sue confidenze:

“…esigiamo i dettagli, da voi; li velerete con quella decenza che ne attenua l’orrore. Resterà solo quanto serve a chi voglia conoscere l’uomo. Non ci si immagina neppure fino a che punto questi quadri siano utili a gettar luce sulla sua anima; forse siamo ancora così ignoranti, in questa scienza, proprio per lo stupido ritegno di quelli che scrivono. Prigionieri di assurde paure, gli scrittori illustrano puerilità note a qualsiasi imbecille; non osano invece, penetrando arditamente nel cuore umano, offrire ai nostri occhi lo spettacolo dei suoi giganteschi traviamenti”.

Ecco dunque le parole che a mio parere confermano la tesi dei critici.
Si dice che de Sade avesse l’abitudine di gettare qua e là, nei suoi libri, una velata critica sociale. Per quanto riguarda Justine, non direi che la critica è così velata…

“Il processo a una sventurata che non ha né influenza né protezione è presto fatto, in un paese dove si giudica la virtù incompatibile con la miseria e dove la cattiva fortuna è una prova irrefutabile contro l’accusato. Per ingiusto pregiudizio, si crede colpevole del crimine chi aveva ragioni per commetterlo; la condizione sociale dell’imputato è la misura della sua moralità; chi non ha oro o titoli per provare la sua innocenza non può, è dimostrato, essere innocente”.

Ma parliamo un po’ più a fondo di questo libro che, ve lo dico subito, vi consiglio assolutamente.

Justine è una ragazza di buona famiglia che vive in un convento con la sorella maggiore. Ha circa quattordici anni quando i genitori cadono in disgrazia e muoiono, lasciando le due ragazze senza un soldo né un amico che possa proteggerle. Siamo nel 1700, cosa possono fare due adolescenti senza un soldo in tasca messe alla porta dal convento in cui vivevano, protette e curate, fino ad un minuto prima? La risposta sta nell’indole delle persone coinvolte. Mentre la sorella di Justine si reca molto serenamente in una casa di prostitute e fa la sua fortuna tra il vizio, il peccato e l’assenza di scrupoli, Justine decide di seguire la virtù e di non far mai torto alle proprie idee di purezza ed onestà. Come potrete facilmente immaginare, la sua vita diventa presto un inferno. Una ragazza di quattordici anni, bella e pura, desiderosa di perseguire a tutti i costi la virtù, non può che essere sbranata come un tenero agnello dai lupi che popolano il mondo.

Justine, che presto prende il nome di Thérèse, si reca a chiedere aiuto qui e là. Nel mondo crudele che disprezza le fatiche della virtù, la ragazza si scontra subito con la realtà. Mentre la prima donna da cui si reca la spinge tra le braccia di un nobile sapendo bene cosa la aspetterà ed esigendo da lei i pochi spiccioli che possiede, il primo uomo da cui si reca pretende da lei la verginità a cui la ragazza tiene tanto. Justine piange, supplica, prega…

“Oh signore” risposi io con il cuore gonfio di sospiri “non vi sono dunque più né onestà né carità fra gli uomini?”
“Poco o nulla” replicò Dubourg. “Troppo se ne parla. Come volete che vi siano? Ci si è ravveduti dalla mania di far favore gratis agli altri; riconosciuto che i piaceri della carità erano solo gioie, effimere, dell’orgoglio, si preferirono sensazioni più reali; si capì per esempio che da una bambina come voi è infinitamente più bello trarre, quasi riscuotendo gli interessi del capitale via via che lo si versa, i molti e diversi piaceri che la lussuria sa offrire, piuttosto che quelli, freddi e futili, di una generosità gratuita. La reputazione di un uomo liberale, caritatevole, magnanimo non vale, neppure quando più ci esalta, un piacere anche lieve dei sensi.”
“Oh signore, simili principi condannano lo sventurato a perire.”
“Che importanza ha? Ci sono più sudditi del necessario in Francia. Purché la macchina abbia sempre la stessa elasticità, cosa importa il numero di individui che la tengono in movimento?”

Justine tenta in ogni modo di sottrarsi, ma le viene detto che se non si darà di sua volontà, sarà costretta con la forza. Fortuna vuole che l’uomo, sopraffatto dal piacere, si accasci prima di poterle fare del male, ma questa consolazione verrà presto spazzata via dagli eventi futuri.
Justine sarà preda di ladri e prostitute che vogliono assoldarla, di nobili corrotti invischiati in assassinii e giochi perversi e in ogni genere di orrende situazioni. Finirà in prigione e rischierà la pena di morte, ma qualcosa la salverà sempre. Nonostante nulla di puro resti nel suo corpo, la sua anima rimarrà colma della virtù che da sempre ha inseguito e amato e nessun delitto macchierà la sua anima.
Cercheranno tutti di convincerla, con motivazioni più o meno sensate (meno, in genere), ad abbandonare l’onestà in favore di un sistema di vita opposto, che le porterebbe la ricchezza che non ha mai raggiunto attraverso la pratica della virtù. 

“Eccoti libera, Thérèse” mi disse allora la Dubois “puoi ora scegliere la vita che ti piace, ma se posso darti un consiglio rinuncia a pratiche di virtù che, lo vedi, non ti sono mai state proficue, uno scrupolo fuori luogo ti ha condotta ai piedi del patibolo, un orrendo crimine mi salva; considera a cosa servano nel mondo le buone azioni, e se valga la pena di immolarsi per esse! Sei giovane e graziosa, Thérèse; in due anni mi incarico io di far la tua fortuna: non credere però che ti conduca al suo tempio per i sentieri della virtù. Quando si vuol fare strada, figliola cara, bisogna industriarsi in molto modi e dedicarsi a vari maneggi; deciditi dunque; non siamo sicuri in questa capanna; dobbiamo partire entro poche ore”.

Ma Justine non si arrende:

“Sono molto povera… oh, molto povera; ma i sentimenti che fanno ricco il mio cuore non li sacrificherei, nemmeno per ottenere tutti i favori della fortuna; saprò morire nell’indigenza, ma non tradirò le virtù”.

Non vi dirò come andrà a finire la storia, ma vi assicuro che vala le pena leggerla.
Justine è un bel personaggio, una persona che rimane pura dentro mentre tutti cercano di corromperla con ogni mezzo, che preferisce la povertà alla ricchezza ottenuta con la disonestà e il delitto.
Ad uno dei suoi aguzzini, a cui nonostante tutto ha voluto bene, è capace di dire queste parole:

“Per duro che siate stato nei miei confronti, niente dovrete temere da parte mia. Ho creduto di dover agire contro di voi, trattandosi della vita di vostra zia; ora niente farò, trattandosi della misera Thérèse. Addio, signore. Possano i vostri crimini rendere felice voi quanto le vostre efferatezze sono a me causa di sofferenza; qualunque sia la sorte che il cielo mi serba, i dolorosi giorni che mi accorderà io li impiegherò a pregare per voi”.

Eppure non tutti gli aguzzini di Justine ricevono parole di questo tenore. Neanche la virtù è cieca, e di fronte all’estrema mancanza di pietà di alcuni, sono queste le parole della ragazza:

“Uomo odioso” gli dico fuggendo “possa il cielo così gravemente offeso da te punire un giorno come merita la tua abominevole crudeltà. Non sei degno né di queste ricchezze che usi così vilmente, né dell’aria che respiri, in un mondo insozzato dalla tua barbarie”.

Justine vedrà e subirà di tutto, ma sarà sempre ferma nelle sue intenzioni di mantenersi virtuosa. Non si sporcherà mai, eppure la vita continuerà a mettere sulla sua strada individui spregevoli che cercheranno di corromperla.

Dopo svariate vicissitudini, il lettore potrebbe cominciare a pensare che sia davvero troppo, ciò che le accade. Possible che lei non impari a stare più attenta alle insidie? Possibile che ogni sventura aspetti lei e nessun aiuto disinteressato sia duraturo e la salvi? Sì, è possibile, e per due ragioni: la prima è che secondo de Sade, la purezza attira su di sé i libertini mettendoli in condizione di non resistere e di dover ottenere con ogni mezzo la distruzione di quella stessa purezza. Per sostenere questa tesi, de Sade dipinge Justine come il miele che attira le mosche. Naturalmente in questo caso il miele è la sua virtù e le api sono gli individui che vogliono corromperla.

La seconda ragione è, a mio parere, questa: Justine è la virtù, la virtù che viene maltrattata, bistrattata, violata, picchiata e frustata, la virtù che non riceve le ricompense veloci e facili del vizio e della disonestà, ma che continua ad esistere e a non essere corrotta, che continua ad ergersi e camminare a testa alta nel mondo e nonostante tutto esiste ed esisterà sempre. La ragazza è insomma una sorta di metafora della virtù.

Lasciando da parte per un attimo lo scritto e tornando allo scrittore, la domanda sorge spontanea: cosa voleva davvero comunicare de Sade, con questo libro? Ogni frase sembra urlare l’ammirazione per la virtù, specie una delle prime che si possono leggere:

“Dunque è vero che la prosperità può accompagnarsi alla condotta più malvagia e, nel seno del disordine e della corruzione, tutto ciò che gli uomini definiscono felicità può irradiarsi sulla vita. Ma questa crudele e fatale verità non allarmi nessuno; e nemmeno lo spettacolo, che offriremo, della sventura che ovunque perseguita la virtù, deve tormentare la gente onesta; la felicità nel crimine è ingannevole, illusoria, a parte la punizione sicuramente tenuta in servo dalla provvidenza: chi è stato invischiato dai successi che il crimine procura nutre in fondo all’animo un tarlo che lo rode senza tregua e gli impedisce di provare gioia per i falsi splendori che lo circondano. Gli resta nell’anima, invece di delizie, il ricordo lacerante dei crimini che lo hanno condotto al punto in cui è. Lo sfortunato perseguitato dalla sorte ha per consolazione il suo cuore, e le gioie interiori procurate dalla virtù lo ricompensano tosto delle ingiustizie degli uomini”.

Eppure de Sade si rese colpevole, nel corso della sua vita, di alcuni crimini che Justine subirà nel libro. Cosa abbiamo di fronte? Un uomo che vorrebbe essere ciò che non è? Non mi sento di esprimere un parere in proposito, ma sono abbastanza sicura del messaggio positivo che quest’opera vuole comunicare. Mi limito ad aggiungere un paio di cose, prima di lasciarvi nel dubbio.

«Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino».

Queste le parole scritte da de Sade in una lettera alla moglie. Eppure certamente rapire una mendicante per strada, drogarla, rinchiuderla, legarla, violentarla e frustarla per giorni è un crimine, no? E come scrive in Justine:

“Guai all’essere depravato che potrà provar piacere su un seno avvizzito dal bisogno e coglier baci su una bocca raggrinzita dalla fame, che si apre solo per maledirlo!”.

Giunta ormai alla fine di questo post, mi trovo con più domande di quando ho iniziato, ed è anche per questo, oltre che per quanto ho amato il libro e lo stile di de Sade, che continuerò a divorare i suoi libri.

Dite un po’, vi è rimasto qualche dubbio, a proposito del valore della virtù? Allora concluderò questo post con le parole che de Sade ha utilizzato per concludere Justine:

“Oh voi, che avete effuso lagrime sulla sventura della virtù; voi che avete compianto la sfortunata Justine; possiate voi, scusando i colori forse un po’ arditi che sono stato costretto a usare, trarre da questa storia il medesimo frutto che ne trasse la signora di Lorsange! Possiate anche voi convincervi che la vera felicità si trova in seno alla virtù che Dio, per certi suoi piani, che non sta a noi indagare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla, in cielo, con le più lusinghiere ricompense”.

Buona lettura!

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“La pseudocultura di convenienza” secondo i lettori (1)

Chiara Vitetta - La pseudocultura di convenienzaVittoriano Borrelli, collega scrittore, ha letto il mio ebook gratuito La pseudocultura di convenienza – Diario di una scrittrice esordiente. Ne ha scritto una recensione, che vi propongo oggi. Colgo l’occasione per ringraziarlo dell’iniziativa, dei complimenti e della gentilezza.

Se volete dare un’occhiata al suo blog, lo trovate qui:

Blog di Vittoriano Borrelli

Per scaricare l’ebook, invece, cliccate su uno dei link sottostanti:

Scarica gratis La pseudocultura di convenienza in epub

Scarica gratis La pseudocultura di convenienza in pdf

E ora godetevi la recensione:

Questo breve ma intenso memoriale illustra, con prosa pungente ed efficace, quattro significative esperienze vissute dall’autrice agli esordi della sua carriera.
I personaggi di ciascun episodio sono descritti con cura e dovizia di particolari, soprattutto nei loro tratti comportamentali che ben evidenziano il peggio di quanto possa rappresentare la “pseudocultura di convenienza”.
Così l’organizzatrice di eventi, apparentemente interessata al lavoro della scrittrice, non usa mezzi termini per far intendere che ogni cosa ha un prezzo, proponendo un sottile e subdolo “scambio di prestazioni” nel quale spicca, con misera ovvietà, il solito politico di turno.
Né si guadagna un ritratto migliore il libraio del paese, ennesimo clone di un prototipo, ahimè, ancora inestinto che non si sforza minimamente di pubblicizzare nelle vetrine del suo negozio il romanzo della scrittrice, preferendo, calcolatrice alla mano, affidarsi all’esposizione di opere di autori già affermati.
E che dire del bibliotecario? Altra figura melliflua, sorniona e irritante, che stride con quanto la biblioteca dovrebbe offrire come servizio pubblico, consapevolmente immerso negli ingranaggi delle relazioni “che contano”.
E infine il giornalista televisivo, che anziché documentarsi in prima persona del lavoro della scrittrice, preferisce farsi fare il riassunto dall’amico accompagnatore mentre sullo sfondo le pareti tappezzate di libri sembrano evocare il personaggio dell’ “Azzeccagarbugli” de “I Promessi Sposi”.
In tutti gli episodi narrati spicca l’ardore con il quale la scrittrice porta avanti, senza riserve, la sua battaglia contro l’editoria a pagamento a difesa degli autori emergenti, nella (giusta) convinzione che la cultura sia un valore inestimabile e disgiunto da qualsiasi “regola” di convenienza.
Le esperienze negative narrate ne “La pseudocultura di convenienza” tracciano un ritratto esemplare della giovane e validissima autrice e suonano a mo’ di insegnamento nella ricerca dei valori più autentici. Che poi sono le sole cose che contano.

(Vittoriano Borrelli)

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Oltre ai danni, le beffe!

beffa-chiaravitettaCome tutti voi sapete bene, i danni non vengono mai da soli, un po’ come le disgrazie. Molto spesso, al danno segue la beffa. È in questi casi che si mette alla prova l’animo zen di ognuno di noi… il mio è stato messo a dura prova, ma la sta spuntando, giuro! Come vedete qui accanto, nel mio ex sito, che, dannazione! porta il mio nome e cognome, appare tra le altre, la pubblicità di chi? Beh, ovvio, del Gruppo Albatros! …Su, vi consento una risata di gusto, di quelle che si sentono da lontano e mettono di buonumore…

Vi siete sfogati? Bene, perché non ho finito.

Il consiglio di molti, in seguito al guaio con il dominio, è stato prima di tutto un semplice: “Cerca di recuperarlo” seguito da diversi piccoli consigli aggiuntivi, più o meno sensati. Intanto ringrazio tutti coloro che hanno espresso un sincero dispiacere per tutta la storia. La mia anima zen ringrazia. Poi informo tutti che la cosa non è fattibile per molte ragioni.

E poi… poi invito tutti coloro che hanno un sito, specie se hanno scelto di chiamarlo con il proprio nome e cognome, di scrivere la data di scadenza del dominio sulla parete della propria stanza, a caratteri cubitali o di fuoco o con il sangue, basta che siano dolorosamente visibili. Se io l’avessi fatto, ora non vedrei la pubblicità del Gruppo Albatros associata al mio nome e cognome e un maledetto bastardo dall’altra parte del mondo non potrebbe lucrare sul lavoro (il MIO lavoro) di anni.

Comunque… comunque sappiate che siccome si tratta del mio nome e cognome, avrei un margine sicuro di vittoria in un’eventuale causa. Inoltre, ciò che questo individuo (o l’azienda a cui si è rivolto, poco importa) ha fatto, non è esattamente lecito. Si tratta di cybersquatting. Che animale è? È presto detto:

“L’espressione anglosassone cybersquatting, od anche domain grabbing (da to grab=ghermire) e domain squatting, indica il fenomeno di accaparramento di nomi di dominio corrispondenti a marchi altrui o a nomi di personaggi famosi al fine di realizzare un lucro sul trasferimento del dominio a chi ne abbia interesse”. (fonte: Wikipedia)

Insomma, secondo tutti (legge compresa) io ho ragione. Bene! E che me ne faccio? Nulla, proprio nulla! Ricomprare il sito? Anche se l’orgoglio lo consentisse, il sito è valutato migliaia di dollari (grazie al MIO lavoro) mentre una contesa costerebbe almeno 2500 euro, e qualora vincessi (cosa che, nonostante la ragione, non sono sicura che accadrebbe), riavrei il dominio, ma avrei subito comunque molti danni, non avrei alcun risarcimento, avrei speso migliaia di euro tra pratiche e avvocati e, ciliegina sulla torta: il cyberbastardo non prenderebbe neppure una multa!… E ovviamente continuerebbe a fare ciò che è molto probabile sia il suo mestiere. Ebbene sì, esiste gente che fa l’avvoltoio di mestiere.

E quindi, signori miei, non permettete a nessuno di ledere i vostri diritti, a meno che non abbiate un bel conto in banca. In quel caso, non preoccupatevi, potrete sistemare tutto senza troppi problemi. Insomma, dormite con un occhio aperto, perché appena vi distrarrete un attimo chiudendoli entrambi, arriverà, puntuale come un orologio svizzero, un avvoltoio pronto a cibarsi della vostra carne.

Mentre voi lavorate duro per far crescere il vostro sito e acquisire sempre nuovi visitatori, magari pagando persino per NON avere la pubblicità (come io pago wordpress per non avere i Google Ads su questo sito), l’avvoltoio sta solo fermo, o al massimo vi svolazza in cerchio sulla testa, in attesa di aver libero accesso alla vostra carne.

Beh, comunque il cybersquatter non ha fatto i conti con il webmaster. Mentre io incrementerò le mie visite, lui perderà i vantaggi che sta rubando. Cosa accadrà dopo, nessuno può dirlo.

Spero che questa storia serva da lezione a qualcuno. Se io avessi saputo dell’esistenza di questi avvoltoi di mestiere, non avrei mai rischiato di far scadere il dominio.

Per concludere, lasciatevi dire da chi ne sta vedendo davvero tante, che nemmeno le più ignobili ingiustizie hanno il diritto di abbattere la forza dei vostri sogni.

E poi, come ho letto in un libro che ho iniziato proprio pochi giorni fa:

“…nemmeno lo spettacolo, che offriremo, della sventura che ovunque perseguita la virtù, deve tormentare la gente onesta; la felicità nel crimine è ingannevole, illusoria, a parte la punizione sicuramente tenuta in servo dalla provvidenza: chi è stato invischiato dai successi che il crimine procura nutre in fondo all’animo un tarlo che lo rode senza tregua e gli impedisce di provare gioia per i falsi splendori che lo circondano. Gli resta nell’anima, invece di delizie, il ricordo lacerante dei crimini che lo hanno condotto al punto in cui è. Lo sfortunato perseguitato dalla sorte ha per consolazione il suo cuore, e le gioie interiori procurate dalla virtù lo ricompensano tosto delle ingiustizie degli uomini”.

(Donatien de Sade)

Non sono sicura del tormento che angustia i cattivi, ma sono certa delle gioie interiori della virtù che ricompensa delle ingiustizie degli uomini.

Imparate dai miei errori, ma soprattutto non arrendetevi di fronte a niente. Vedrete che il vostro lavoro e la vostra passione saranno sempre più forti dell’avvoltoio di turno e della sua triste condizione di vampiro. Vi basti pensare che il vostro corpo produce sangue, il vampiro vive soltanto succhiando il vostro, per cui senza di voi cessa semplicemente di esistere.

Buona virtù a tutti!

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Aggiornamento del 22/02/13: In barba agli avvoltoi, torna www.chiaravitetta.com

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Pantomima per un’altra volta

Louis Ferdinand Céline - Pantomima per un'altra volta“Ritornato in patria dall’esilio danese, Céline si scatena in una vendetta satirica che sembra sfidare a viso aperto le potenzialità estreme della letteratura”.

Questa la frase che si può leggere sul sito di Einaudi in riferimento al libro Pantomima per un’altra volta, di Louis-Ferdinand Céline. Il mio parere? Un libro illegibile costituito da un’accozzaglia di sproloqui e vaneggiamenti che starebbero bene in bocca a un ubriaco.
La terribile punteggiatura, il linguaggio, il contenuto e la scarsità di un filo conduttore che chiarisca al lettore di cosa si sta parlando, rende questo libro terribile.

Non so se Pantomima per un’altra volta faccia eccezione rispetto ad altre opere dello stesso autore, ma è talmente illeggibile che non so se troverò mai il coraggio di fare un secondo tentativo leggendo un altro dei suoi libri. È così terribile da aver portato persino me, paladina del finire di leggere un libro a tutti i costi, ad abbandonarlo ancora prima di aver raggiunto la sessantesima pagina, cioè neppure la metà.

Di solito non mi permetto di giudicare un libro prima di averne letto l’ultima parola dell’ultima riga dell’ultima pagina, ma stavolta arrivare a quella parola sarebbe stato un inutile sforzo. Leggere deve essere un piacere, dicono tutti quelli a cui spiego che voglio leggere ogni libro fino alla fine, anche il più brutto e il più noioso, ma a volte un libro noioso fino a pagina 200, diventa interessante a pagina 201 e anche un brutto libro capita che possa insegnarti qualcosa. A volte un libro scritto male rivela comunque, nel corso della lettura, qualcosa di interessante.

Nel caso di Pantomima per un’altra volta non c’è nulla da imparare, dato che è come se fosse stato scritto in una lingua a me sconosciuta. Se non conoscete il russo, potete leggere un libro in russo anche fino alla fine, ma non avrete comunque capito una parola. Ecco, più andavo avanti nella lettura di questo libro, meno capivo cosa diamine stesse dicendo l’autore e dove diamine volesse andare a parare. Inoltre, la punteggiatura ha la sua importanza, e in questo libro è maltrattata brutalmente. Certi crimini dovrebbero essere puniti!

Mentre lo leggevo pensavo al post che avrei scritto, al veleno che avrei sputato e mi dicevo: non basteranno le mie parole, ci vorrà un esempio chiaro di questa pessima scrittura. Subito ho capito che sarebbe bastato aprire una pagina a caso e citare qualche frase, sempre a caso. Detto, fatto.

Eccovi un estratto qualsiasi da Pantomima per un’altra volta.
E se in futuro trovaste il coraggio di leggerlo perché per qualche motivo vi interessa, non dite che non vi avevo avvertito.

“Ve lo scrivo dappertutto nel fatto! da Montmartre casa mia! dal fondo della mia prigione baltava! e nello stesso tempo dalla riva del mare, dalla nostra capanna! Confusione dei luoghi, dei tempi! Merda! e la féerie voi capite… Féerie… è questo l’avvenire! Passato! Falso! Vero! Fatica! Eppure penso a una cosa, ci è che l’ultimo cagnazzo randagio lì che gironzola al ruscello, fruga, poniamo che si chiami Pirame, ha meno da temere che il sottoscritto!… ossessionato come nessun cane! Mica ossessionato dal proprio nome Pirame! È un nome sopportabile! Pirame! Pirame è no una catastrofe!
Ma non è tutto il mio nome immondo! C’è la malattia! c’è l’invidia! c’è gli spioni un po’ dappertutto… Vedrete nel corso dei capitoli… se ho mandato a vuoto degli stratagemmi! se ho viaggiato in lungo e in largo! si è viaggiato!… Lìlì e l’Ulisse… Senza incidenti un po’ piccanti potrei sempre stendervi la mia urna… mica strano mi leggereste mai! Ah ma compratemi altro che di nascosto! oggigiorno tutto è sequestrato in anticipo! (ordinanza del 23 febbraio) e centomila debiti in mora! e altre sentenze e appelli e Suprema Corte, ecc.! più la galera! L’indignazione! Degradazione! Tutto!… Il toboga è una forza che subito risucchiato becchi ogni svolta certe sberle, di quelle scariche di botte pieno il grugno, e più e più giù, che sei altro che poltiglia e lacrime!
Riflettete! La centrifugazione degli odi!”.

(Louis-Ferdinand Célice)
(da: “Pantomima per un’altra volta”)

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Comunicazione importante

avvoltoioHo una notizia buona e una cattiva. Quale volete sentire, prima? …beh, se ho ancora voglia di scherzare, significa che nemmeno l'”inconveniente” (terribile eufemismo) occorso a questo sito mi può buttare a terra. D’altra parte, combattere è nel DNA di ogni scrittore esordiente (non famoso) che si rispetti.

Come potete leggere quassù, non siete più su chiaravitetta.com, il che rappresenta la cattiva notizia, anche se il sito non ha subito alcun cambiamento, fatta eccezione per il malfunzionamento (assolutamente provvisorio) di alcuni link. Vi prego di avere pazienza e di continuare a onorarmi della vostra presenza, muta o parlante che sia.
La buona notizia è che questo sito pare vada così bene da risultare appetibile agli occhi (o meglio, al portafogli) di chi vuole lucrare sul lavoro degli altri approfittando di una svista. Siccome quando si lavora duro non si patisce mai abbastanza, molti dei vantaggi acquisiti nei motori di ricerca sono andati ad incrementare i guadagni da avvoltoio di questo tizio di cui non conosco neppure il nome.

Beh, io ci sono ancora, comunque. Forse il dominio chiaravitetta.com tornerà in mio possesso, forse no. In tutti i casi questo sito non cesserà di esistere né di essere raggiungibile facilmente, seppure abbia subito una fastidiosa battuta d’arresto nell’acquisizione di nuovi visitatori.
La cosa peggiore di tutto questo è che non possiedo più neppure la casella di posta webmaster@chiaravitetta.com, per cui tutte le e mail inviatemi dal 20 febbraio 2012 non mi sono mai arrivate.
Chiunque mi abbia scritto in questo periodo, può inoltrarmi le email a questo indirizzo: chiaravitetta1985@gmail.com.

 Vi sarei grata se giraste questo post a chiunque pensate possa essere interessato alle tristi novità.

Grazie a tutti e buona domenica.

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Leggi anche Oltre ai danni, le beffe!

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Aggiornamento del 22/02/13: In barba agli avvoltoi, torna www.chiaravitetta.com

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Steve Jobs by Walter Isaacson

Walter Isaacson - Steve JobsÈ molto difficile definire Steve Jobs, specie in poche parole. Non per niente questo personaggio e la sua vita, non molto lunga purtroppo, sono state raccontate in un libro lungo e pieno di eventi, un librone scomodo da leggere ma interessante in molti punti.

Jobs era testardo, eccessivo, insensibile, pieno di manie. Molte volte era come un bambino, un bambino con le sue crisi di pianto e i piedi puntati. Eppure… eppure era anche un grande uomo, capace di creare e vendere prodotti innovativi; un uomo coraggioso e pronto a rischiare.

Questa è una biografia onesta, diciamolo subito, perché ci presenta quest’uomo sotto luci diverse, narrandoci il bene e il male, gli errori e le scelte azzeccate, le debolezze e i punti di forza.

È stato Jobs stesso a chiedere a Walter Isaacson di scrivere la sua biografia, e al contrario di quello che ci si sarebbe aspettati da un maniaco del controllo come lui, non ha voluto mettere bocca né leggere gli appunti e le bozze del biografo.

La biografia di Steve Jobs è un libro equilibrato e completo, dall’organizzazione precisa e chiara. Non sono una patita di biografie, ma sono felice di aver letto questa.

Jobs è stato certamente un personaggio controverso, ma leggendo della sua vita possiamo vedere tutto il suo genio e la forza delle sue idee, giuste o sbagliate che fossero. Possiamo cogliere la sua passione per il design e per i prodotti che dessero al pubblico un’esperienza completa e meravigliosa, possiamo capire addirittura le ragioni di alcune delle sue strambe idee.

Se non sapete nulla di Steve Jobs o ciò che sapete si limita alle pubblicità dei prodotti Apple e a qualche suo discorso mandato in onda in tv in occasione della sua morte, questo post non vi sarà di certo utile. Non sono qui per raccontarvi ciò che Walter Isaacson ha così ben raccontato in seicento pagine piene di eventi, ma per consigliare ad alcuni di voi di leggere questo libro. Se siete sognatori con sogni ed idee follemente grandi, dovete leggerla. Se pensate che il mondo sia solo ciò che gli altri vi propinano e la realtà non possa essere cambiata, dovete leggerla perché è possibile che queste pagine vi facciano cambiare idea.

Una cosa che mi ha colpito molto in questo libro è stata la mole di dichiarazioni di colleghi di lavoro di Jobs che ammettevano di essere riusciti a fare qualcosa solo perché lui aveva affermato che potevano. Progetti grandi e ambiziosi venivano (e vengono) spesso salutati da frasi come: “Non è possibile farlo. Troviamo un alternativa”; Jobs era l’uomo capace di rendere possibile anche l’impossibile. Giò solo una sua frase come: “So che puoi farlo. Trova un modo”, bastava per sovvertite quei pronostici disfattisti.

Senza uomini come Jobs, andrebbe mai avanti il mondo?

Leggendo questo libro vi renderete conto di come molte delle applicazioni che utilizzate sul vostro pc siano nate grazie a lui, di come il design possa sposare la tecnologia migliorando i prodotti e rendendo diversa la vita di ognuno di noi. La mia, comunque, l’ha cambiata. Dopo aver letto questo libro, ogni volta che vedo un pc, un lettore mp3, un tablet o anche un tavolo e una sedia, lo guardo con occhi nuovi. Ne studio le linee, gli angoli, i colori e i materiali. Forse si esagera con la faccenda del design a tutti i costi, pensavo leggendo alcuni passi del libro. Sì, perché a me non importa nulla della bellezza dell’iphone se poi non funziona l’antenna o qualcos’altro. Eppure… eppure ricordo che quando ho ricevuto il mio pc portatile, quello su cui sto scrivendo questo appassionato post per tutti voi, l’ho accarezzato e ne ho ammirato la linea e la bellezza. Insomma, il design conta, anche se non è essenziale, perché rende più piacevole l’approccio con gli oggetti e, per usare un’espressione di Steve Jobs, “migliora l’esperienza del consumatore”.

Quando la Apple era agli inizi, Jobs puntava molto su un’idea: il computer doveva sembrare “amichevole”, non estraneo e nemico. Anche un bambino e una donna di settantanni dovevano pensare, guardando un pc Apple, di essere capaci di usarlo.
In occasione di un viaggio di lavoro, uno dei collaboratori di Jobs si trovava in un paese povero, luogo in cui regnava l’analfabetismo, eppure un bambino di sei o sette anni che mai nella sua vita aveva visto un pc e, figuriamoci, un tablet, prese tra le mani l’ipad e fu subito capace di usarlo. Jobs fu semplicemente deliziato da questo racconto.

Sempre perseguendo l’obiettivo di rendere i pc amichevoli, nel primi anni della Apple Jobs e i suoi si inventarono una piccola stranezza: un pc con tanto di maniglia. Si trattava di un pc fisso, non doveva essere portato in giro, a che serviva la maniglia? Semplice: a renderlo “amichevole”. Molti ne risero, ma funzionò, eccome. Funzionò la maniglia, funzionò il design innovativo diverso dai cubi grigi delle altre aziende produttrici di pc, poi funzionò l’innovazione dell’ipod, pronto a spazzare via i vecchi walkman e il vecchio modo di ascoltare e gestire la musica.

Jobs, pochi forse lo sanno, fece anche parte della Pixar per molti anni, aiutandone il progresso e rendendosi responsabile della sua grandezza. Questo maniaco del controllo, che di solito metteva bocca ovunque, era lo stesso uomo capace di lasciare al direttore creativo della Pixar carta bianca, tutto per il grande rispetto che aveva per il lavoro creativo di chi considerava geniale.

Insomma, Jobs è certamente una figura controversa, apparentemente piena di contraddizioni. In realtà leggendo questo libro i conti tornanto e si può capire ogni sua scelta e idea, secondo me.

Beh, credo di aver detto anche troppo. Vi state per caso chiedendo se possiedo un Mac o un qualunque altro prodotto Apple? Ebbene, no, non ne possiedo nessuno, né ho mai valutato la possibilità di possederlo, però una cosa posso dirvela: sono sicura che la prossima volta che vedrò un prodotto figlio dell’azienda di Steve Jobs, lo guarderò con occhi nuovi, perché adesso so cosa c’è dietro la Apple.

Buona lettura!

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SS. dei naufragati

Vinicio CaposselaE venne dall’acqua, e venne dal sale
la penitenza dalla mano del mare
il comandante avanza e niente si può fare
vuole una morte, la vuole affrontare
e lì l’attendeva, dove il sole cala
cala e non muore, e l’acqua non lo lava
e il demone lo duole, sui banchi d’acqua
stregati di olio e petrolio
e il vento non alzava, e il mare imputridiva
legati a un solo raggio, tutti presi in ostaggio
avanzavamo lenti, senza ammutinamenti
e il comandante è pazzo, e avanza nel peccato
e il demone ch’è suo, adesso vuole mio
e brinda con il sangue all’odio ci convince,
che se è sua la barca che vince, dev’essere la mia
e gli occhi non videro, non videro la luce
non videro la messe, che altri non l’avesse
e il cielo fece nero, e urlò la nube al cielo
e s’affamò d’abisso, che tutti ci prendesse

Matri mia, salvezza prendimi nell’anima
Matri mia, le ossa nell’acqua

Anime bianche, anime salvate
anime venite, anime addolorate
che io abbia due soldi, due soldi sopra gli occhi
due soldi per l’onore, due monete in pegno
per pagare il legno, la dura voga del traghettatore
e vieni occhi di fluoro, vieni al tuo lavoro
vieni spettro del tesoro
la vela tende, il vento se la prende
la vela cade, le remi allontanate
e accese sui pennoni
i fuochi fatui, i fuochi alati
della Santissima dei naufragati

Matri mia, salvezza prendimi nell’anima

Il tempo stremava, l’arsura ci cuoceva
parlavamo alle vare e il silenzio dal mare
e il legno cedeva all’acqua suo pianto
la vela cadde, la sete ci asciugò
acqua, acqua, acqua in ogni dove
e nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da bere
e gli uomini spegnevano, spegnevano il respiro
spegnevano la voce, nel nome dell’odio
che tutti ci appagò, il cielo rigò di sbarre il suo portale
il volto di fuoco, dentro imprigionò
lo spettro vedemmo venire di lontano
venire per ghermire, nero di dannazione
vita e morte, vita e morte era il suo nome

Matri mia, salvezza prendimi nell’anima
Matri mia, salvezza prendimi

Questa è la ballata di chi si è preso il mare
che lapide non abbia, né ossa sulla sabbia
né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni
nei fuochi sacri, nei fuochi alati
della Santissima dei naufragati

O Santissima dei naufragati vieni a noi che siamo andati
senza lacrime senza gloria, vieni a noi, perdon, pietà.

(Vinicio Capossela)

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– Ascolta la canzone

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I gabbiani

alcyone“La città di Trachine, che fu l’ultima dimora terrena di Ercole, da tempo era scossa da paurosi prodigi. Un giorno il mare s’era tinto di rosso; una notte lo stagno aveva rintronato di cupi muggiti; poi un lupo nero aveva fatto strage di buoi e, quando i contadini tutti insieme, dandogli la caccia, avevano cercato di ucciderlo, s’era mutato in sasso.

Ansioso per quanto accadeva, il re Ceìce decise di andare a Claro, per consultare l’oracolo santo del tempio di Apollo. Ma sua moglie, la dolce Alcione, quando seppe del suo proposito, scoppiò in lacrime e pregò il marito di non partire:

“Se il viaggio fosse per terra, ne proverei soltanto dolore. Ma Claro è al di là del mare, e il mare mi spaventa. Appena ieri ho visto sulla spiaggia rottami di tavole, tristi segni di naufragio. Sai bene quante tombe, vuote di salme, si allineano sulla sabbia a mesto ricordo di naviganti inghiottiti dai flutti. La furia del mare è tremenda. Nulla vale a fermarla. Perciò ti scongiuro di non partire. Se poi queste mie lacrime non valgono a sciogliere il tuo cuore di ghiaccio, se resti fermo nel tuo proposito, almeno portami con te. Correremo insieme gli stessi pericoli ed avremo una medesima sorte”.

Ceìce si commosse e cercò di confortare quel cuore trepidante; solo con una promessa acquetò l’affettuosa consorte:

“È vero, Alcione mia dolce, ogni assenza è per noi troppo lunga e insopportabile perciò ti giuro che, qualunque cosa accada, tornerò da te prima che la luna avrà riempito due volte il suo cerchio”.

E subito comandò che si traesse dal cantiere in mare una nave e la si fornisse del necessario per il viaggio.

Quando fu pronta, la nave salpò, sospinta da due file di marinai che traevano ai petti lunghi remi e battevano il mare con rapidi colpi. Ritta sulla spiaggia, Alcione la seguì con lo sguardo, finché fu in vista, e salutò con ampi cenni delle mani. Quando non la vide più, corse alla casa, che le sembrò vuota, e gettatasi sul letto si abbandonò alle lacrime.

Intanto la nave prendeva il largo. Quando furono in mare aperto, i marinai disposero di traverso i remi sospesi, inalberarono le antenne e stesero le vele perché accogliessero il vento.

La navigazione proseguì felicemente per giorni e giorni, finché non si fu a metà del
viaggio. La nave di Ceìce era ad uguale distanza da Trachine e da Claro, quando si levarono improvvisi e forti sbuffi di vento, e le onde si gonfiarono spumeggiando. Pronto, il pilota ordinò:

“Calate le antenne, ammainate le vele!”.

Ma la procella, prendendo subito forza, impediva i movimenti dei marinai e col fragore dei flutti copriva le loro voci. Le sartie incominciarono a stridere, onde pesanti s’abbatterono sulla nave. In balia della tempesta, una volta lo scafo saliva verso il cielo, sollevato da un’onda alta quanto un monte, una volta piombava negli abissi, fin quasi a toccare il fondo del mare.

Afferratisi con tutte le forze ai banchi, i marinai invocavano tutti gli dei. Ceìce ripensava alla sua Alcione e ne ripeteva il nome.

Poi venne la fine. Non reggendo più ai colpi della tempesta, lo scafo si sfasciò e disperse tra i flutti gli uomini che invano chiedevano aiuto. Mentre, come gli altri, cercava disperatamente di tenersi a galla, lo sventurato Ceìce fu inghiottito da un gorgo nel buio silenzioso della morte.

Frattanto Alcione, ignara di tanta sciagura, contava i giorni e s’affrettava a finire le vesti con cui voleva ornare il marito il dì del ritorno. Ogni mattina andava al tempio di Giunone, faceva un’offerta di incenso e pregava per il ritorno del marito. Impietosita, la grande dea non volle che Alcione continuasse a chiedere il ritorno di uno che era già morto. Chiamò Iride, la bella messaggera che spesso appare in cielo sotto forma di arcobaleno, e le disse:

“Va’ dal Sonno e digli che mandi ad Alcione un sogno veritiero, sì che ella sappia che Ceìce è morto”.

Seguendo la curva dell’arco celeste, Iride volò alla casa del Sonno. Questa è una profonda spelonca che s’incava nel seno di un monte. Mai vi penetra la luce del giorno, né vi si ode il canto del gallo. Tutto è quiete e silenzio.

Iride dovette allontanare con le mani la folla nebbiosa dei Sogni, che, andandole incontro, le impedivano il passo. Finalmente nel fondo dell’antro trovò il Sonno che giaceva su un letto di èbano dietro una coltre di veli nerastri.

Aprendo a stento le pigre palpebre gravi e puntellandosi ai gomiti, il Sonno domandò:

“Chi ti manda? Che cosa vuoi?”.

“A Trachine la regina Alcione ignora la morte del marito. La misera continua a pregare per
il suo ritorno. Mandale un sogno verace. È un ordine di Giunone”.

Così disse Iride e subito volò via.

Il Sonno si scosse più volte, per non ricadere addormentato; chiamò Morfeo, il maggiore dei suoi mille figli, e gli trasmise il comando di Giunone.

Nel cuore della notte Morfeo stese le sue grandi ali nere e volò alla casa di Alcione. Si posò sul guanciale della regina e le apparve in sogno con l’aspetto di Ceìce.

“Mi riconosci? Sono tuo marito” disse. “Le tue preghiere sono vane. Una tempesta sommerse la nave, ed ora il mio corpo è in balia delle onde. Dammi gli onori funebri. Non permettere che io scenda senza il conforto del pianto tra le ombre degli Inferi”.

Atterrita dal sogno Alcione si svegliò di soprassalto e vide che era già l’alba. Con mestizia si rammentò che i sogni dell’alba sono veritieri.

Si levò in fretta e corse alla riva del mare. Rivide il luogo dove aveva abbracciato il marito l’ultima volta; salì sullo scoglio dal quale aveva visto la nave perdersi all’orizzonte.

Sotto di lei, l’acqua sciabordava, cupa. E sull’acqua ella vide galleggiare uno scudo e vi riconobbe l’insegna di Ceìce. Dunque il sogno aveva detto il vero.

Vinta dal dolore, Alcione volle morire e si gettò a capofitto in mare.

Ma invece di cadere, fu portata in alto dal vento. Trasformata in uccello dalla pietosa Giunone, Alcione volteggiò nell’aria lanciando dal becco sottile un mesto richiamo.

Un vecchierello che stava sulla spiaggia, vide un altro uccello, simile al primo, rispondere al richiamo e levarsi in volo dal mare. E tutti e due, assieme, salirono in alto con le bianche ali distese.

Ancor oggi Ceìce, il gabbiano maschio, e Alcione, la femmina, volano assieme sull’azzurro mare. Per sempre li ha congiunti Amore”.

(da: “Storie d’oro”, di Gino Ragozzino)

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Dallo stesso libro:

Volare come uccelli
Narciso

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