Il poeta operaio

operaioGridano al poeta:
«Ti vorremmo vedere accanto al tornio.
Che sono i versi?
Roba da niente!
Certo che a lavorare mica ce la faresti».
Forse,
il lavoro
è per noi
più caro d’ogni altra occupazione.
Sono anch’io una fabbrica.
E se non ho
ciminiere,
forse,
per me
senza ciminiere è ancora più difficile.
So bene
che non amate le frasi oziose, voi.
Per lavorare, fendete la quercia.
E noi?
Che forse non facciamo col legno lavori d’intarsio?
La quercia delle teste lavoriamo.
Certo
è cosa rispettabile pescare.
Tirare la rete.
E prendere storioni!
Ma non è meno rispettabile il lavoro del poeta:
prendere gente viva, e non pesci.
Una fatica enorme bruciare davanti alla fucina,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi
può accusarci d’essere oziosi?
I cervelli forbiamo con la lima della lingua.
Chi è superiore:
il poeta o il tecnico,
che conduce gli uomini al benessere?
Sono uguali.
I cuori sono motori.
E l’anima è un motore altrettanto complesso.
Siamo uguali.
Siamo tutti compagni operai.
Proletari di spirito e di corpo.
Soltanto insieme
abbelliremo l’universo
e lo faremo rimbombare di marce.
Contro i diluvi di parole innalziamo una diga.
All’opera!
A un lavoro vivo e nuovo.
E gli oziosi oratori,
al mulino!
Fra i mugnai!
A girare le macine con l’acqua dei discorsi.

(Vladimir Majakovskij)

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Dello stesso autore:

– All’amato me stesso
– Inno al critico
– La blusa del bellimbusto
– Dopo i prelevamenti
Tu

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Elogio della dimenticanza

Bertolt BrechtBuona cosa è la dimenticanza!
Altrimenti come farebbe
il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?
che gli ha dato la forza delle membra
e lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro
che gli ha dato il sapere?
Quando il sapere è dato
l’allievo deve mettersi in cammino.

Nella casa vecchia
prendono alloggio i nuovi inquilini.
Se vi fossero rimasti quelli che l’hanno costruita
la casa sarebbe troppo piccola.

La stufa riscalda. Il fumista
non si sa più chi sia. L’aratore
non riconosce la forma di pane.

Come si alzerebbe l’uomo al mattino
senza l’oblio della notte che cancella le tracce?
Chi è stato sbattuto a terra sei volte
come potrebbe risollevarsi la settima
per rivoltare il suolo pietroso,
per rischiare il volo nel cielo?

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

(Bertolt Brecht)

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Dello stesso autore:

A chi esita
Tra tutte le opere
Tempi brutti per la poesia
Le grucce

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Fantasmi

escursionista-seduto-sul-bordo-della-strada“Roland alzò lo sguardo e vide Susan alla finestra, una visione luminosa nel grigiore di quel mattino autunnale. Il cuore gli spiccò un balzo nel petto e anche se in quel momento non poteva saperlo, era così che soprattutto l’avrebbe ricordata per sempre: l’amata Susan, fanciulla alla finestra. Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri; siedono insignificanti ai bordi della strada come poveri mendicanti e, dovessimo accorgerci di loro, li scorgiamo solo con la coda dell’occhio. La possibilità che fossero lì ad aspettare proprio noi raramente ci attraversa i pensieri. Invece aspettano e quando siamo passati raccolgono i loro fagotti di ricordi e s’incamminano sulle nostre orme e piano piano, metro dopo metro, guadagnano terreno”.

(Stephen King)
(da: “La sfera del buio”)

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Dello stesso autore:

Gli orrori del nucleare (estratto da “Tommycnockers – Le creature del buio”)
Ossessione (breve recensione ed estratti)
The dome (recensione)
La metà oscura (recensione ed estratti)
Buick 8 (estratti)
La casa del buio (estratti)
Incubo (estratto da: “Mucchio d’ossa”)
A volte ritornano (recensione ed estratti)

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Sullo scrivere

VermeerBuongiorno vecchi e nuovi visitatori,
ho promesso novità oltre la prima e più importante: il trasferimento del mio sito da wordpress ad uno spazio mio.

Oggi vi presento la prima di molte: una nuova pagina, raggiungibile cliccando sull’immagine del quadro di Telemaco signorini che vedete nella barra laterale destra (Bambina che scrive).

Dato che questo sito ruota soprattutto intorno alla scrittura e alla lettura, mi sembrava giunto il momento di creare due pagine apposite nelle quali riunire frasi note e meno note pronunciate da scrittori e poeti proprio su questi argomenti.

La pagina “Sullo scrivere” è pronta, ve la presento oggi. Per l’altra, ci vorrà ancora qualche giorno.

Ho scelto le frasi personalmente, selezionandole con cura tra molte. Di sicuro riflettono il mio modo di vedere la scrittura.

Ora e qui ve ne propongo cinque, per cominciare. Se vorrete leggerne altre, vi basterà cliccare sulla nuova pagina: Sullo scrivere.

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“Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi”.

(Stephen King)

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“Esiste una sola scuola: quella del talento”.

(Vladimir Nabokov)

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“Non dirmi che la luna splende, mostrami il riflesso della sua luce nel vetro infranto”.

(Anton Checov)

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“Scrivere è una malattia, come la perla”.

(Robert Musil)

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“La poesia è una pittura che si muove e una musica che pensa”.

(Emile Deschamps)

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Leggi ancora…

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Amabili resti

libro amabili restiAmabili resti è un romanzo del 2002 di Alice Sebold.

Il film omonimo, basato (o meglio, “ispirato”) sul libro, è abbastanza differente dal romanzo, tanto secondo me sono da considerare due storie diverse con qualche punto in comune. Se avete visto il film e come me avete avuto un’impressione non troppo buona (un film innocuo, leggero, con qualche spunto originale qua e là), non evitate il libro, non fatevi fermare dall’errata convinzione di sapere già tutto. Non è solo perché libro e film restano pur sempre due modi diversi di comunicare, ma soprattutto per una seconda ragione: lo spirito del libro Amabili resti è molto differente dallo spirito del film Amabili resti. Si rivelano molte differenze, ma la più importante è l’unica essenziale: lo spirito della storia.

Susie Salmon è morta. Si trova in cielo, in una sorta di paradiso liberamente modificabile in base alle proprie volontà ed esigenze, ed è da lì che, mentre osserva il mondo sottostante e gli individui che lo abitano, ci racconta della sua morte. Susie, quattordici anni al momento della morte, è stata violentata e uccisa da un vicino di casa, un assassino non alla sua prima vittima.
Mentre nel film Susie riuscirà a comunicare con il mondo reale spingendo una compagna di scuola a scoprire la verità sulla sua morte, dando una soluzione soddisfacente e regalando allo spettatore un piacevole senso di giustizia, nel libro la storia ha “tutti gli spigoli acuminati della realtà” (S.King).

Lo sguardo di Susie, che non si allontana mai troppo dalla sua famiglia, rimasta a gestire il lutto senza neppure un corpo da seppellire, indugia su ogni membro del nucleo familiare. Con uno sguardo privilegiato, dal suo cielo Susie sente e sa cosa provano la madre, il padre, la sorella minore e il fratellino di cinque anni, ma anche altre persone che ha conosciuto, compreso il ragazzo che le piaceva.

Amabili resti (il libro), contrariamente al film non è la storia di un omicidio risolto grazie all’intervento di una ragazzina morta, ma è molto di più. È un libro sul lutto, sulla sopravvivenza alle tragedie, sulla vita e la sua fondamentale ingiustizia. È un libro sulla logica casuale dell’esistenza, sui morti che non se ne vanno ma continuano a vivere nella mente di chi li ricorda; è un libro sulle persone e le loro debolezze, sul mondo che va avanti anche dopo la morte violenta di una quattordicenne innocente.

La scrittura di Alice Sebold è fluida e piacevole, mai zoppicante, ricca di riflessioni profonde e approfondite e di spunti di riflessione. I personaggi sono resi perfettamente, con realismo ed onestà, provvisti delle debolezze umane e differenti l’uno dall’altro proprio come nella vita reale. Anche il loro atteggiamento nei confronti del lutto è differente in base al carattere. In particolare appaiono eccellenti la descrizione della madre e quella del padre, il personaggio più bello di questa storia, a mio parere.
Mentre la madre fugge in un mondo suo allontanandosi dalla famiglia prima in senso figurato e poi letteralmente, il padre si lega ancora di più ai figli, in particolare al piccolo. Distrugge le sue navi in bottiglia, quelle che Susie, unica in famiglia a condividere questa passione, amava tanto; però non riesce a separarsi dai vestiti della figlia, chiusi in uno scatolone con su scritto: “da tenere”. Si lega al suo ricordo e continua ad amare la figlia morta e i figli vivi in una maniera struggente e bellissima.
Sua moglie invece, fuggita dal ruolo di madre e consorte, vive il lutto lontana da casa, in mezzo a volti sconosciuti, separata da tutto. Trova un lavoro manuale, stancante e molto lontano da casa e si chiude in un dolore solitario.

“Nei giorni liberi passeggiava per le strade di Sausalito o Santa Rosa, cittadine raffinate dove tutti le erano estranei, ma per quanto si sforzasse di concentrarsi sulla novità promettente, quando entrava in un negozio di articoli da regalo o in un caffè le quattro pareti che la racchiudevano cominciavano a respirare come un polmone. E subito sentiva strisciarle su per i polpacci e nelle viscere l’assalto, il dolore incipiente, e le lacrime, un piccolo esercito implacabile che avanzava verso la prima linea dei suoi occhi. Allora prendeva un respiro e mandava giù una gran boccata d’aria per non piangere in pubblico. In un ristorante chiese un caffè e un toast e lo imburrò di lacrime. Andò da un fioraio e chiese giunchiglie, e quando le risposero che non ne avevano si sentì derubata. Era un desiderio tanto piccolo, un fiore di un giallo vivace…”.

Anche se si potrebbe dire tanto male di una donna che lascia la famiglia così, questa madre che si spoglia dei ruoli di una vita intera risulta una figura comprensibile e reale. Ci ricorda che il dolore è un animale selvaggio e indomabile di cui non ci si può liberare, e che per evitare che ci aggredisca e si cibi di noi dobbiamo trovare il modo di affrontarlo. Ed ognuno ha il suo, per questo motivo, anche se con qualche difficoltà, la famiglia perdona questa donna fuggita.

Amabili resti non è solo un libro da leggere; è anche un libro da regalare. Ve lo consiglio caldamente.
Riguardo al film, non è male, ma ricordate che si tratta di due storie diverse. Se decidete di guardarlo, tenetelo presente.

Buona lettura!

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“Non ci si accorge che i morti se ne vanno, una volta che hanno deciso di partire. Non è previsto. Al massimo li si avverte come un sussurro o come l’onda di un sussurro che si placa piano piano. Lo paragonerei a una donna in fondo a una sala conferenze o a un teatro, che nessuno nota finché non sgattaiola fuori”.

“Mi piacerebbe dirvi che qui è bellissimo, e che anche voi un giorno sarete qui, salvi per sempre. Ma questo Cielo non ha niente a che fare con la salvezza così come, nella sua clemenza, non ha niente a che fare con la nuda e cruda realtà. Qui ci divertiamo”.

(Alice Sebold)
(da: “Amabili resti”)

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Se una notte d’inverno un viaggiatore

Italo Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatoreOgni lettore vive la lettura a suo modo; per me leggere è sempre un investimento. Se leggo un libro fino alla fine, è perché ne ricavo piacere, imparo qualcosa di nuovo, nutro la mia curiosità. Il classico: “voglio sapere come va a finire” mi intrappola spesso, anche quando una storia non comincia benissimo. Insomma, che il motivo sia uno o tutti quelli elencati, per me leggere è un investimento. Questo significa che non leggerei dieci romanzi di cui posseggo solo l’incipit se sapessi che non esiste un seguito. In un certo senso è questo ciò che si fa leggendo Se una notte d’inverno un viaggiatore: si perde tempo nella lettura di dieci incipit differenti contenuti in un unico libro.

All’inizio di una storia, quando il personaggio e i luoghi ci risultano ancora del tutto sconosciuti, si investe in attenzione. Si cerca di memorizzare il carattere legato al nome del personaggio x, di capire le dinamiche che lo legano al personaggio y e via dicendo. Riuscireste a stare attenti e godervi la lettura se sapeste che quella storia non continuerà mai e quindi non scoprirete mai perché un personaggio fa una cosa o come finirà la vicenda appena accennata?

La storia comincia in una stazione ferroviaria dove un viaggiatore ha appena perso una coincidenza. Italo Calvino, autore di questo libro pubblicato nel 1979, si rivolge al lettore dandogli del tu. Il libro comincia così:

“Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzoSe una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”.

E poi, dopo qualche altro consiglio su come mettersi comodi e rilassarsi, comincia a raccontare la prima storia che non finirà mai.

Le prime pagine di una storia sono le più difficili da leggere. Non sappiamo ancora quale sia lo stile dell’autore, come affronterà, di preciso, l’argomento di cui si fa cenno nella quarta di copertina; insomma non sappiamo cosa abbiamo davvero tra le mani. Se proprio in quel momento sapessimo che la storia non avrà uno svolgimento che si chiude in un finale di qualunque genere, lo leggeremmo ancora, quel libro? La risposta può essere differente in base al gusto e alle motivazioni di ogni lettore.

Di tanto in tanto, l’autore butta lì un’opinione che vorrebbe forse giustificare parte della scelta narrativa. Ci dice che il bello dello scrivere è raccontare, il bello della lettura è godersi un racconto, non importa se sia chiuso o meno. Posso dire che Calvino scrive davvero bene, tuttavia, questa idea tanto originale quanto strana, non trova il mio favore di lettrice.

I dieci incipit si snodano all’interno di una piccola e insignificante storia, quella del lettore che li sta leggendo e che l’autore vorrebbe fossi tu, lettore reale nel mondo reale. Vorrebbe che ti immedesimassi al cento per cento, e per dare una spinta in più, non dà un nome al protagonista. Dunque stai leggendo il primo incipit, quando ti rendi conto che è impossibile proseguire la lettura. Gli espedienti che bloccano il protagonista sono diversi per ogni incipit: una volta scopre che l’incipit si ripete per tutto il libro, un’altra trova tante pagine bianche e via così. Forse il lettore reale riesce a godersi il primo e il secondo incipit, magari nella speranza che in seguito possa esserci una continuazione; ma gli altri? Una volta capito il meccanismo del romanzo, neanche la bella scrittura di Calvino basta a rendere gradevole la lettura.

È frustrante tranciare la narrazione proprio quando diventa interessante. E sapere che non continuerà mai, dà un senso di smarrimento e rabbia, cose che non vorrei proprio trovare in un libro.

Alla fine il protagonista, recatosi in biblioteca alla disperata ricerca dei dieci libri che ha iniziato a leggere, si imbatte in un gruppo di lettori. Si scambiano pareri su cosa significhi leggere, fino a che uno di loro, incuriosito dalla lista di libri che l’uomo porta con sé, chiede di vederla. Legge, di seguito, i titoli elencati sul foglio di carta:

“Se una notte d’inverno un viaggiatore/Fuori dall’abitato di Malbork/Sporgendosi dalla costa scoscesa/Senza temere il vento e la vertigine/Guarda in basso dove l’ombra s’addensa/In una rete di linee che s’allacciano/In una rete di linee che s’intersecano/Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna/Intorno a una fossa vuota/Quale storia attende laggiù la fine?”

E così l’autore spiega, attraverso le parole dell’uomo che ha letto quel foglio: “Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l’eroe e l’eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte”.
Questa parole, che ai miei occhi non giustificano né spiegano nulla degli incipit spezzati, danno al protagonista della storia lo spunto per concludere la sua vicenda, quella intramezzata dai dieci incipit. Sposa la fanciulla e chi s’è visto s’è visto.

Su questo sito leggete opinioni, null’altro. Forse per qualcuno questo libro risulterà un capolavoro, come sembra risultare se si gira un po’ in rete, da Anobii a vari altri siti che parlano di libri. Per quanto mi riguarda, il piacere di leggere una storia può essere un piacere di breve durata, ma deve essere conchiuso in una narrazione completa, fosse anche di mezza pagina. Non importa se tutte le storie, un tempo, finivano solo in due modi differenti: continuità della vita o inevitabilità della morte. Voglio leggerlo, il finale, grazie tante. E non mi basta neppure sapere se finisce bene o male: è il come, quello che mi interessa davvero.

In quanto alla storia che spezza gli incipit, non era nulla a cui valesse la pena dedicare del tempo.

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La veste lunga

pirandelloLa veste lunga è una novella di Pirandello, contenuta nel volume Novelle per un anno.

Didì è una giovane donna che ha da poco abbandonato le vesti dell’infanzia. La storia si svolge sul treno che la porterà da Palermo a Zùnica. Viaggia con il fratello maggiore e il padre. La madre, morta da alcuni anni, è un’ombra di tristezza nel cuore della ragazza.

Zùnica è un bel ricordo nella mente di Didì. Quando era bambina, suo padre, che lavorava lì come amministratore giudiziario dei possedimenti di un barone, le portava dal paese “certi freschi e deliziosi frutti fragranti”. Quei doni avevano creato nella sua mente un’immagine meravigliosa del paese da cui provenivano. Anche “da grande” Didì non poteva fare a meno di pensare a Zùnica come un luogo bello, rigoglioso; pieno di giardini, vigneti e boschi lussureggianti, “quantunque sapesse che Zúnica era una povera arida cittaduzza dell’interno della Sicilia, cinta da ogni parte dai lividi tufi arsicci delle zolfare e da scabre rocce gessose fulgenti alle rabbie del sole, e che quei frutti, non più gli stessi della sua infanzia, venivano da un feudo, detto di Ciumía, parecchi chilometri lontano dal paese”.

Mentre il treno arranca in salita nell’entroterra siciliano, Didì pensa, in perfetto stile pirandelliano, a tutto ciò che quel viaggio significa. È la prima volta che indossa in pubblico una veste lunga, simbolo del passaggio dall’infanzia all’età adulta. E da questo cambiamento nella sua vita cominciano le sue riflessioni, seguite dalle sensazioni nuove che la veste le procura.

“Ora, per il viaggio lungo fino a Zúnica indossava anche, per la prima volta, una veste lunga.
E le pareva d’esser già un’altra. Una damina proprio per la quale. Aveva lo strascico finanche negli sguardi; alzava, a tratti, le sopracciglia come a tirarlo sú, questo strascico dello sguardo; e teneva alto il nasino ardito, alto il mento con la fossetta, e chiusa la bocca. Bocca da signora con la veste lunga; bocca che nasconde i denti, come la veste lunga i piedini”.

Ma essere adulti non significa soltanto indossare abiti più belli ed importanti e sentirsi grandi anche negli sguardi… a Zùnica la aspetta un matrimonio d’interesse con un uomo di ventisette anni più vecchio di lei, un uomo che non ha mai visto in vita sua.
Il lavoro di suo padre per il barone di Zùnica sta giungendo alla fine, e l’unico modo per mantenere l’agiatezza che ne deriva, sembra essere quello di combinare due matrimoni: quello di Didì con il barone e quello di Cocò, suo fratello, con la sorella del barone. Cocò, che ha ventisettenne anni e gode da tempo di libertà e vizi, accoglie con favore la novità. I motivi della sua tranquillità, contrapposta alla preoccupazione della giovanissima Didì, sono vari: il suo carattere, la sua libertà come uomo (“La veste lunga” è stata scritta nel 1928), forse gli anni di vita ed esperienza goduti, e poi, riflette Didì, forse anche il ricordo degli stenti vissuti dalla famiglia prima che il padre iniziasse a lavorare per il barone.

“Cocò serbava una chiara, per quanto lontana memoria dei gravi stenti tra cui il padre s’era dibattuto prima d’esser fatto, per maneggi e brighe d’ogni sorta, amministratore giudiziario dell’immenso patrimonio di quei marchesi di Zúnica.
Ora, c’era tutto il pericolo di ricadere in quegli stenti che, se anche minori, sarebbero sembrati piú duri dopo l’agiatezza. Per impedirlo, bisognava che riuscisse, ora, ma proprio bene e in tutto, il piano di battaglia architettato dal padre, e di cui quel viaggio era la prima mossa”.

E questo piano, che vede Didì in prima linea è semplice: “Ebbene: il piano del padre era questo: prima di lasciare quell’amministrazione giudiziaria, concludere due matrimoni: dare cioè a Didí il marchese Andrea, e Agata a lui, Cocò”.

La ragazza non reagisce bene all’annuncio del matrimonio: “Didí al primo annunzio era diventata in volto di bragia e gli occhi le avevano sfavillato di sdegno. Lo sdegno era scoppiato in lei piú che per la cosa in se stessa, per l’aria cinicamente rassegnata con cui Cocò la accettava per sé e la profferiva a lei come una salvezza. Sposare per denari un vecchio, uno che aveva ventotto anni piú di lei?”.

Il fratello la rabbonisce con carezze e parole dolci, parla di sé, e infine cambia discorso e le chiede di sollevare l’orlo della gonna per poterle salutare le gambe, ché non le vedrà più, perché ormai lei indosserà sempre la veste lunga. Questo piccolo atto, insieme al racconto di Cocò delle gambe di una vecchia amica riviste solo al suo funerale, scombussola Didì. Stesa nel proprio letto, impossibilitata a dormire, pensa a quella ragazza morta e si guarda le gambe, stese sul letto insieme al resto del suo corpo. E si immagina morta anche lei, dentro una bara con l’abito da sposa, dopo il matrimonio con il marchese Andrea dai lunghi capelli.

Tornata alla realtà, sul treno che la porterà a Zùnica, Didì osserva il fratello.

“Didí guardava il fratello sdrajato sul sedile dirimpetto e si sentiva prendere a mano a mano da una gran pena per lui.
In pochi anni aveva veduto sciuparsi la freschezza del bel volto fraterno, alterarsi l’aria di esso, l’espressione degli occhi e della bocca. Le pareva ch’egli fosse come arso, dentro. E quest’arsura interna, di trista febbre, gliela scorgeva negli sguardi, nelle labbra, nell’aridità e nella rossedine della pelle, segnatamente sotto gli occhi. Sapeva ch’egli rincasava tardissimo ogni notte; che giocava; sospettava altri vizi in lui, piú brutti, dalla violenza dei rimproveri che il padre gli faceva spesso, di nascosto a lei, chiusi l’uno e l’altro nello scrittojo. E che strana impressione, di dolore misto a ribrezzo, provava da alcun tempo nel vederlo da quella trista vita impenetrabile accostarsi a lei; al pensiero che egli, pur sempre per lei buon fratellino affettuoso, fosse poi, fuori di casa, peggio che un discolo, un vizioso, se non proprio un farabutto, come tante volte nell’ira gli aveva gridato in faccia il padre. Perché, perché non aveva egli per gli altri lo stesso cuore che per lei? Se era cosí buono per lei, senza mentire, come poteva poi, nello stesso tempo, essere cosí tristo per gli altri?
Ma forse la tristezza era fuori: fuori, là, nel mondo, ove a una certa età, lasciati i sereni, ingenui affetti della famiglia, si entrava coi calzoni lunghi gli uomini, con le vesti lunghe le donne. E doveva essere una laida tristezza, se nessuno osava parlarne, se non sottovoce e con furbeschi ammiccamenti, che indispettivano chi – come lei – non riusciva a capirci nulla; doveva essere una tristezza divoratrice, se in sí poco tempo suo fratello, già cosí fresco e candido, s’era ridotto a quel modo”.

Didì si sente oppressa da quella tristezza che aspetta anche lei; sente il peso della veste lunga; un abito lungo addosso ad una bambina.

“E le avevano messo quella veste lunga, ora cosí… su un corpo, che lei non si sentiva. Assai piú del suo corpo pesava quella veste! Si figuravano che ci fosse qualcuna, una donna, sotto quella veste lunga, e invece no; invece lei, tutt’al piú, non poteva sentirvi altro, dentro, che una bambina; sí, ancora, di nascosto a tutti, la bambina ch’era stata, quando tutto ancora intorno aveva per lei una realtà, la realtà della sua dolce infanzia, la realtà sicura che sua madre dava alle cose col suo alito e col suo amore. Il corpo di quella bimba, sí, viveva e si nutriva e cresceva sotto le carezze e le cure della mamma. Morta la mamma, lei aveva cominciato a non sentire piú neanche il suo corpo, quasi che anch’esso si fosse diradato, come tutt’intorno la vita della famiglia, la realtà che lei non riusciva piú a toccare in nulla”.

Didì osserva il padre e il fratello addormentati. Ma come possono dormire, loro, mentre lei è sola, abbandonata al destino di un’impresa vergognosa?

“Dove la conducevano quei due, che anche lí la lasciavano cosí sola? A un’impresa vergognosa. E dormivano! Sí, perché, forse, era tutta cosí, e non era altro, la vita. Essi, che già c’erano entrati, lo sapevano; c’erano ormai avvezzi e, andando, lasciandosi portare dal treno, potevano dormire… Le avevano fatto indossare quella veste lunga per trascinarla lí, a quella laida impresa, che non faceva piú loro alcuna impressione. Giusto lí la trascinavano, a Zúnica, ch’era il paese di sogno della sua infanzia felice! E perché ne morisse dopo un anno, come la sua amichetta Rorò Campi?
L’ignota attesa, l’irrequietezza del suo spirito, dove, in che si sarebbero fermate? In una cittaduzza morta, in un fosco palazzo antico, accanto a un vecchio marito dai capelli lunghi…”.

Didì non può sopportare tutto questo, non può accettare questo destino. Non vuole quella veste lunga che l’ha fatta crescere così in fretta, in questa maniera terribile, vendendosi. E non vuole vedere allo specchio quella tristezza che ha visto sui loro volti.
Così, in un atto repentino, tira fuori dalla tasca della giacca del padre una boccetta…

“Oh Dio, e non poter fuggire… non poter fuggire… Legata com’era, qua, dal sonno di quei due, dalla lentezza enorme di quel treno, uguale alla lentezza del tempo là, nell’antico palazzo, dove non si poteva far altro che dormire, come dormivano quei due…
Provò a un tratto in quel fantasticare che assumeva nel suo spirito una realtà massiccia, ponderosa, infrangibile, un senso di vuoto cosí arido, una cosí soffocante e atroce afa della vita, che istintivamente, proprio senza volerlo, cauta, allungò una mano alla borsetta di cuojo, che il padre aveva posato, aperta, sul sedile. Il turacciolo smerigliato della fiala aveva già attratto con la sua iridescenza lo sguardo di lei”.

Berrà, Didì, il veleno che per suo padre è una medicina salvavita?

Per saperlo, dovrete leggere questa bellissima novella. Buona lettura!

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Dello stesso autore:

Non si sa come (estratto)
Ogni forma è una morte (estratto da: La carriola)
Da sé (recensione ed estratti)
L’uomo e la legge (estratto da: La casa del Granella)
Tullio Buti (estratto dalla novella Il lume dell’altra casa)
Cordoglio (estratto dalla novella Notte)

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Azzanna l’editore

capitan-uncino-inseguito-dal-coccodrillo-in-una-scena-del-film-le-avventure-di-peter-pan-1953-142999Chi ama vivere in pace impara presto una verità fondamentale: è inutile sprecar tempo dietro chi non vuole ascoltare. Le parole le beve il vento, costantemente ubriaco e a volte un po’ incazzato. Possibile che tutti gli versino in gola fiumi di parole ogni giorno?

Da scrittrice italiana che ha anche smesso di darsi la definizione di esordiente, emergente e affini (solo una cosa conta: scrivere!), non posso che associare questa regola del quieto vivere al rapporto con gli editori.

Se ricevo un contratto vergognoso… scusate, mi correggo: quando ricevo un contratto vergognoso… in effetti basta dire “quando ricevo un contratto”… insomma, quando ricevo un contratto tiro qualche sospiro, sfogo lo stress dilaniando le orecchie (e spero solo quelle) di qualche buon amico, mi deprimo un po’, e poi volto pagina. Vado avanti. Eppure a volte non bisogna ingoiare le parole, ma sputarle fuori con forza e orgoglio. Bisogna essere fieri di indignarsi per tutto quello che non funziona, dalle cose piccole a quelle grandi. Anche se non serve, abbiamo bisogno di provare, vogliamo poter urlare che abbiamo fatto la nostra parte, che non ci hanno messo al muro, che non solo sappiamo cosa volevano propinarci e abbiamo rifiutato a testa alta, ma abbiamo anche avuto la forza di sbattere in faccia al malcapitato il nostro indignato e velenoso parere.

Qualche anno fa un amico mi chiese di dargli un giudizio su un contratto di edizione. Una volta letto, spiegai con foga perché era da stracciare senza pensarci un minuto. Lui mi chiese di scrivere una risposta all’editore, di mettere su carta, contratto alla mano, ogni punto inaccettabile e motivarlo. Perché no?, fu la mia risposta.

Leggete e ricordate che anche se le orecchie dell’interlocutore sono chiuse, le vostre sono aperte: anche urlare ciò che è giusto a se stessi ha la sua utilità. E poi siamo umani, no? Ci piace credere che un giorno il mondo cambi grazie ai nostri piccoli gesti di buon senso, correttezza, onestà e giustizia. E chissà, forse un giorno potrebbe addirittura rivelarsi vero.

Se volete leggere il contratto a cui mi riferisco nella lettera, cliccate qui.

Salve signor X,

immagino che e-mail come questa non ne abbia mai ricevute, semplicemente perché anche quando gli autori a cui propone la pubblicazione le dicono di no, non si prendono certo il disturbo che mi sto prendendo io.
Ci tengo a motivare il mio rifiuto, perché sono dell’idea che in campo editoriale le cose stiamo cambiando, seppur lentamente. Sa, si sente nell’aria…
Dirle cosa penso del contratto che mi ha inviato è un modo come un altro per dimostrarle che molta gente si sta svegliando e non firma più con tanta facilità pezzi di carta del cui contenuto capisce ben poco.

Io non pagherei mai per pubblicare un libro, la mia coscienza e i miei principi comandano il rifiuto, ma non è questo il punto. Leggere contratti come quello che mi ha inviato mi provoca rabbia, oltre che tristezza.
Innanzitutto, iniziando a leggere mi sono chiesta: perché mai scrivere che si tratta di un “contratto editoriale professionistico”? È un modo per far credere agli sprovveduti che la sua è una casa editrice seria?

I diritti sull’opera restano all’autore… e vorrei ben vedere, con questa sorta di contratto! Vorreste darmi 5 centesimi a copia per le prime cinquecento vendute e via via altre cifre ridicole fino ad arrivare a 1500 copie. Comodo! Evidentemente i 600 euro di contributo non sono abbastanza per le vostre tasche. Eppure i costi della stampa digitale mi risulta che siano molto bassi. Sono soldi spesi nella distribuzione? Tralasciando la pessima reputazione di X (distributore) e la scarsa distribuzione di Y (distributore), nel contratto c’è scritto che i distributori hanno autonomia di diffusione dei titoli nelle librerie e che anche per le librerie del circuito coperto, sono i librai a decidere se accogliere il libro o meno. A livello legale questo protegge voi e mette me, ipotetico firmatario, nelle condizioni di non poter dire nulla, se, mettiamo il caso, il libro non dovesse essere presente in nessuna libreria.

Fa paura questa frase: “In ogni caso, l’autore solleva l’editore da ogni responsabilità qualora il risultato di vendita che verrà a maturare non corrisponda alle personali e soggettive aspettative dell’Autore/trice”. In altre parole, mettete le mani avanti, guardate i vostri interessi, probabilmente in previsione di un certo malcontento.

A proposito ancora dei distributori, ecco la vostra bella maniera di proteggervi: “L’autrice/autore è inoltre consapevole che l’Editore, nel pieno rispetto dell’autonomia del distributore e delle librerie stesse, non potrà intervenire in alcun modo sulle decisioni in merito e in materia di esposizione del titolo, promozione diretta, quantità in deposito del volume”.

Bene, ricapitoliamo:

– nessuna garanzia sulla distribuzione (né per quanto riguarda i distributori, né per quanto riguarda le librerie);
– cifre irrisorie di diritto d’autore, anzi, mi permetta: cifre RIDICOLE, date solo perché per legge si devono dare, e non perché si crede che l’autore stia fornendo un prodotto d’ingegno e che debba ricevere un compenso corrispettivo del valore dell’opera stessa;
– distribuzione “nazionale” traballante;
– niente copie omaggio;
– 600 euro di “acquisto copie”.

Mi consenta di dirle che sui 600 “in libri” mi sono venuti i brividi.
Sulle prime mi sono detta: ecco, il solito contributo mascherato; poi ci ho riflettuto… è anche peggio del solito!
Il prezzo di copertina verrà deciso in un secondo momento. Ah. E chi garantisce che la casa editrice non stabilisca un prezzo di copertina folle e con 600 euro io acquisti pochissimi volumi regalandovi un utile spropositato ancor prima che voi abbiate fatto qualche tipo di lavoro per meritare un guadagno? Beh, su questo punto avete proprio esagerato.
E poi venderle all’autore con il 15% di sconto, fa veramente tristezza. Andrebbero vendute, come le successive dopo il primo ordine, almeno con il 50% di sconto. A dirla tutta, ogni acquisto di copie da parte dell’autore dovrebbe essere facoltativo.

Per concludere, la informo che ci sono in giro sempre più persone come me, pronte ad aprire gli occhi e ad usufruire, se serve, delle conoscenze di chi si è trovato davanti contratti del genere e situazioni anche peggiori.

Vorrei ricordarle, in caso lo avesse dimenticato, che il mestiere di un editore è vendere i libri, ma non all’autore stesso! I libri che decide di pubblicare deve pagarli all’autore con i diritti, e nella giusta percentuale! Non può dare le briciole, specie dopo aver chiesto denaro per la pubblicazione.

Mi auguro che come io mi sono preso la briga di leggere con cura il suo contratto, lei, o chi per lei, abbia fatto altrettanto con il mio manoscritto.
Sappia infine che non sono i complimenti sul libro a far più piacere ad uno scrittore, quanto invece un contratto che rispetti il suo talento, la sua dignità e l’opera stessa.

Buon lavoro

Chiara Vitetta

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Qualche interessante percentuale (4)

amazon-kindle_with_booksBuongiorno miei cari visitatori,
e buon 2013 a tutti.

Come da tradizione, anche nel 2013 il primo post dell’anno è dedicato alle statistiche sulle mie letture dell’anno appena trascorso. Mi sono divertita a tirar fuori dalla lista qualche dato nuovo, per nutrire la vostra e la mia curiosità.

Da agosto 2012 possiedo un e-reader, il che ha sicuramente influenzato la quantità delle mie letture, infatti dall’1 agosto al 31 dicembre 2012 ho letto 16 libri in più rispetto allo stesso periodo del 2011. Potrebbe essere un caso, ma credo di no.

La quantità dei libri letti è aumentata ogni anno dal 2009. È passata da 90 (2009) a 100 (2010) a 104 (2011) fino ai 112 del 2012. Nel 2012 ho letto una media di 9 libri al mese, un totale di 31846 pagine, con una media di 2618 pagine al mese e 87 pagine al giorno.

Come ogni anno, i romanzi hanno la meglio su tutto il resto: dal 67% del 2009 sono scesi al 59% nel 2010 per poi risalire al 69% nel 2011 e raggiungere il record nel 2012: 79%.
Sono diminuite molto le poesie (1%) e le raccolte di racconti (7%). Le biografie costituiscono il 4% del totale mentre hanno raggiunto il massimo di questi quattro anni i saggi, che sono il 9% del totale.

Genere:

Romanzi: 79%
Saggi: 9%
Raccolte di racconti: 7%
Biografie: 4%
Poesie: 1%

I libri di esordienti italiani letti nel 2012 costituiscono il 7% del totale.

La nazionalità degli autori non rivela sorprese: gli autori italiani e quelli americani continuano ad essere in testa. Mentre nel 2009 gli americani hanno superato gli italiani, nei due anni successivi è stato il contrario. Quest’anno, invece, le due nazionalità predominanti si sono avvicinate molto l’una all’altra, ma sono stati gli autori americani a primeggiare.

Inghilterra, Francia e Germania sono sempre presenti, ma con percentuali basse.

Nazionalità degli autori:

Stati Uniti: 36%
Italia: 34%
Inghilterra: 17%
Francia: 3%
Germania: 2%
Giappone: 2%
Russia: 2%
Cina: 1%
Messico: 1%
Brasile: 1%
Australia: 1%

Il gradimento è stato misurato secondo i criteri di Anobii:

***** Bellissimi
**** Belli
*** Così così
** Brutti
* Scadenti

NB: Dato che nel 2009 i criteri di valutazione sono stati 4 e non 5, prendo in considerazione solo il 2010 e il 2011.

I bellissimi non superano i 5: 2 nel 2010, 2 nel 2011, 5 nel 2012. 5 è il massimo, ma ad onor del vero bisogna dire che si tratta, nel 100% dei casi, di libri riletti. Sia nel 2010 che nel 2011 i libri da tre stelle erano in maggioranza (42% e 39%), seguiti dai libri brutti (**), poi da quelli belli (****), dai libri scadenti (*) e dai bellissimi (*****). Nel 2012 c’è stato un cambiamento: i libri brutti (**) sono in testa (34%) seguiti dai così così (***). Anche nel 2012 i belli sono al terzo posto (21%) seguiti dai libri scadenti (*) che battono in record: dopo il 10% del 2010 e il 7% del 2011 arrivano al 13% del 2012. C’è di buono che i libri belli del 2012 sono stati 8 in più rispetto a quelli del 2011.

Gradimento:

***** Bellissimi: 5 (4%)
**** Belli: 23 (21%)
*** Così così: 31 (28%)
** Brutti: 38 (34%)
* Scadenti: 15 (13%)

Per il 2012 ho voluto aggiungere un paio di dati: su 112 libri letti, 16, cioè il 14% erano riletture.
Gli autori letti sono stati 78. 30 li conoscevo già, degli altri 48 non avevo mai letto nulla. Salvo miracoli, solo 20 di questi 48 autori ricompariranno tra le mie letture.

E per concludere, eccovi una lista dei più bei libri letti nel 2012:

(le riletture sono contrassegnate da una R che precede il numero di stelle assegnate)

Dolores Claiborne (Stephen King) R *****
A volte ritornano (Stephen King) R ***** Leggi la recensione
On writing (Stephen King) R *****
Harry Potter e l’ordine della fenice (J.K.Rowling) R *****
Harry Potter e i doni della morte (J.K.Rowling) R *****

Niente e così sia (Oriana Fallaci) **** Leggi la recensioneLeggi un estratto
Justine, le disavventure della virtù (Donatien de Sade) **** Leggi la recensione
Medicus (Noah Gordon) ****
Il buio oltre la siepe (Harper Lee) ****
Un calcio in bocca fa miracoli (Marco Presta) **** Leggi un estratto
Il piantagrane (Marco Presta) ****
Il gioco di Gerald (Stephen King) R ****
Acque morte (W.Somerset Maugham) **** Leggi la recensione
Harry Potter e la pietra filosofale (J.K.Rowling) R ****
Harry Potter e la camera dei segreti (J.K.Rowling) R ****
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (J.K.Rowling) R ****
Harry Potter e il calice di fuoco (J.K.Rowling) R ****
Harry Potter e il principe Mezzosangue (J.K.Rowling) R ****
Qualche goccia del tuo sangue (Theodore Sturgeon) **** Leggi la recensione
Il tribunale delle anime (Donato Carrisi) **** Leggi la recensione
Assassinio sull’Orient Express (Agatha Christie) ****
La psichiatra (Wulf Dorn) **** Leggi la recensione
Psycho (Robert Bloch) ****
22-11-63 (Stephen King) ****
Ritornati dalla polvere (Ray Bradbury) ****
Steve Jobs (Walter Isaacson) **** Leggi la recensione
City (Alessandro Baricco) R ****

Mattatoio nr.5 (Kurt Vonnegut) *** Leggi la recensione
Hunger games (Suzanne Collins) *** Leggi la recensione
Jack lo squartatore (Robert bloch) *** Leggi la recensione

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Nel principio

Primo LeviFratelli umani a cui è lungo un anno,
Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi:
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d’anni prima d’ora,
Splendido, liberato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest’una catastrofe rovescia
L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell’ultimo spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive.

(Primo Levi)

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